ARTE ANTICA MODERNA CONTEMPORANEA


La poetica di Fabrizio De André

Non si esagera dicendo che De André è il più grande o tra i più grandi cantautori italiani ed europei del Novecento. La ricchezza e la profondità delle sue composizioni stupiranno e incanteranno generazioni e generazioni come ne hanno incantate da decenni.

In questo breve scritto intendiamo sintetizzare gli aspetti principali della sua poetica.

Dalla vita all'arte

L'infanzia genovese di De André corrisponde al quadro del figlio annoiato di buona famiglia: bravate in gruppo, bande di ragazzi, e più tardi bevute, corse in auto. Nella giovinezza di De André, con il suo ribellismo sterile, troviamo la fonte più ovvia e superficiale di ispirazione della sua poesia, è la fonte a cui arrivano i suoi fan più superficiali che così possono facilmente immedesimarsi nelle azioni da teppistello che chiunque da giovane ha fatto o almeno ha immaginato. A queste azioni seguivano punizioni familiari che spingevano ovviamente a nuove azioni. La scuola andava male e ciò allontanava De André dal fratello. Uno dei motivi per cui si ribellasse a tal punto alla scuola è da ricercarsi proprio nella circostanza che il padre ne gestiva una e dunque la scuola, che già di per sé è uno strumento di coercizione sociale, per De André assumeva i contorni dell'istituzione oppressiva per eccellenza, dove si univa repressione sociale e familiare. In questo periodo i genitori lo spinsero a prendere lezioni di violino e poi di chitarra.

Le prime passione musicali di De André furono il country e il jazz, nonché i cantautori francesi (Piaf, Becaud e poi soprattutto Brassens).

Negli anni del liceo, sempre ribelle, De André comincia a occuparsi di “spettacolo” (recite, ecc.) e comincia a conoscere le ragazze con cui, dice il libro, aveva un successo strepitoso. Va anche maturando il suo anarchismo sempre più cosciente (nemmeno diciottenne si iscrive alla federazione anarchica), con la sua insofferenza per l'inquadramento. Sempre in quel periodo si mette con una prostituta (Anna) e diviene contemporaneamente alcolista e stirneriano (qualcuno potrebbe dire, post hoc quia propter hoc!). La vita da debosciato, tra feste, donne e alcol continuava insieme ad alcuni amici (Villaggio e altri), favorita dal semplice fatto che De André aveva comunque le spalle coperte. All'inizio degli anni '60 De André comincia a comporre. Le sue prime canzoni sono episodi separati, anche se in fondo il senso è sempre comune e ricostruisce una poetica unitaria tipica del poeta maledetto che canta gli emarginati le cui azioni, spesso eclatanti, non conducono comunque a nulla.

In questo periodo De André conosce la sua prima moglie, Puny, anch'essa altolocata. Inizia ad incidere (Nuvole barocche, La ballata del Miché ecc.) e conosce anche Ricordi che lo incoraggia nonostante le divergenze politiche (Ricordi era comunista). Nel complesso quello fu il periodo più normale di De André. Lavorava nella scuola del padre, studiava legge, si era sposato con Puny, aveva avuto Cristiano. Sono anche gli anni in cui De André compone La guerra di Piero (che rimase invenduta fino all'esplodere del '68-'69) e La canzone di Marinella. La sintesi di questo periodo è “Volume I”, che contiene poesie di grande livello e che giunse secondo in classifica (in quel periodo De André subisce anche il processo, poi archiviato, per Carlo Martello).

Sin da subito si vede quella che è la sua pecca maggiore. Per citare Rino Gaetano “abbasso le canzoni senza fatti e soluzioni” e le canzoni di De André sono proprio sempre così: storielle a lieto fine (rovesciando la morale costituita), in cui spesso va a finire bene (Il gorilla, Bocca di Rosa, Carlo Martello), o malissimo (Miché, Piero, ecc.) ma comunque vada non c'è nessuna alternativa praticabile, come fossimo all'interno della più rigida tragedia ateniese. La svolta della carriera arrivò con l'interpretazione di Marinella fatta da Mina. Con quel passaggio De André si impose come un grande della musica leggera. Fu un vantaggio perché arrivò sulla scena appena prima dell'esplosione delle lotte, con una tematica non qualunquista (canzoncine d'amore ecc.) ma nemmeno impegnata e dunque un perfetto artista di transizione.

L'anno dopo venne registrato “Tutti morimmo a stento” che è forse la punta massima della poetica da alcolista anarchico che De André allora incarnava. Poco dopo uscì “Volume III”.

In quel periodo De André ancora non si esibiva. Non si riteneva capace di esibizioni live e probabilmente la sua timidezza non era una maschera. I primi tre lavori, anche se non del tutto ex ante, erano di fatto già concept album. Le tematiche erano le stesse, a volte affrontate con flash su epoche storiche e situazioni molto distanti, tuttavia ogni canzone era fruibile (e lo fu anche commercialmente) anche da sola.

