parte seconda - parte prima

IL CONCETTO DEL "MALE" NEL PECCATO D'ORIGINE


Qualunque definizione del "male" come entità a sé o come sostanza separata o autonoma rispetto al bene, comporta il rischio di un atteggiamento qualunquistico nei confronti delle contraddizioni antagonistiche. Non solo, ma il sostenere (come vuole Agostino) che "il male è assenza di bene" non è ancora sufficiente per persuadere circa la necessità di una transizione, almeno finché non si chiarisce che l'assenza non può mai ipostatizzarsi.

Il male è sempre frutto di una libertà, seppur usata negativamente. Sotto questo aspetto il serpente dell'Eden, posto come tentazione esterna alla donna, ha senso soltanto se lo si considera come il simbolo di un antagonismo che precedeva la caduta. Nel senso che la donna si è lasciata sedurre da una tentazione ch'era già stata posta, come esperienza di vita, prima della trasgressione all'interno della comunità primitiva.

Il suo peccato può essere definito di "origine" solo nel senso che quel tipo di peccato dà sempre origine a un antagonismo sociale nell'ambito di un collettivo, il quale fino a quel momento poteva conoscere l'antagonismo solo come realtà esterna, non avendolo ancora vissuto come realtà interna.

Gli uomini hanno esercitato la loro libertà fin dal momento in cui si sono separati dal mondo animale. Il frutti negativi di questa libertà sono tanto più aumentati quanto meno si è cercato di ostacolarli.

La caduta adamitica altro non vuole rappresentare che la drammaticità di un male il cui spessore è diventato troppo consistente per poter essere affrontato con superficialità. Tant'è che il male, come realtà esterna, per potersi affermare anche come realtà interna, ha dovuto usare una sottile menzogna, quella appunto di voler far credere che la trasgressione avrebbe prodotto il contrario di ciò che ci si sarebbe dovuto aspettare.

Va tuttavia detto che se anche l'uomo si convince interiormente che l'azione della sua libertà non comporterà, in ultima istanza, delle conseguenze negative irreparabili, è comunque difficile, trovandosi egli in una condizione relativamente sicura, che la sua libertà possa giocarsi al di là dello stretto necessario. In altre parole, l'esperienza dimostra che più facilmente il male riesce a far breccia nella coscienza dell'uomo quando questi si trova a vivere in condizioni precarie, difficili, ambigue.

La caduta di Adamo in fondo rappresenta la crisi progressiva di un collettivo che non aveva più fiducia nelle proprie risorse, in quanto si trovava a vivere in una situazione di sbandamento, di indeterminatezza, in cui s'imponeva, con urgenza, la necessità di assumere delle decisioni risolute a favore del recupero dell'identità originaria, pena il rischio di perdere tutto.

Quell'Adamo che dapprima cercò un rapporto di dominio con gli animali e che poi si sentì indotto a cercare nella donna il senso della propria identità (non trovandolo più in se stesso), e che infine si trovò costretto a dover rispettare una proprietà collettiva che avrebbe voluto privatizzare (il giardino dell'Eden) - è un soggetto che ben rappresenta le varie fasi di una crisi progressiva, profonda, che ha determinato il passaggio dal comunismo primitivo allo schiavismo.

Chi dunque arriva a sostenere che lo spessore del male, in conseguenza di quella colpa d'origine, è diventato talmente grande da rendere impossibile una sua piena rimozione, facilmente sarà indotto ad affermare che il male è un'entità a sé stante. Esattamente come Adamo che accusò Eva e questa il serpente.

In realtà il male non esiste come entità autonoma; esiste soltanto l'uomo con la sua libertà. La libertà può compiere scelte negative e queste scelte possono fossilizzarsi in strutture che condizionano anche molto pesantemente il libero arbitrio, inducendo quest'ultimo a riprodurre, se non a perfezionare, le strutture di male in cui esso vive.

