ARTE ANTICA MODERNA CONTEMPORANEA


C'ERA UNA VOLTA... TOTO'

I - II

LA FILOSOFIA
IN ANTONIO DE CURTIS

C'era una volta – un re! – diranno subito i miei lettori. No, cari lettori, avete sbagliato, perché questa non è la fiaba di Pinocchio ma quella di Antonio de Curtis, in arte Totò. Perciò, c'era una volta non un burattino di legno, ma un principe in carne ed ossa che non viveva in un mondo fiabesco popolato di gnomi, fate e orchi, ma in un mondo popolato di registi, attori, macchiettisti, scenografi e artisti che lavoravano, gioivano e soffrivano come tutti noi.

Questo principe, a differenza degli altri principi, aveva un dono che pochi hanno: sapeva farsi amare da tutti. Piccoli e grandi, uomini e donne, poveri e ricchi, istruiti ed ignoranti, operai e impiegati tutti lo amavano, anche se non l'avevano mai visto di persona.

Egli non nacque in un castello come i principi delle fiabe, ma nella povera casa di una povera famiglia di un povero quartiere di una povera città del Sud; tuttavia, a dispetto delle sue povere origini, divenne, pensate un po', un ricco uomo di una ricca famiglia di un ricco quartiere di una ricca città del Centro. E, quando per il suo lavoro si spostava da una città all'altra, non cavalcava un bianco destriero, come accade nelle fiabe, ma guidava una lussuosa Rolls Royce con la quale si recava al lavoro; e di notte (ma solo di tanto in tanto) andava nel quartieri malfamati della sua città ad infilare sotto le porte dei poveri cristi un biglietto da diecimila lire che potesse alleviare, almeno per un po', la miseria che li tormentava e che anche lui aveva provato quando era bambino. Questo è ciò che dice la leggenda.

La stessa leggenda vuole, inoltre, che questo principe, proprio come era accaduto tanto tempo prima ad un re della Frigia, aveva ricevuto dagli dei che lo avevano creato un grande dono: quello di far diventare oro tutto ciò che toccava. Il suo oro, però, non era il prezioso metallo a 18 carati che luccica nelle vetrine delle oreficerie, ma era qualcosa di ancora più prezioso: si chiamava sorriso.

Dovunque egli andasse, tutto intorno a lui si trasformava in sorriso, in gioia, in felicità; al punto che la gente, nel vederlo passare, diceva: "Ecco il principe del sorriso"; ma la realtà, come si sa, è sempre tanto diversa rispetto a ciò che appare, e così il principe, che sembrava l'uomo più felice del mondo, era in realtà uno degli uomini più malinconici e tristi che si potessero immaginare.

Gli dei, infatti, volendo creare un uomo speciale, gli avevano dato un dono prezioso: quello della sensibilità. Essi, però, non avevano considerato che proprio questo dono sarebbe stato causa della grande malinconia per la creatura che essi avevano messi al mondo.

Quando se ne accorsero era già troppo tardi. Tuttavia, vollero ugualmente rimediare all'errore fatto, e così, dopo essersi consultati tra loro, decisero di creare una maschera dietro la quale il principe potesse nascondere la propria tristezza.

Chiamarono, allora, Pigmalione, una divinità specializzata nella fabbricazione delle maschere, e gli diedero l'incarico di fabbricarne una. Pigmalione, che già in precedenza aveva creato le maschere di Pulcinella, Arlecchino e Pantalone, si mise subito all'opera e, quando ebbe finito, portò la nuova maschera a Giove, il quale, fatti radunare tutti gli dèi dell'Olimpo, si alzò dal trono e, volgendo l'indice della mano sinistra verso la maschera appena creata, disse con tono alto e solenne: "Alzati e cammina! Il tuo nome è e sarà per sempre Totò. Da questo momento in poi, il tuo compito sarà quello di servire un principe e adoperarti per nascondere la sua malinconia! Coraggio, va' sulla terra, cerca quest'uomo nelle viuzze di Napoli e trasforma la sua tristezza in una esplosione di gioia e di ottimismo!"

La maschera, che era afflosciata per terra, tirandosi su alla bell'e meglio, si stiracchiò, indossò il frac e la bombetta, che erano lì a portata di mano, e poi, volgendo la testa ancora penzoloni verso Giove, disse: "E' 'na parola, maestà! Comunque, eccomi qui a vostra completa disposizione, corpo, anima e frattaglie!" Giove, sforzandosi di mantenere il contegno che ci si aspetta dal re degli dei, aggiunse: "E non dimenticare che sei partenopeo, anche se sei nato qui sull'Olimpo".