Nel 1970 esce invece “La buona novella” che è il concept album per eccellenza. All'uscita, ma anche dopo, molti non capirono questo disco e De André se ne lamentò. Ma l'incomprensione era inevitabile. La classe operaia, dopo venticinque anni di sostanziale passività, stava passando all'attacco, con un'irruenza che prese di sorpresa tutti, riversando sulla società borghese una sana ferocia proletaria e questo disco arriva, al massimo, a fare qualche critica qui e là alla religione ufficiale, religione che tra i giovani era totalmente screditata. Era un disco che avrebbe fatto scandalo nel '66 ma era decisamente indietro rispetto al movimento nel '70. Peraltro l'idea che i Vangeli apocrifi siano in qualche modo più contestatori di quelli ufficiali non ha nessuna base storica né letteraria (basta leggerli per vedere che, se mai, rappresentano l'anima più retriva e superstiziosa del cristianesimo). In un momento in cui centinaia di migliaia di giovani si attrezzavano per fare una rivoluzione vera (persino militarmente), De André gli diceva di guardare all'esempio di un rivoluzionario mai esistito. Davvero un po' poco. L'anno dopo compose “Non al denaro…”, che è un altro concept album eccellente. Il lavoro di traduzione dell'antologia di Spoon River è eccezionale. Peraltro in questo disco entra il giovanissimo Nicola Piovani. Con quel gruppo De André compose l'anno dopo “Storia di un impiegato”. Eravamo nella piena dell'onda delle lotte e finalmente se ne accorse anche lui, a suo modo. Poiché Piovani e altri erano compagni, De André li “riequilibrò”:

“C'era il gruppo marxista, che erano Dané, Piovani, Bentivoglio…avevo i fondamentalisti. Io ho voluto qualcuno che la pensasse come me…”

Peraltro le idee politiche di Piovani emergono anche dal fatto che anni dopo compose la colonna sonora del “Treno di Lenin”. Comunque quell'album, tra i migliori di Fabrizio, rappresenta il tentativo più alto e sincero di De André di entrare in contatto col movimento. Lo fa concependosi al di fuori di esso, anzi a movimento finito, come un suo complice che decide di buttarsi nella mischia quando ormai è tutto finito. Ovviamente e coerentemente concepisce il proprio impegno politico da vero narodniki come un bombarolo che paga le conseguenze della propria attività dinamitarda. Le sue idee anarchiche emergono da ogni parola dell'album così come il legame tra queste idee e i suoi problemi familiari (sua madre dovrebbe accettare la “bomba” cioè le idee politiche, con serenità; lui vuole prendere il posto di suo padre, e in realtà lo aveva preso come preside della scuola!, ecc.). Sentiamo che ne dice Piovani:

“In questo album ci sono le prime inclusioni di strumenti elettronici. È comunque un disco un po' più ideologico del precedente. Proprio per questo è abbastanza penalizzato. L'ideologia a quel tempo andava di moda. Lui è un anarchico, sì, ma non è che sia un disco marxista-leninista, è un disco che anche per un anarchico può andare bene.”, e poi prosegue spiegando che “Non al denaro…” in quanto solo opera poetica “sta sempre a galla”, ma che comunque meglio album come “Storia di un impiegato” di opere puramente ideologiche.

Fu in quel periodo che De André si comprò L'Agnata, in Gallura, e che il rapporto con Puny entrò in crisi definitivamente a causa delle relazioni con altre donne.

“Storia di un impiegato” chiude un ciclo. Dopo quell'album De André perse completamente la vena artistica. È certo un problema personale ma anche sociale: il movimento operaio era ancora in avanti e questo confliggeva con tutte le idee politiche di Fabrizio. D'altra parte non stava vincendo e questo significava, in prospettiva, una situazione non migliore. Fatto sta che se fosse dipeso da lui non avrebbe scritto nulla forse fino a “Rimini” e oltre. Ma ovviamente non si poteva. Così gli fecero conoscere De Gregori. In proposito ci sono da osservare due cose: De Gregori viene dallo stesso identico milieu di De André (“in famiglia stava avendo gli stessi problemi vissuti da Fabrizio”); artisticamente sono su due mondi separati. Non si può spiegare facilmente. A volte De Gregori è più esplicito nei testi ma non è questo. Semplicemente non c'entravano nulla. Peraltro lo stesso De André ammise il tutto:

“Effettivamente in quel periodo ero in crisi e, piuttosto che non scrivere nulla, mi sembrò giusto mettermi a tradurre”

Così nel '74 uscì “Canzoni” che sinceramente è un album di basso livello anche se qui e là ci sono dei guizzi divertenti. Dylan che filtra in De André attraverso De Gregori produce la noia mortale de La cattiva strada; Dylan che entra in De André direttamente produce canzoni magistrali come Avventura a Durango. Nel '75 De André conobbe Dori Ghezzi che poi si sposò e con cui ebbe nel '77 Luvi (Luisa Vittoria). È importante notare che Dori è l'unica presenza operaia nella vita di Fabrizio. In quel periodo De André sarebbe anche potuto finire suicida, morto di cirrosi o cose simili. I piedi per terra di un ambiente proletario gli salvarono la vita e lo rimisero in carreggiata. Che artisticamente le cose non fossero migliorate lo dimostra “Volume VIII” di cui si salva forse Amico Fragile di cui lo stesso Fabrizio dice:

“è forse la canzone più importante che abbia mai scritto, sicuramente quella che più mi appartiene. Perché le canzoni che scrivo mi appartengono solo in parte.”