Tuttavia l'essere umano non è mai in grado di compiere per puro istinto delle azioni di male, a meno che non lo compia nella più totale inconsapevolezza, come nei bambini privi di raziocinio o nei folli, o anche negli adulti sani di mente che vivono molto superficialmente, ma questa possibilità, se esiste, è limitata nel tempo. Essendo costituito di libertà, l'essere umano, per poter compiere il male, ha prima bisogno di operare una scelta consapevole, più o meno profonda. Ecco perché nessuno può sostenere di aver compiuto il male semplicemente per obbedienza e pretendere di essere creduto.

Sono le convinzioni mentali, per lo più ereditate da determinati stereotipi culturali, che inducono sul piano esistenziale a compiere scelte negative. Chi non accetta di rivedere la logica delle proprie idee e della propria cultura, conferma quella profonda tesi cristiana che dice: "Il male esiste solo per chi lo vuole". Cioè esiste ontologicamente solo se vi si aderisce personalmente.

E' ben noto comunque che la grandezza dell'essere umano sta anche nella capacità di saper trarre il bene dal male più profondo.

CRISTIANESIMO ED EBRAISMO
DAL PECCATO D'ORIGINE ALL'IDEA DI MARTIRIO

Nei confronti del cosiddetto "peccato d'origine" - che altro non è, nel Genesi, se non la rappresentazione simbolica del distacco dalla vita comunitaria primitiva (pre-schiavistica) -, la chiesa cattolica ha sempre assunto un atteggiamento piuttosto fatalistico, che si è andato accentuando in quella protestante.

Infatti, mentre la chiesa ortodossa ha sempre sostenuto l'impossibilità o l'insensatezza di una trasmissione ereditaria (genetica) di quel peccato, poiché ciò impedirebbe all'uomo la possibilità di una libera scelta, e ha preferito limitarsi a credere che gli uomini soffrono i condizionamenti storici (sociali ecc.) derivati da quella colpa; la chiesa romana invece ha sempre fatto del peccato originale uno dei principali pretesti per indurre gli uomini a rinunciare a qualunque forma di liberazione terrena.

Qui è bene sottolineare che il criterio interpretativo del cattolicesimo romano, in merito al racconto del Genesi, è piuttosto regressivo anche rispetto a quello ebraico, poiché, mentre gli ebrei, attraverso quel racconto, volevano evocare la nostalgia di un paradiso perduto e suscitare quindi il desiderio di ritrovarlo sulla terra, l'esegesi cattolica, al contrario, si serve di quel racconto per sostenere che sulla terra non è possibile alcun paradiso e che quello adamitico è stato perduto una volta per sempre, e che l'unico paradiso possibile è quello dei "cieli", ideato e costruito unicamente da dio, senza concorso umano.

L'idea ebraica di poter realizzare il paradiso nell'ambito di una particolare nazione, circondata dall'inferno di altre nazioni "pagane", caratterizzate da rapporti di tipo schiavistico, non era un'idea del tutto peregrina.

Discutibili forse furono i modi usati per realizzarla (il regno davidico, p.es., ha senza dubbio conosciuto momenti di forte intolleranza), ma il torto maggiore degli ebrei fu un altro, quello di non aver compreso con sufficiente chiarezza che il desiderio di liberazione appartiene ad ogni uomo e che un popolo libero non può essere delimitato da confini geografici. Il concetto di "nazione eletta" esprime un certo pessimismo nei confronti del diritto a una libertà universale dall'oppressione. E' il genere umano che va considerato "eletto", non un popolo particolare, anche se può esserci un popolo migliore di altri (nella loro esperienza di liberazione gli ebrei hanno prodotto una cultura di inestimabile valore. Il fatto stesso che il cristianesimo sia di derivazione ebraica la dice lunga: la rinuncia al concetto di "nazione eletta" in fondo nasce proprio all'interno del fariseismo).

