ARTE ANTICA MODERNA CONTEMPORANEA


PER UNA CONCEZIONE DELL'ARTE

In campo artistico la forma è sostanza. Un'opera dovrebbe essere classificata come "artistica" non solo se trasmette qualcosa al senso del bello che è intrinseco all'essere umano, ma anche se lo fa usando una determinata forma.

Se la forma prevale il contenuto s'impoverisce, ma se è assente, l'opera smette d'essere "artistica" e diventa qualcos'altro.

Un'operazione artistica può coinvolgere lo spettatore a prescindere da un alto livello di espressione formale, cioè un artista può servirsi di oggetti in modo da stimolare una partecipazione attiva, ma è evidente che quando manca, da parte dell'utente, l'apprendimento di un lavoro propedeutico alla fruizione dell'opera d'arte, il risultato finale sarà sempre molto scarso, molto più scarso di quanto lo sarebbe se lo spettatore fosse posto davanti a un'opera di grande valore formale di cui però non ne comprende l'essenza.

Noi possiamo usare in vari modi le espressioni artistiche per coinvolgere il pubblico, ma non possiamo pretendere che il pubblico s'improvvisi critico d'arte.

L'arte è conoscenza, oltre che senso del gusto, del bello, dell'armonia delle parti ecc. L'arte è duro tirocinio, cioè scuola, apprendimento di tecniche, di metodiche, di specificità disciplinari... Il che implica una certa applicazione.

Un'opera d'arte è frutto non solo di una mente geniale, che osserva le cose tradizionali in maniera differente o che propone cose nuove come oggetto d'arte, ma è anche il frutto di un duro addestramento nella manipolazione della materia, nella elaborazione delle forme.

Solo comprendendo questa difficoltà noi possiamo discernere ciò che può essere considerato "artistico" da ciò che invece è solo improvvisazione o provocazione. Altrimenti si finisce col sostenere che tutto è arte e niente è arte, in quanto è sufficiente che qualcosa abbia da dire qualcosa.

L'arte, inoltre, non va caricata di istanze politiche che presumono di porre rotture nei confronti della realtà presente (contemporanea all'artista). L'arte può usare liberamente la politica, ma non può essere considerata meno "artistica" quella che non lo fa.

Generalmente l'arte si pone come rappresentazione o dell'uomo o della natura; se riflette solo la natura e non l'uomo, non per questo è meno "artistica".

La valenza innovativa, di rottura, che può avere l'arte si deve esprimere secondo criteri artistici, per cui le innovazioni devono riguardare soprattutto le forme, le modalità espressive di determinati contenuti, e la finalità di tutto ciò deve restare la pedagogia del bello, la fruizione della verità delle cose attraverso gli strumenti formali dell'arte.

Non può esserci arte senza una concezione estetica dell'arte: la scelta di colori, forme, movimenti... non può essere affidata al caso, se non in via del tutto eccezionale.

Più le scelte sono oculate e più possibilità ci sono che si sviluppi un'opera artistica. Una rappresentazione della realtà, umana o naturale, può essere considerata "artistica" sul piano formale, e insignificante sul piano del contenuto, ma il contrario, nel campo specifico dell'arte, non è mai vero, proprio perché nell'arte la forma è sostanza.

Dunque un'opera d'arte dovrebbe essere:

  1. umanamente intelligibile, cioè con elementi tali da poter essere compresa in maniera relativamente naturale;
  2. socialmente condivisibile, cioè capace di riflettere un sentire comune;
  3. emotivamente significativa, cioè in grado di trasmettere qualcosa che favorisca la percezione dei sensi e lo sviluppo dei sentimenti;
  4. simbolicamente pregnante, cioè in grado di porsi in maniera evocativa, come richiamo ad altro da sé;
  5. culturalmente impegnata, cioè capace di porsi in una tradizione, collegando passato, presente e futuro;
  6. pedagogicamente utile, cioè capace di stimolare riflessioni o atteggiamenti propositivi;
  7. politicamente democratica, cioè favorevole a stimolare la convivenza civile.

ICONOGRAFIA BIZANTINA: SUGGERIMENTI PER L'ARTE CONTEMPORANEA

Anche se la pittura occidentale è arrivata a distruggere se stessa, scomponendo la figura umana sino a renderla irriconoscibile (cosa che con la nascita della grafica digitale ha avuto uno sviluppo impetuoso), non è possibile ripristinare, sic et simpliciter, la teologia delle icone bizantine (come fa p.es. un movimento integralista come Comunione e Liberazione, che di quell'arte vuol prendere solo i canoni estetici tralasciando del tutto quelli teologici).