In ogni modo in quel periodo De André decise di esibirsi dal vivo. A dimostrazione della posizione che De André occupava sulla scena artistica del periodo, la tournée si svolgeva in feste dell'Unità, di Lotta Continua e poi alla Bussola, tanto per non accontentare nessuno. Un po' il contatto con il pubblico, un po' la crisi del movimento danno De André di nuova linfa. Esce così “Rimini” (in cui si cita apertamente Lama che viene contestato alla Sapienza), che dovrebbe (secondo alcuni) essere “uno spietato ritratto della piccola borghesia, della sua assenza morale e politica che consente di raggiungere i propri obiettivi”, ma che sembra piuttosto il tentativo di capire che cosa stava uscendo fuori dal calderone del '77. Poco dopo ci fu la tournée con la PFM. A tal proposito c'è da dire che artisticamente la cosa fu un enorme successo perché i dischi che ne sono usciti sono eccellenti, ma si trattava lo stesso di un'unione senza principi con palesi scopi commerciali che non si tentò neppure di nascondere. Mussida selezionò alcune canzoni di De André che gli sembravano adatte a loro, fecero la tournée e poi amici come prima. Gli arrangiamenti furono davvero felici e alcune canzoni ne emersero ancora meglio, a dimostrazione della profondità del loro tessuto poetico, ma il senso complessivo dell'operazione aveva il respiro corto. In quel periodo peraltro fare concerti era dura, con risse, gruppetti che si menavano, lo stesso De André contestato ecc.

Gli anni '70 si chiusero per De André nel modo peggiore, con il rapimento durato mesi e che debilitò non poco la coppia. È divertente che uno dei rapitori, che era di sinistra, “si mostrò dispiaciuto che anche Dori, figlia di operai, fosse stata rapita. Spiegò che quella era la sua unica possibilità di lavoro. De André capì che era vero”. Effettivamente l'anno dopo fu arrestata la banda al completo, uno era un assessore del Pci in Barbagia.

In quel periodo escono “Una storia sbagliata” (dedicato a Pasolini, con cui senz'altro De André aveva punti di contatto) e l'anno dopo l'album “L'indiano”. Il disco contiene canzoni molto belle e cui fa seguito una lunga tourneé. È anche il periodo in cui Fabrizio incontra Pagani, con cui creerà “Creuza de Ma”. Questo album aveva almeno due scopi artistico-politici: contrastare lo strapotere della dance music e dare un esempio concreto di musica mediterranea. Pagani era conscio del legame con la fase politica attraversata e infatti dice:

“Il movimento in pratica era finito…Ci si sentiva un po' tutti soli, in balia degli eventi…Entrambi volevamo dare una valenza di opposizione al segno predominante americano”

Quell'album ricevette una marea di riconoscimenti. Il disco non ha molte “valenze sociali” come De André disse dopo, ma era un grande disco. Seguono sette anni di Sardegna, qualche lutto familiare e poi “Le Nuvole”, in cui si cita il conflitto tra Socrate e i benpensanti di allora (Aristofane appunto) come specchio per attaccare i benpensanti di oggi. Secondo molti, questo è il suo disco più politico. Indubbiamente, in un periodo di esaltazione reazionaria dopo il crollo dello stalinismo, De André si difese bene (prendendo posizione a favore di “Curcio il carbonaro” e così implicitamente legittimando la tendenza politica che, forse, sentiva più vicina a lui del movimento). L'album va benissimo, e così la tournée. Infine, sei anni dopo, è la volta dell'ultimo album a cui De André poté lavorare, “Anime salve”, che si concentra sul tema delle minoranze, in un periodo in cui razzismo e ideologie reazionarie in genere hanno una presa notevole. Dopo l'album Fabrizio fece due serie di concerti, una delle quali a teatro. Nel '98 gli venne diagnosticato un inguaribile cancro ai polmoni. L'anno dopo ci ha lasciato.

I temi centrali che emergono dalla vita di De André sono:

- il rapporto con la campagna, dove visse a lungo da piccolo e dove volle tornare, con enorme sperpero di denaro, con la tenuta in Sardegna;

- il conflitto con l'ambiente borghese incarnato soprattutto nella figura del padre e che determina il ribellismo giovanile, mai superato, almeno ideologicamente, nelle fasi successive;

- la ricerca dell'emarginazione vista come un'esclusione totale, assoluta dalla società, dalle convenzioni dominanti. De André non è mai stato interessato al movimento reale che trasformava la realtà, ma piuttosto alle figure, apparentemente senza tempo, che restano ai margini di questa lotta, spesso benevolmente, ma che non vi possono proprio partecipare. Per lui il punto sociale più lontano possibile dalla famiglia e dalla classe dominante non era un partito rivoluzionario ma una bettola o la camera di una prostituta. Canta delle rivoluzioni a rivoluzioni finite, mostra pietà per gli umili, ma presi uno ad uno; il marginale è in De André una figura quasi primitiva che sola, conserva la purezza originaria nelle diverse fasi di sviluppo attraversate dall'uomo;