"Certo, Maestà!", rispose Totò, "Come posso dimenticare che sono parte nopeo e parte napoletano, cioè due volte napoletano?!" A questo punto il re degli dei, senza por tempo in mezzo, fece chiamare Mercurio e, tirato fuori dalla sua tunica una mappa anzi una mappina, gli disse: "Vedi? Qui c'è Troia! Porta Totò in questa città e presentalo alla regina Elena, affinché lo svezzi e gli faccia da balia per un po' di tempo, prima di essere mandato a Napoli dal principe Antonio de Curtis ".

Totò, che aveva sentito tutto, fregandosi le mani, disse con soddisfazione: "Grazie, maestà, vi sono molto grato; avevo proprio bisogno di sgranchirmi le gambe. Allora si va da Elena di Troia? Troia... Troia... Questo nome non mi è nuovo! Sono sicuro che tra quelle belle figlie di Troia mi troverò molto bene!" Giove, che aveva subito capito con quale impertinente aveva a che fare, lo rimbrottò immediatamente dicendogli: "Bada come parli! E non fare il cascamorto con Elena". E Totò di rimando: "Perdinci e per bacco! Maestà, io se casco, casco morto per la fame!" Ecco, questo è, secondo la leggenda, l'inizio della maschera di Totò.

 Ma, come è stato detto prima, questa maschera era nata per uno scopo ben preciso: quello di servire un principe e attenuare, nel contempo, la sua grande tristezza; perciò Totò, appena svezzato, fu immediatamente sbattuto a Napoli perché si prendesse cura di Antonio, l'uomo che gli dèi avevano affidato a lui e che di lì a poco sarebbe divenuto il principe Antonio De Curtis, Altezza Imperiale e Cavaliere del Sacro Romano Impero. Appena i due si incontrarono, si guardarono dalla testa ai piedi e capirono subito di non essere fatti l'uno per l'altro, poiché ciascuno di essi sentiva di avere un carattere, una sensibilità ed una educazione opposti a quella dell'altro.

Infatti, mentre il principe era discreto, ricercato nel parlare e nel vestire, misurato nei gesti, estremamente galante con le donne,Totò, la sua maschera, era invece invadente e irrispettosa, sguaiata nel parlare e nel vestire, audace e senza alcuna censura con le donne, alle quali si rivolgeva spesso con un linguaggio audace ed allusivo. Tuttavia, quando in alcune occasioni egli, rivolgendosi a delle donne, si permetteva di fare certe battute come "La donna è mobile ed io mi sento un mobiliere" oppure "Sono irruente e se una donna mi piace, la irruentisco", ebbene il principe lo rimproverava perché non ammetteva nessuna forma di allusione e di volgarità a casa sua.

I due erano tanto diversi fra loro che facevano grandi sforzi per non litigare quando erano insieme; il che avveniva ogni volta che il principe era costretto ad indossare la maschera per svolgere il suo lavoro giornaliero che era quello di attore. Un giorno la maschera, mentre accompagnava il principe a passeggio col suo cane, si fece coraggio e gli chiese: "Ma tu chi sei?" Questi, indispettito, gli rispose: "Screanzato, come ti permetti di darmi del tu e di prenderti tanta confidenza con un principe?!"

Ma Totò, che era il tipo da non avere troppi riguardi per chicchessia, gli rispose: "Ma mi faccia il piacere! Come mai non ha detto: lei non sa chi sono io e non ha aggiunto: parli come badi!?" Poi, ricordandosi che il suo compito non era quello di litigare con Totò, ma quello di assisterlo, gli disse: "Su, via! Mi dica pure che i miei modi sono interurbani e che ogni limite ha una pazienza! Tanto, anche se me lo dice, io non mi offendo!" Il principe, guardando la sua maschera con distacco e indulgenza, le rispose: "Vi prego, non mi attribuite frasi che siete abituato a dire solo voi!"

Poi, siccome era fondamentalmente buono ed incapace di mantenere le distanze con chicchessia, si sedette insieme a lui su una panchina e, mentre il cane se ne stava accucciato ai suoi piedi, gli raccontò la storia della sua vita, cominciando da quando, bambino, invece di giocare a pallone o a nascondino come gli altri bambini del suo quartiere, si divertiva a seguire per strada le persone più curiose e stravaganti che poi imitava, una volta rientrato a casa.