Anche se qualcuno, come Pavel Florenskij (nato nel 1882 e fucilato nel 1937, durante le purghe staliniste), ha saputo usare la suddetta teologia per contestare i fondamenti della pittura occidentale, non è possibile oggi negare il primato alla laicità. Alla crisi della concezione non-religiosa dell'esistenza e quindi dell'arte non è possibile rispondere col ripristino della concezione religiosa feudale.

Non è possibile farlo né con la religione cattolico-romana, che è stata la prima a compromettersi con l'ideologia borghese, iniziando, suo malgrado, un percorso verso la laicizzazione dell'arte; né con quella ortodossa, che pur all'ideologia cristiano-borghese ha cercato di resistere maggiormente, restando legata al proprio passato.

Semmai ci si può chiedere se alla pittura laica di tipo cristiano-borghese, inaugurata da Giotto, i cui contenuti laici venivano espressi in una forma religiosa, è possibile cercare un'alternativa laica di tipo più umano, più popolare, più democratico, più proletario..., cioè un'alternativa più coerente con se stessa e che dimostri di avere valori vivibili dall'intera collettività.

Da un punto di vista laico non ha senso sostituire la "corrotta" religione cattolica (che raggiunge il suo apice in quella protestante) con la fede ortodossa (slava o greca). L'operazione laicista da fare, in campo artistico, è abbastanza precisa: nel mentre si contesta il nesso di fede e business, considerare la religione in sé (a prescindere dalla sua espressione confessionale) un'alienazione da superare.

Detto questo, in via preliminare, si può ora analizzare se nelle tesi di Florenskij contro l'arte occidentale, vi possano essere elementi da utilizzare in chiave laica. Se troveremo aspetti significativi, vorrà dire che la fede ortodossa, essendo stato lui un arciprete russo, ha conservato un riferimento maggiore ai valori dell'umanesimo rispetto a quanto non abbiano saputo fare le altre due confessioni cristiane.

Gli storici occidentali e quelli dell'arte in particolare devono imparare a setacciare le confessioni religiose d'ogni specie, cercando di trarre da esse quanto può in qualche maniera risultare utile a uno sviluppo dell'umanesimo laico. Nei confronti dell'arte cristiano-borghese si sono comportati in maniera molto superficiale, dando per scontato che alla crisi dell'arte religiosa feudale non ci potesse essere altra soluzione che quella giottesca. Ancora oggi, dopo 700 anni, l'interpretazione dalla nascita dell'arte moderna è rimasta immutata.

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La prima cosa che Florenskij dice, nel suo testo Le porte regali (Adelphi, Milano 1977), è che la pittura andrebbe fatta su una parete (affresco sul muro) oppure su legno, proprio perché se è una cosa che va al di là dell'artista, essa merita di rimanere nel tempo. Ci vuole cioè qualcosa di tecnicamente stabile, come le caverne degli uomini primitivi, qualcosa di immobile. Il legno d'icona, grazie a una particolare lavorazione preliminare, s'è liberato dai condizionamenti materiali dell'affresco, senza perderne la saldezza.

In secondo luogo l'icona non è un'opera d'arte autosufficiente, ma il prodotto di un'esperienza e coscienza collettive (che allora erano religiose). L'iconografo sentiva d'avere una responsabilità nei confronti d'un collettivo in cui lui stesso si riconosceva. E non lavorava mai sentendosi solo, isolato. L'icona doveva restare fedele a una tradizione.

In terzo luogo il volto umano, essendo espressione della vita interiore, era e ancora oggi è la parte fondamentale dell'icona: tutto il resto va considerato riempitivo. Il volto si chiama "sguardo", "sembianza" e non va mai raffigurato in antitesi alla natura. Il volto non può essere astratto, né può scomparire all'interno di un paesaggio.

In quarto luogo la luce, resa dall'oro, è fondamentale nell'icona, che è totalmente priva di ombre, chiaroscuri e mezzitoni. Si guarda un'immagine per elevarsi, per migliorarsi, per riconoscersi in ciò che meglio esprime quanto di umano vi è in noi. La realtà emerge come rivelazione dell'essere, a partire dallo sguardo: "non si compone di parti, non è formata dalla giustapposizione d'un pezzo all'altro o di una qualità all'altra"(p. 158). L'ombra non è essere ma sua assenza. La stessa luce naturale non ha alcun valore.