- il disprezzo per le opinioni dominanti che, negli anni '70, erano spesso opinioni di sinistra persino nei circoli borghesi frequentati da De André. Indubbiamente il Pci di Genova, stalinista all'ennesima potenza, non ha aiutato, ma c'è una vena ancora più forte di volontà di autoescludersi dal movimento, di convinzione che qualunque massa di persone condividano un'idea la renda in qualche modo infetta. All'epoca delle lotte si bollava la poetica di De André come decadente e disfattista, il che è vero ma significa poco. La sua decadenza sta nell'entrare in scena al momento della sconfitta, il suo disfattismo sta nel descrivere la ritirata. Ecco perché quando la ritirata diviene rotta, De André ha un rigurgito di orgoglio. Per oltre un quinquennio tace, ma poi erutta. Ecco che quando c'è chi rinnega quello che non è mai stato, De André difende la profonda moralità della lotta e di chi l'ha combattuta e si fa beffe dei cantanti che cantano "per i longobardi e per i centralisti/ per l'Amazzonia e per la pecunia/ nei palastilisti/ e dai padri maristi". Prima dell'esplosione del movimento di lotta, De André si limita a farsi beffe del perbenismo borghese, sintetizzato dalla doppia morale sessuale e dal ruolo della prostituzione. Dopo la centrifuga del '68'-75, va oltre e mette a nudo i fili stessi della società. Fuori tempo massimo.

- questo vale anche per l'amore, sempre sfortunato, sempre stereotipato sempre uguale a se stesso nella sua fine triste scritta nelle sue stesse premesse. Per De André l'amore è come la rivoluzione, ne diveniamo coscienti a occasione perduta; in mezzo è solo una bolgia confusa, pericolosa e massificante;

- da tutti questi fattori è facile capire perché De André si sia ben presto orientato all'anarchismo individualista, che si prestava benissimo a non rompere con nessuna delle componenti della propria esistenza. Da un lato, infatti, il borghese è, nella sua essenza, un anarchico, che concepisce tutto ciò che lo limita come qualcosa da accettare a malincuore per salvarsi la pelle magari dai suoi operai. Inoltre il padre era un avversario diretto del Pci. Dall'altro, il sottoproletario è per sua natura sociale anarchico. Tutti questi soggetti non hanno nessun progetto di trasformazione sociale, al contrario, per ragioni diverse, rimangono aggrappati all'esistente, per quanto ne riprovino questo o quell'aspetto;

- la religione. Il rapporto con la religione è molto complesso. La famiglia era senz'altro laica e il padre proprio anticlericale. Tuttavia De André trova nella figura mitologica di Gesù una fonte, un'autorità morale che ovviamente la chiesa non ha. Mentre sbeffeggia senza ritegno la morale religiosa, il comportamento dei preti ecc., Gesù rimane per lui un simbolo fantastico e l'unico sbocco rivoluzionario per la propria poetica. Non a caso lo definisce “l'unico vero rivoluzionario della storia”, e poiché non si tratta di una figura storica ma mitica, se ne desume che non esistono rivoluzionari della storia, chiudendo coerentemente il discorso ideologico dell'artista. Così De André può dire di ritenersi molto religioso nel senso del più classico e superficiale panteismo della ragion sufficiente (mi sento parte di un tutto che deve avere una logica).

Sotto il profilo poetico, possiamo evidenziare alcuni aspetti centrali che sono:

- la capacità “pittorica” di rappresentare una scena, una situazione con poche parole estremamente precise. In questo De André non ha davvero rivali e rende le sue composizioni assolutamente riconoscibili e sempre speciali. L'espressività è a tal punto il carattere distintivo delle composizioni di De André, siano originali o traduzioni, che su questo metro si può facilmente misurare la vena che lo ha accompagnato nei diversi periodi. In particolare, la crisi artistica che lo ha colpito nella seconda metà degli anni '70 si rintraccia immediatamente in “Canzoni” (le canzoni composte da De Gregori appaiono fuori posto come un tizio in smoking in un centro sociale, ma anche le altre sono proprio stanche);

- la morale. Nelle canzoni c'è sempre una morale, che spesso emerge con sarcasmo, e che si sintetizza in un rovesciamento dell'ordine costituito o almeno nella sua presa in giro. I rappresentanti di questo ordine costituito (poliziotti, giudici, nobili, ma anche vecchie di paese) vengono coinvolti in una storia da cui escono male. Non si tratta mai di cose che mutano a fondo la situazione, sono esplosioni che rientrano subito;

- il pessimismo, l'atmosfera cupa, la tristezza sono tratti di quasi tutta l'opera di De André. Qualcuno vorrebbe addossare questi tratti all'alcol. In realtà è proprio il contrario, i decenni in cui De André fu alcolista derivarono da una situazione psicologica, mentale che c'era prima e che ha causato gli stravizi, non ne è certo stato l'effetto; comunque il bere lo ha aiutato a scrivere più e meglio. Non si comprende il contenuto delle sue canzoni senza far riferimento all'alcolismo, che ha prodotto gli aspetti onirici e metafisici della produzione.

