ARTE ANTICA MODERNA CONTEMPORANEA


IL NOVECENTO ARTISTICO IN ITALIA

Con il nome di Novecento o di Stile Novecento si vuol indicare un movimento promosso da un gruppo di artisti italiani nel 1921, che aveva come scopo quello di far tornare alla tradizione pittorica antica, reagendo contro le "stravaganze e le eccentricità" delle avanguardie.

Gli artisti del gruppo erano sette: Mario Sironi, Anselmo Bucci, Achille Funi, Ubaldo Oppi, Leonardo Dudreville, Emilio Malerba e Pieto Marussi, che esposero nel 1923 nella galleria Pesaro a Milano, inaugurata da Mussolini.

L'anno dopo l'esposizione ottenne un gran successo alla biennale di Venezia e, nel 1930, il '900 fu definito come l'arte ufficiale del Fascismo.

I pittori di questo movimento si sentirono attratti dalla pittura italiana da Giotto al Rinascimento, ritornarono quindi al figurativismo e al concetto forma-volume che già diffondeva la rivista "Valori Plastici", fondata nel 1918, che pubblicava proposte di pittori, che aveva idee simili, come Carrà, De Chirico, Soffici, Morandi, ed altri, sebbene non avessero realmente una poetica stilistica comune, ma che, in ogni modo, preferivano ritornare al paesaggio, alle nature morte e al ritratto.
Le loro idee basilari si applicarono poi all'architettura, alla scultura, alla letteratura e alla musica, cercando di superare le strette barriere nazionali e diffondendosi in altri paesi europei.

Il governo fascista preferiva e consigliava una tematica epico-popolare, dentro gli schemi neoclassici e con fini sociali ed educativi, soprattutto antisperimentale, contro le stravaganze e le improvvisazioni delle avanguardie.

Il Fascismo voleva un'arte basata sul mestiere e sulla tradizione, che doveva piacere ed essere capita dal popolo, e perciò un'arte figurativa ben fatta tecnicamente, un'arte come artigianato e l'artista come uomo di mestiere.

A differenza dei regimi nazista e comunista, esso tollerava altre tendenze e non imponeva quest'arte come l'unica autorizzata, per quanto il governo accettasse e pagasse solamente le opere che si collocavano dentro la linea ufficiale fascista.

In realtà, e in generale, al fascismo interessava più il contenuto dell'opera che i suoi elementi formali o la sua corrente o il suo stile; in ogni modo un'opera senza contenuto era preferibile ad una con un contenuto contrario agli ideali fascisti.

Nelle esposizioni nazionali, durante quel periodo, si esposero anche opere astratte o espressionistiche, insieme a quelle realistiche di gusto ufficiale.

Nel 1925 Consiglio, nel suo libro "Cinema, Arte e Linguaggio", scriveva: "Le nazioni parlamentari limitano ancora l'uso della loro autorità ad una censura preventiva. Lo Stato comunista ha risolto il problema in maniera totalitaria inglobando l'arte nella sfera della propaganda sociale e della pedagogia. Lo Stato razzista (in quegli anni il termine si applicava alla Germania nazista e non ancora all'Italia fascista) esige una produzione che esalti l'idea nazionale e la superiorità razziale. Lo Stato fascista separa nettamente il cinema d'arte dal cinema di propaganda (ed in generale ogni arte): il primo è un'attività libera, ma col controllo preventivo della censura fascista, mentre il secondo si svolge dentro le funzioni riservate allo Stato".

Conseguentemente il disegno doveva essere più importante del colore, le forme dovevano essere scultoree e stilizzate, il contenuto epico-storico, la tematica monumentale e grandiosa, ritornando razionalmente alla prospettiva e alle composizioni ben organizzate e prestabilite.

La maggioranza degli artisti italiani dell'epoca aderirono al "Novecento", benché fossero di distinte tendenze; tra i più significativi si trovavano Arturo Tosi, Mino Maccari, Ardengo Soffici, Ottone Rosai, Filippo de Pisis, Felice Casorati, Massimo Campigli, Osvaldo Licini, Giorgio Morandi e Gino Severini. Tuttavia alcuni si separarono, successivamente, scegliendo la pittura astratta, come Osvaldo Licini, Atanasio Soldati ed Alberto Magnelli, mentre altri, come Scipione (Gino Bonichi), Renato Guttuso e Renato Birolli preferirono l'espressionismo, a causa delle loro idee antifasciste.

Nel 1931 un'esposizione di pittori del ‘900 ad Helsinki, in Finlandia, fece conoscere il movimento in tutta Europa, ma nel 1945, con la caduta del fascismo, le nuove correnti astratte dettero un colpo mortale al ‘900, il quale passò alla storia.

Bisogna sottolineare che, tra le due guerre mondiali, il ritorno al classicismo e alla tradizione diventò palese in tutta Europa, non solo in Italia. Infatti dopo la Prima Guerra Mondiale apparvero dovunque "i richiami all'ordine", "il ritorno alla tradizione accademica": è sufficiente ricordare Derain e Vlaminck, il Picasso del periodo classico, e tutta l'arte, o pseudo tale, accademico-fotografica della Russia sovietica e della Germania nazista.

Tutte questi correnti neoclassiche, includendo il Realismo Magico e la Nuova Oggettività (Neue Sachlichkeit) devono qualcosa al ‘900 italiano.

Giancarlo V. Nacher


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Arte
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Aggiornamento: 27/08/2015