Nella pittura occidentale gli oggetti appaiono perché illuminati da una fonte di luce che può trovarsi ovunque. Gli oggetti sono autoreferenziali. Devono soltanto essere illuminati per essere visti, e tutto finisce lì. Non c'è gerarchia dell'essere. E quando ci si prova a crearla, con la prospettiva, il risultato è del tutto artificioso, puramente geometrico.

Nelle icone la prospettiva è rovesciata, poiché le linee si dirigono in senso inverso rispetto a chi guarda, cioè non verso un punto di fuga interno alla rappresentazione, ma proprio verso un punto esterno, che avvicina le linee allo spettatore, dando l'impressione che i personaggi gli vadano incontro (i profili infatti non esistono, se non per indicare i peccatori, né la tridimensionalità, in quanto la profondità viene data solo spiritualmente, dall'intensità degli sguardi).

Anche le proporzioni delle figure, la posizione degli oggetti, la loro grandezza non sono naturali (pesi e volumi non esistono), ma è tutto relativo al valore delle persone o delle cose: non esiste naturalismo o realismo (cioè la ritrattistica), ma solo simbolismo.

"La pittura d'icone raffigura le cose come prodotti di luce, e non come illuminate da una fonte di luce"(p. 170). E' una distinzione sottile, che investe l'ontologia.

Quello che manca alla pittura occidentale è l'ascesi, la spiritualità. Solo con l'ascesi si può capire che la luce, pur producendo le cose, non si esaurisce in queste. Florenskij considerava più significativa la pittura dell'antichità, perché incomparabilmente più simbolica o comunque più lontana dalla somiglianza naturalistica dell'arte occidentale (p. 180).

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Ora, quali osservazioni si possono fare a questa concezione dell'arte, in modo da valorizzare la critica all'aspetto materialistico della nostra rappresentazione delle cose, senza però finire nelle braccia di un'obsoleta concezione religiosa della realtà?

C'è solo un modo per ricostruire un'arte a misura d'uomo: partire dalle esigenze umane di autenticità, libertà, democrazia... Partire dai bisogni che ci condizionano. La pittura o l'arte in generale non può essere una forma d'illusione che si usa quando non si sanno dare risposte sociali, concrete, ai bisogni umani. La pittura deve servire non per far sognare, non per far evadere, ma per capire il presente, per stimolare un intervento su suoi problemi. Quindi non un richiamo all'Essere con la maiuscola, per ottenere un intervento magico dall'alto, ma semplicemente un invito ad "essere se stessi", in virtù di una decisione esistenziale collettiva.

La pittura non può creare miti (come ha sempre fatto in tutte le civiltà), proprio perché l'oggetto principale che deve rappresentare è il soggetto della storia: il popolo. Il pittore deve soltanto operare delle scelte che aiutino a riflettere, a trovare valori, atteggiamenti adatti alla ricerca dell'essere-quel-che-si-deve-essere, atteggiamenti consoni alla visione umanistica della realtà. Non un "realismo socialista" codificato dall'alto, imposto da un partito-stato, ma un realismo che si può dedurre solo con uno sguardo interessato ai problemi della realtà.

Il pittore deve essere un umanista, prima ancora che un uomo politicamente schierato. Che debba comunque schierarsi è inevitabile, poiché non può porsi al servizio di chi lo paga, non può essere un cortigiano di corte.

Ma se è vero che non deve edulcorare la realtà, facendola sembrare più bella di quello che è, né deve rappresentarne un particolare (bello o brutto che sia) facendo credere che sia la totalità, il pittore non è neppure tenuto a rappresentare la realtà per quello che è. Il pittore, in quanto artista, ha diritto di andare oltre lo stretto realismo e di trasfigurare la realtà, anche perché la realtà è rappresentabile, nella sua interezza e nella sua verità, sempre e solo in maniera limitata.

Per evitare di mistificare, in un modo o nell'altro, la realtà, l'artista deve porsi al servizio di una collettività, in grado di testimoniare l'importanza concreta dei valori umani. Usare la pittura in maniera del tutto soggettivistica, semplicemente per esprimere un proprio desiderio, una propria frustrazione, nella vaga speranza d'essere capiti, apprezzati, non è garanzia sufficiente di utilità sociale della pittura. Il pittore deve andare là dove c'è bisogno di lui.

it.wikipedia.org/wiki/Pavel_Aleksandrovič_Florenskij


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Arte
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Aggiornamento: 01/01/2010