- un uso molto attento della musica. Non c'è niente di più scontato e disarmante della sciatteria con cui la maggior parte dei cantautori compone o si fa comporre la musica. Il solo fatto di considerarsi dei geni letterari, di ritenere le proprie parole potenti ed espressive, li dovrebbe esentare, almeno così pensano, dall'avere della musica decente. Questa sdoppiatura, che in altri generi riguarda invece la parola (altrettanto sciatta), rovina naturalmente anche la veicolazione della parola. La “Divina Commedia” si può facilmente mettere in musica, ma si ascolta piacevolmente declamata senza musica perché è stata pensata per essere indipendente da un tessuto sonoro. Molte canzoni di De André si leggono senza musica e danno molto lo stesso, ma la musica è sempre strettamente incorporata in esse, sembra emergere dalle parole e queste da quella. Grazie a questo connubbio la musica si è evoluta nel tempo restando sempre all'avanguardia ed ha permesso diverse varianti (si pensi ai dischi con la PFM);

- l'uso della voce. La voce di De André non è solo particolare ma particolarmente connessa con il suo genere di musica (McLuhan diceva il mezzo è il messaggio e in De André questo è vero). Per questo quando qualcuno canta le sue canzoni, al massimo riesce a esprimere un piano poetico laddove l'autore esprimeva un'intera serie di piani, un mondo intero di sensazioni e di messaggi che vengono drasticamente ridotti.

Chiudiamo con alcune citazioni di De André con la relativa data che è ovviamente decisiva. Partiamo dai suoi rapporti con la politica

“La politica non mi interessa assolutamente e non me ne occupo. Però se anche tu non vuoi occuparti di politica è la politica che si occupa di te: ci sei in mezzo. Comunque al governo io vedrei soprattutto degli economisti, dei tecnici insomma, piuttosto che i politici.” (1967)

Che dimostra come allora, il ribellismo di De André, non fecondato da un movimento reale dei veri ribelli, arrivasse a conclusione identiche a quelle che poteva proporre un reazionario, uno come suo padre.

“il popolo quando gli parli di politica, a meno che non sia politicizzato nelle fabbriche, ti manda a fare in culo” (1992)

“Nel 1957 mi iscrissi alla federazione anarchica di Carrara, un'organizzazione dove ognuno può dire la sua; mi sono informato sull'ideologia e sui suoi sviluppi storici. Lì sono rimasto” (1992)

E il suo “unico grande maestro”:

“Mi piace il pensiero solitario, detesto il gregge, ma questo non ha niente a che vedere con i necessari sforzi collettivi…rifiuto il gruppo o la setta irregimentata e nessuno riuscirà a convincermi che si pensa meglio quando mille persone urlano tutte la stessa cosa…la mia legge me la faccio da me” (Brassens)

Ma a dimostrazione che quando tutti andavano a destra De André non si è lasciato fregare:

“Io sono un libertario, quindi non sono comunista e non sono mai stato marxista, ma quando vedo trattare Marx così male…mi si drizzano culturalmente e storicamente i capelli in testa. Uno come Marx, un economista e un filosofo, che all'inizio dell'Ottocento faceva un'analisi così precisa su città operaie invivibili, sfruttamento minorile, dilagare della prostituzione, problemi ancora oggi di attualità. Non comprendo la demolizione del comunismo e del marxismo dalle fondamenta, perché comunque la teoria del plusvalore è la base delle socialdemocrazie.” ( 1993)

E ancora, a dimostrazione che proprio nei periodi peggiori dava il meglio di sé:

“Sono incazzato, indignato per aver visto duecentomila metalmeccanici in piazza a raccontare i loro problemi di sopravvivenza. Erano lì non per difendere un'ideologia fatta di slogan o altro, ma per palesare l'incapacità, l'impossibilità di tirare avanti…E il fatto che le mie canzoni procurino questo tipo di emozione, di disagio, implica, secondo me, che c'è in giro tanta gente incazzata, disgustata per come vanno certe cose. Chi non prova questo disagio stia attento, perché la corda può essere tirata sino a un certo punto” (1991)

A parte queste idee, De André riuscì a comprendere molto bene il rapporto profondo tra musica e realtà. Per esempio in questo passo:

“Io ho scritto Bocca di rosa, ma non sono Bocca di rosa”

Ecco, questa affermazione, assolutamente corretta, è il riconoscimento del ruolo oggettivo, sociale dell'opera d'arte. E c'è un altro brano in cui De André arriva in modo superbo alla concezione materialistica della musica:

“le canzoni che scrivo mi appartengono solo in parte. Io mi rendo conto che quando sviluppo un'idea resta poca parte di me. Sento di essere preso da forse estranee che mi sfruttano: sfruttano la mia tenacia, la mia pignoleria, il mio modo di comporre e mi fanno scrivere quello che gli pare. Non è frutto soltanto del mio ingegno. Sono affioramenti di memorie, addirittura memorie che non dovrebbero apparteneri perché sono cose che non ho vissuto: come faccio a ricordarmele?…Io divento un mezzo attraverso il quale la canzone viene fatta. Le canzoni hanno una loro vita, sono storie che appartengono soprattutto a loro stesse.”