In sé dunque non è sbagliata l'idea di voler realizzare la giustizia in una nazione particolare; è sbagliata l'idea di credere che tale realizzazione sia possibile solo entro quella nazione, in virtù della propria particolare storia e cultura. Su questo la chiesa cattolica avrà sempre ragione.

Tuttavia, non ha senso -come poi ha fatto la chiesa romana- porre come alternativa a questo limite della civiltà ebraica la rinuncia a lottare per la giustizia sociale, nell'attesa di ottenerla, come premio della propria rassegnazione, nel cosiddetto "regno dei cieli".

La chiesa romana avrà sempre ragione contro quanti sostengono che per realizzare il bene è sufficiente rispettare la legge, ma avrà sempre torto quando sostiene che per realizzare il bene è sufficiente aver fede in dio, praticandone le opere (che poi l'opera principale, per questa chiesa, è, in ultima istanza, l'obbedienza al pontefice).

Dio è un ente così astratto che la fede riposta in lui può assumere delle manifestazioni tutt'altro che umane. Quando p.es. si afferma che il vero cristiano è colui che imita il Cristo, si rischia facilmente di cadere in un'aberrazione ideologica, in quanto, essendo il Cristo vissuto duemila anni fa, qualunque pretesa di contemporaneità col suo messaggio può essere facilmente il frutto di un'interpretazione irrazionale. E questo nonostante i vangeli, di cui si dice siano la quintessenza dell'umanità dell'uomo. Cioè anche se i vangeli esprimessero fedelmente il messaggio di Cristo (il che comunque non è), resterebbe sempre da dimostrare che l'applicazione alla lettera dei loro principi costituisca il meglio per l'uomo contemporaneo.

Non è singolare che quanti dicono di voler "imitare Cristo", si concentrino soprattutto sul momento critico della crocifissione, senza rendersi conto che possono essere esistiti dei martiri la cui vita non è stata affatto un modello di esemplarità? Una morte cruenta può forse essere di per sé indice di santità? (E questo senza considerare che per i cattolici il martirio del Cristo fu addirittura da lui "desiderato", proprio allo scopo di togliere l'ira di dio che pesava sugli uomini dal giorno del peccato originale. Non sono forse i vangeli che a più riprese sostengono che il Cristo "doveva" morire?)

Non è assurdo (o se vogliamo ingenuo) pensare che il senso della vita di un uomo possa essere racchiuso nel fatidico e breve momento della sua morte? Non è forse una forzatura credere che il martirio di una persona possa riscattare, di colpo, un'intera vita vissuta con disperazione o risentimento?

Certo, il dolore che si subisce ingiustamente può impressionare, può anche farci credere che tutta la vita di quel martire sia stata caratterizzata da lealtà e sincerità (quando mai in fondo si parla male dei morti? e quando mai si dice che da vivi erano state delle persone ingiuste?), ma una conclusione del genere sarebbe sicuramente affrettata, dettata come minimo dall'emotività.

Per poter veramente capire se una persona è degna di fiducia, si ha bisogno di metterla alla prova, cercando di conoscerla mentre è "viva". E questa fiducia va ogni volta riguadagnata, poiché è nella natura umana essere incostanti.

Quando la chiesa romana sostiene che il momento più alto dell'amore di Cristo per il mondo, è avvenuto nel momento del patibolo, essa dimentica di aggiungere che la scelta del martirio non poteva che essere stata dettata da ragioni di opportunità, che spesso hanno quanti lottano davvero per la giustizia.

Ci si sacrifica per salvare gli altri più che se stessi, non per uno strano senso del dovere o per una follia personale, ma semplicemente perché si ritiene che quella sia la soluzione migliore per il proseguimento dell'ideale di liberazione.

Dunque "salvare gli altri" non tanto dall'ira di un dio vendicativo, che dai tempi di Adamo ha conservato rancore per il genere umano, quanto piuttosto dalle conseguenze dell'immaturità degli uomini, del loro primitivismo. Gli uomini vanno educati con la persuasione alla democrazia, costasse anche il sacrificio di sé.