E' per questo motivo che nel suo quartiere lo chiamavano "'O spione". Con tale epiteto i suoi conoscenti non volevano offenderlo; ma intendevano dire solo che lui "spiava" gli esseri umani per poterli far rivivere nelle sue esibizioni, proprio come un vero pittore fa rivivere i suoi personaggi sulle tele che dipinge. Poi gli raccontò della sua povertà, dei disagi provati nel non potersi permettere le cose più essenziali, della sua vita di bambino scavezzacollo che amava stare per la strada più che a scuola, della sua precoce passione per la recitazione e per il teatro, delle sue prime esibizioni nelle feste di quartiere; gli parlò del suo debutto negli squallidi teatrini napoletani e dei suoi primi lavori di attore di avanspettacolo; insomma gli sciorinò tutta la sua vita fino a quando il destino non aveva stabilito di fargli incontrare lui, sì, proprio lui: Totò.

"Ma che male ho fatto per tenerti appiccicato addosso a me?– disse ad un certo punto Antonio de Curtis tra il serio ed il faceto– Stavo così bene da solo!" Totò, dopo averlo ascoltato con grande attenzione, gli rispose: "E qui ti volevo! Adesso la tua solitudine è finita. Il destino ci ha uniti per sempre, e per sempre staremo insieme nel bene e nel male, come due innamorati che si uniscono in matrimonio. Da qualche parte, lassù, c'è chi ha stabilito che io ti devo servire, coccolare e che insieme dobbiamo percorrere una lunga strada che ci porterà o alla fame o alla gloria".

Antonio de Curtis, cercando di nascondere la sua tenerezza nei confronti di quella maschera, alla quale cominciava ad affezionarsi, le rispose con tono burbero: "Questa è di sicuro il peggiore castigo che poteva capitarmi!". "Parli come badi, signor principe –rispose Totò tra il serio e il faceto–, un giorno si pentirà di ciò che sta dicendo e mi sarà riconoscente per la gloria che sarò in grado di procurarle. Suvvia, non sia insofferente! Vedrà che lei ed io ci troveremo molto bene insieme. Ci esibiremo nei teatri di tutta Italia, e il pubblico si abituerà a volerci bene perché noi due gli faremo patire un sacco di piacere". Disse proprio così quel buffone ignorantissimo di Totò. Il principe lo ascoltava con interesse perché si rendeva conto che quella maschera era piena di idee e poteva essere una gran risorsa in un momento così difficile come quello che stava attraversando.

Il racconto di Antonio de Curtis sarebbe durato ancora a lungo se il cane non si fosse alzato per rincorrere un gatto e se non fosse ormai giunta l'ora di rientrare a casa per il solito e frugale pasto serale. Quando i due si alzarono, per riprendere la via del ritorno, sentirono di essere umanamente più vicini, e Totò cominciò finalmente a capire perché gli dèi lo avevano mandato a sorvegliare quell'uomo che sembrava tanto forte ma che cominciava solo adesso ad apparirgli tanto fragile.

Quel giorno era destinato a chiudersi in bellezza perché, appena varcarono la porta della loro casa romana, furono allietati da una notizia che avrebbe dato un nuovo corso alla loro vita: un impresario li aveva cercati per offrire loro una scrittura in un importante teatro romano. Quell'impresario si chiamava Jovinelli e fu il primo a credere nel talento di quel giovanotto dal corpo magro e disarticolato che sarebbe di lì a poco entrato nella leggenda.

C'è chi dice che, al momento del trapasso, l'anima del grande attore sarebbe stata subito portata da Mercurio prima al Rione Sanità, per un'ultima struggente occhiata al quartiere che gli aveva dato i natali, e, subito dopo, sul monte Olimpo per ricevere gli applausi e gli onori che gli dèi attribuiscono solo a quei pochi mortali che divengono divinità. La cerimonia sarebbe stata presenziata dallo stesso Giove che, chiamato a sé il principe, gli avrebbe collocato sul capo una corona d'alloro e gli avrebbe chiesto di recitare "A livella" che tutti gli dèi già conoscevano a memoria. Alla fine della recita tutti gli dèi avrebbero applaudito e Antonio de Curtis, per la prima volta in vita sua, avrebbe pianto e sorriso per la felicità.

Francesco Saviano


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Arte
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Aggiornamento: 27/08/2015