E vediamo infine, il De André “tecnico” della canzone:

“Leggendo una novella, un libro o semplicemente un giornale mi viene improvvisamente l'idea per un testo. Allora per ricordarla faccio una stesura in prosa. Poi, in base a questo schema, che può essere allegro, drammatico o ironico, secondo l'impulso che l'ha ispirato, invento la musica alla chitarra. Quindi, leggendo la prosa scritta in precedenza, faccio i versi in rima.” (cit., 109)

Dunque:

“De André non solo conosceva alla perfezione il valore ortofonico di ogni singola struttura fonetica, che componeva come un mosaico, ma sapeva servirsi di grandissimi artisti e artigiani in modo da potersi riposare da vero pigrone” (Vecchioni).

Appendice a "La poetica di De André"

Descriviamo quanto detto ne "La poetica di De André" con alcuni spunti presi dalle sue canzoni.

"Amico fragile" è forse il testo più evocativo mai scritto da De André. È una canzone impressionista, e insieme post-impressionista.

Evaporato in una nuvola rossa/ in una delle molte feritoie della notte/ con un bisogno d'attenzione d'amore/ troppo/ se mi vuoi bene piangi.

È Fabrizio e dunque curiosità, ma soprattutto musica:

pensavo è bello che dove finiscono le mie dita/ debba in qualche modo incominciare una chitarra

Per giungere alla libertà di scrivere, seppure alcolica, De André dà la libera uscita a tutti persino ai suoi intimi:

potevo chiedervi come si chiama il vostro cane/ il mio è un po' di tempo che si chiama Libero

Cioè il cane se ne va e il poeta raggiunge un posto che si chiama arrivederci, ovvero è solo, ma la compagnia tornerà, finita la sbornia:

E mai che mi sia venuto in mente/ di essere più ubriaco di voi/ di essere molto più ubriaco di voi

De André ha un rapporto di rispetto e persino di giustificazione verso il terrorismo. Riferimenti alle BR li troviamo in "Andrea": (ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia) e "La domenica delle salme" (Curcio il carbonaro).

Ma vi sono anche riferimenti più generali al movimento del '78, magistralmente condensato in "Coda di lupo" (possedevo una spranga un cappello e una fionda…e a un dio fatti il culo non credere mai)

Ma come si è detto, De André è soprattutto il poeta della sconfitta. Del movimento in declino. Riferimenti alla "rivoluzione passata", l'idea cioè che per De André il movimento comincia ad essere visibile al suo tramonto sono ovviamente continui in "Storia di un impiegato". Si pensi al se il fuoco ha risparmiato le vostre millecento, ecc., ma non solo. Ad esempio in "Cantico dei drogati":

chi mi riparlerà/ di domani luminosi/ dove i muti canteranno/ e taceranno i noiosi…tu che m'ascolti insegnami/ un alfabeto che sia/ differente da quello/ della mia vigliaccheria

Il "naufragio della London Valour" è la controrivoluzione all'opera come potrebbe cantarla uno che faccia uso di LSD o allucinogeni. Il disprezzo per la creatività, il progresso, l'umanità intera è tutto in quel ridere delle disgrazie altrui (il paralitico che ride quando il trapezista del circo cade invalidandosi anch'esso).

In "Storia di un impiegato" troviamo una canzone che assomiglia a una tragedia greca per costruzione e nucleo profondo ed è la "Canzone del padre", che sin dal titolo sembra far riferimento alle genealogie della tragedia classica. Ma la storia è narrata con toni così surrealisti e onirici da risultare quasi impalpabile. Quella che invece segna forse il più alto punto politico di Fabrizio, assieme a "La domenica delle salme" è "La bomba in testa": eppure i miei trent'anni erano pochi più dei loro.

Sempre in "La storia di un impiegato" c'è il complemento del bombarolo con "Nella mia ora di libertà" in cui De André ci informa che non ci sono poteri buoni e chi non lo capisce è addirittura un coglione. Ed è l'apoteosi dell'individualismo anarchico: il potere non nasce dalla canna del fucile, nella famosa espressione di Mao, ma addirittura dalle singole mani del bombarolo.

Allo stesso modo, i molti testi che parlano di soldati che non ritornano a casa in fondo sono sì testi pacifisti ma anche la narrazione di un'epoca non più rivoluzionaria: fila la lana, fila i tuoi giorni/ illuditi ancora che lui ritorni. Ovviamente "la guerra di Piero" è quanto di più struggente e insieme potente abbia mai prodotto la musica sul pacifismo.

Ma De André ci da anche la definizione più concisa e scientificamente esatta di proletario mai riscontrata in poesia: io non tengo compendio che chillo stipendio/ e un ambo se sogno a papà.

Il rapporto di De André con la religione emerge da moltissimi testi, anche se certamente è ne "La buona novella" che il discorso è affrontato più organicamente. Nel complesso (ad es. in "Preghiera in gennaio" ma anche nel "Blasfemo") emerge che il cristianesimo di De André è una lotta all'ordine costituito, ai privilegi, combattuta ai suoi tempi da questo grandissimo uomo che fu Gesù.