In tal senso il martirio può anche servire a "salvare se stessi" dalla tentazione di voler imporre con la forza i propri ideali. O forse si preferisce l'immagine di un Cristo che sceglie il martirio per riscattare agli occhi dei propri seguaci una vita trascorsa in maniera insulsa, piena di delusioni e di fallimenti?

Gli uomini hanno bisogno non di essere colpiti emotivamente da gesti eclatanti, ma di essere coinvolti attivamente in un'esperienza significativa per la loro vita quotidiana. Abbiamo bisogno di incontrare persone normali che vivano un'esperienza gratificante sul piano della giustizia sociale, e non persone eccezionali che vivono secondo i criteri del più puro individualismo.

Le persone normali non hanno mai la pretesa di "imitare Cristo" e di imitarlo addirittura fino al Golgota. E' assurdo pensare di poter imitare una persona al punto da identificarsi totalmente con la sua storia personale. Una identificazione del genere sarebbe altamente improbabile persino se si finisse realmente sulla croce.

Peraltro, l'idea stessa di voler affermare una stretta coerenza tra ideale di assoluta perfezione e prassi quotidiana (sempre piena di contraddizioni), a partire dal supremo sacrificio di sé, cioè a partire dalla logica del martirio (la sola con cui si crede di poter nascondere il proprio vuoto), è un'idea che riflette una concezione di vita secondo cui, non potendo esserci vera felicità sulla terra, l'unica possibile è quella che assume consapevolmente la sofferenza, il dolore, come criterio di vita.

"Chi soffre ha sempre ragione" -dice l'integrista. Questa affermazione però non viene detta coll'intenzione di vedere l'oppresso liberarsi dalla sofferenza; al contrario, essa è un invito a vedere nella propria oppressione una fonte di felicità per l'aldilà.

Un integrista, al pari di chiunque soffra di gravi disturbi psicopatologici, lo si riconosce sempre da almeno una di queste caratteristiche:

1. non compie mai nessuna vera autocritica;
2. non ha alcun senso della storia;
3. non riconosce alcun valore alle ideologie diverse dalla propria.

IL DOGMA DEL PECCATO D'ORIGINE E LA PROPRIETA' PRIVATA

Il dogma del peccato originale avrebbe senso se non inducesse l'uomo alla rassegnazione, ovvero a sperare solo nella libertà post-mortem.

Sul piano metaforico, infatti, equiparando il concetto di "dio" alla situazione storica del "comunismo primitivo", non sarebbe sbagliato sostenere che il peccato più grave dell'umanità è stato quello di aver affermato il principio dell'individualismo (che ha generato anzitutto lo schiavismo) contro quello del collettivismo.

Forse si potrebbe addirittura sostenere che nel racconto la donna rappresenta l'esigenza di stanzialità e quindi di privatizzazione dei frutti della terra contro la prassi dominante del nomadismo, in cui l'uomo raccoglitore-cacciatore si riconosceva da millenni.

E' fuor di dubbio che gli uomini dovranno tornare al collettivismo, poiché sotto l'individualismo la tendenza è quella della distruzione dei rapporti umani e dei rapporti con la natura e quindi, in definitiva, è quella dell'autodistruzione.

Fino ad oggi l'umanità non ha fatto altro che sperimentare varie forme di società individualistiche: schiavismo, servaggio, capitalismo.... Lo stesso socialismo amministrato è stato una forma autoritaria di individualismo: il capo dello Stato-partito era un despota, esisteva una nomenklatura privilegiata, la burocrazia schiacciava le esigenze sociali, ecc.

Il collettivismo o è libero o non è, o è accettato consapevolmente dai suoi componenti, oppure è una forzatura.

Tuttavia, affinché venga accettato liberamente, conditio sine qua non è la fine della proprietà privata dei mezzi produttivi: è proprio questa infatti che toglie, a chi non ne dispone, il diritto di vivere.