Tra i versi ascrivibili alla poesia pura possiamo citare:

l'amore ha l'amore come solo argomento

quel che non ho è quel che non mi manca

dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior

Tra quelli la cui capacità evocativa è davvero inarrivabile:

Tua madre ce l'ha molto con me/ perché sono sposato e in più canto

Ai tuoi occhi il deserto/ una distesa di segatura/ minuscoli frammenti/ della fatica della natura

I tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro

In conclusione analizziamo "La domenica delle salme" verso a verso.

"La domenica delle salme", come detto, è senza dubbio l'apice dell'espressione politica nei testi di De André. In qualche modo fa un omaggio alla lotta dei comunisti che, di fatto, vede come gli unici ad agire contro l'oppressione, ma soprattutto è un attacco al rompete le righe, all'abbandono di ogni prospettiva di cambiamento che i dirigenti della sinistra impongono al mondo. Ovviamente non mancano gli attestati al terrorismo ma è anche la canzone della droga e di Milano come epicentro di una lotta che non c'è più (e De André dimostra che l'arte può davvero vedere nel futuro parlando della Baggina da dove, di lì a poco, sarebbe cominciata Tangentopoli).

In "Novecento" i segni di questa pace terrificante sono già all'opera, con il progresso che lascia indietro quattro quinti dell'umanità (questo motore che ci porta avanti quasi tutti maschi femmine e cantanti), con un bronzo di Versace che stupra in corsa e così via, ma la Nemesi è in agguato e i frutti di questo sviluppo, i figli belli e audaci si ribellano ai loro creatori e si lasciano morire (annegato come un coniglio), solo per ferire l'orgoglio del loro creatore. In realtà questi supratori in corsa sono almeno altrettanto stuprati loro stessi. Ma veniamo senz'altro alla "Domenica delle salme". Che ha già nel titolo il segno della sconfitta (domenica è il giorno del signore, cioè dei padroni, e insieme vi si festeggiano i sacramenti, qui in particolare il funerale, essendo la domenica delle salme).

Tentò la fuga in tram

verso le sei del mattino

dalla bottiglia di orzata

dove galleggia Milano

non fu difficile seguirlo

il poeta della Baggina

la sua anima accesa

mandava luce di lampadina

gli incendiarono il letto

sulla strada di Trento

riuscì a salvarsi dalla sua barba

un pettirosso da combattimento Parliamo dunque di Milano, la città della sconfitta, dove la modernità sembra passata al suo meglio.

Chi si contrappone a questa modernità sembra rappresentare una corrente morte e sepolta (poeta della Baggina). Ad ogni modo è chiaro di chi stiamo parlando: delle BR (la strada di Trento). Ma più in generale il comunismo (la barba) riesce a salvare piccole forze (un pettirosso) per le lotte future (pur sempre da combattimento). E questa è anche una citazione diretta di Loredana Berté.

I polacchi non morirono subito

E inginocchiati agli ultimi semafori rifacevano il trucco alle troie di regime E qui veniamo subito al dunque. Si narra qui del crollo dello stalinismo con tutte le conseguenze grandi e piccole. Dagli immigrati ai semafori ai voltagabbana (le troie di regime) che mantengono il mestiere cambiando padrone.

Lanciate verso il mare

I trafficanti di saponette

Mettevano pancia verso est

Chi si convertiva nel novanta

Ne era dispensato nel novantuno

La scimmia del quarto Reich

Ballava la polka sopra il muro

E mentre si arrampicava

Le abbiamo visto tutti il culo Qui di nuovo il tema centrale è l'aggressione del capitalismo trionfante alle popolazioni dell'est, con la conversione forzata che non è solo quella religiosa ma anche quella del marco della DDR.

Il quarto Reich vuole i suoi servi (simbolizzati dai polacchi), i quali devono pure essere contenti di essere stati liberati (ballano sulle macerie del muro), ma sono stati spogliati di tutto.

La piramide di Cheope volle essere ricostruita in quel giorno di festa

Masso per masso

Schiavo per schiavo

Comunista per comunista. Il trionfo del capitalismo è qui espresso dal simbolo massimo del potere schiavile: la piramide costruita appunto pezzo a pezzo dagli schiavi o dai comunisti, ormai definitivamente aggiogati al carro trionfante del mercato.

La domenica delle salme non si udirono fucilate

Il gas esilarante presidiava le strade La vittoria del capitalismo non ha bisogno di violenza, basta l'esaltazione quasi folle della vittoria medesima, non servono le armi da fuoco, al massimo per le strade si lanciano gas. Ma sono gas esilaranti in senso metaforico, è la droga del mercato che atterrisce ogni velleità di resistenza, non i lacrimogeni

La domenica delle salme si portò via tutti i pensieri

E le regine del "tua culpa" affollarono i parrucchieri Per consolidare il trionfo occorre innanzitutto che i nuovi schiavi smettano di pensare.

Ma per maggior sicurezza le troie di regime sono pronte a entrare in scena più imbellettate che mai (vanno dal parrucchiere) per dare la colpa di tutto a chi prova a resistere.

L'idea del "tua culpa", che ribalta la struttura originale è davvero magistrale.

Nell'assolata galera patria il secondo secondino disse a Baffo di sego che era il primo - si può fare domani sul far del mattino - e furono inviati messi fanti cavalli cani ed un somaro ad annunciare l'amputazione di Renato Curcio il carbonaro E qui l'attacco al PCI-PDS si fa frontale. Il secondo secondino è ovviamente D'Alema e per lui la burocrazia del PCI che propone al capo (Occhetto: Baffo di Sego, il "primo") di capitolare magari quando nessuno vede (sul far del mattino) e manda ambasciate a chi di dovere (che gente…fanti, cavalli cani ed un somaro). Ovviamente la capitolazione richiede di tagliare i ponti col passato, qui rappresentato dalla combattività delle BR. Addirittura, De André nobilita il terrorismo paragonando le sofferenze patite dai brigatisti in carcere al noto episodio risorgimentale delle "Mie prigioni" di Silvio Pellico.

Il ministro dei temporali in un tripudio di tromboni auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni Ma la situazione non è per questo stabile. Non per nulla occorre un ministro per i temporali, il quale pur in mezzo alla gran cassa della propaganda (il tripudio di tromboni) sa bene che la "democrazia" non ha poi così tanta presa, tant'è che se la augura con il più classico dei gesti scaramantici

Voglio vivere in una città dove all'ora dell'aperitivo non ci siano spargimenti di sangue o di detersivo La vittoria del capitalismo rende invisibile la violenza, ma non crea un sistema meno disumano. Diviene normale la disumanità; così come se nulla fosse (all'ora dell'aperitivo) ci può scappare il morto ma anche in senso metaforico (lo spargimento di detersivo che rappresenta lo spreco del capitalismo)

A tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade eravamo gli ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile perché avevamo un cannone nel cortile Questa famosa città civile ha imprigionato tutti. Per essere liberi occorre ricorrere alla violenza (un cannone) o alla fuga (il cannone nel senso della droga).

E questo vale qui e in ogni luogo (il mio cugino De Andrade come idea di un paese latinoamericano)

La domenica delle salme nessuno si fece male

Tutti a seguire il feretro del defunto ideale Ecco qui, usciti con le mani in alto i nemici, ai quali è al più lasciato di seguire le proprie idee e speranze come fossero un funerale, non serve ricorrere alla forza, si sono arresi senza combattere.

La domenica delle salme si sentiva cantare - quant è bella giovinezza non vogliamo più invecchiare L'approdo di ogni ideologia vittoriosa: così c'è stata storia ma ormai non ce n'è più (Marx), detto parodiando il motto rinascimentale di Lorenzo de' Medici

Gli ultimi viandanti si ritirarono nelle catacombe accesero la televisione e ci guardarono cantare

Per una mezz'oretta poi ci mandarono a cagare Qualcuno pronto a combattere c'è ancora. Ma per ora è costretto a nascondersi. Di fronte a questi personaggi il cantautore fa una figura ben misera: li rappresenta così poco che da essi è ben poco sopportato

Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio

Voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti per l'Amazzonia e per la pecunia nei palastilisti e dai padri Maristi

Voi avevate voci potenti lingue allenate a battere il tamburo

Voi avevate voci potenti adatte per il vaffanculo Ma c'è dell'altro e qui De André dà veramente il meglio di sé.

Si tratta di opportunisti, che vanno dove tira il vento, sempre pronti a genuflettersi (in ginocchio), a usare la pubblicità di una causa giusta (l'Amazzonia) per farci la pecunia (ma non è una scusa, è proprio la inevitabile doppiezza di chi lavora nel campo della musica commerciale). Eppure De André gli riconosce delle doti: voi potevate ribellarvi, gli dice Fabrizio, ma vi siete piegati e la conseguenza è la pace terrificante.

La domenica delle salme gli addetti alla nostalgia accompagnarono tra i flauti il cadavere di Utopia

La domenica delle salme fu una domenica come tante

Il giorno dopo c'erano i segni di una pace terrificante Un mondo diverso è impossibile, il luogo altro (u-topia) è morto.

Il capitalismo ha trionfato col terrore, un terrore invisibile, "pacifico", ma la sua pace atterrisce.

Mentre il cuore d'Italia

Da Palermo ad Aosta

Si gonfiava in un coro "di vibrante protesta". La canzone, la denuncia della vittoria schiacciante del mercato sulla vita si chiude con una seppur vaga speranza. Se il cervello è angosciato dal dramma del rovescio, il cuore almeno resiste e protesta.

Il canto diviene parlato, perché questa fiaccola sotto il moggio sia vista al suo meglio.

Ci fate schifo e per ora ce ne stiamo nelle catacombe in attesa della riscossa, ma torneremo.

Csepel - Xepel - Ipertesto su De Andrè

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Dolce_al_soffio_di_De_Andre/Gioia_Lomasti


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Arte
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Aggiornamento: 27/08/2015