La proprietà privata o è per tutti, nel senso che a tutti viene effettivamente garantita, oppure è sempre e solo di pochi privilegiati o di persone senza scrupoli.

E' ovvio che nella misura in cui una proprietà privata venga assicurata a chiunque la voglia, lo stesso concetto di "proprietà privata" viene ad assumere un significato molto diverso da quello attuale.

Oggi ci si appropria di un bene senza preoccuparsi minimamente che altre persone possano fare la stessa cosa. Non solo, ma oggi ci si appropria di un bene fingendo di non sapere che certi beni non possono essere posseduti senza fare, nel contempo, un danno a qualcuno (si pensi p.es. alle materie prime, alle fonti energetiche, ecc.).

In via generale dovrebbe valere il principio secondo cui va garantita la proprietà personale finché tale proprietà non viene usata per sfruttare il lavoro altrui, oppure finché il diritto altrui di vivere viene rispettato anche a prescindere da tale proprietà.

CONCLUSIONI

Quando arriveremo a capire, dopo aver percorso tutte le tappe del processo storico basato sull'individualismo (schiavismo, servaggio, lavoro salariato...), che la realizzazione dei valori veramente umani è possibile solo in una forma di esistenza collettivistica, in cui la persona venga valorizzata come tale e per i rapporti sociali che la caratterizzano, la storia dovrà necessariamente subire una svolta radicale, poiché sarà molto forte la percezione d'essere tornati alle origini dell'umanità, cioè nel periodo in cui prendeva corpo la formazione dell'essere umano.

Gli uomini avranno allora la sensazione di aver percorso un cammino inutile, e solo la possibilità concreta di vivere un'esistenza completamente diversa rispetto a quelle abbandonate, potrà ridare loro il senso della vita. Quando gli uomini si volgeranno indietro a guardare tutto il loro passato, assumendolo in piena consapevolezza storica dei suoi limiti, non potranno desiderare di ritornare, sic et simpliciter, nell'innocenza primitiva, perché questo non sarà più possibile.

Una cosa infatti è vivere l'innocenza nell'ignoranza di ciò che può accadere se ci si separa dal collettivo; un'altra è vivere l'innocenza nella consapevolezza di quali incredibili guasti può procurare un'esistenza individualistica.

Gli uomini avranno bisogno di misurare la loro libertà non in una situazione che li costringa, in un modo o nell'altro, a restare uniti, ma in una situazione in cui il collettivismo sia vissuto in maniera totalmente libera. Gli aspetti interiori della coscienza dovranno prevalere su quelli della materialità della vita, ma solo perché questi saranno già stati in qualche modo risolti.

La rivalutazione del collettivismo dovrà essere il frutto non tanto della consapevolezza della negatività dell'individualismo, quanto piuttosto il frutto di una libera scelta. Lo sviluppo della coscienza sarà il compito principale del futuro. Ma perché ciò avvenga occorre che siano risolte le contraddizioni antagonistiche della vita materiale, o comunque occorre che gli uomini si educhino ad affrontare tali contraddizioni con impegno non meno forte di quello che dovranno dimostrare per le contraddizioni non materiali.

Primati assoluti non si devono concedere a nessun aspetto della vita umana, ma solo all'essere umano nella sua interezza. La falsità dell'idealismo è stata proprio quella di averne concesso uno alla coscienza, dimenticandosi degli antagonismi materiali, o illudendosi di poterli risolvere con l'unico strumento del pensiero, senza trasformazioni sociali. Il materialismo storico-dialettico è caduto nell'errore opposto.


ADAMO E LA PENA DI MORTE

Il racconto del Genesi sulla “caduta” del primo uomo, risulta essere particolarmente contrario all’uso della pena di morte.

In una qualunque altra tradizione dell’epoca in cui è stato scritto quel racconto, un trasgressore della legge come Adamo sarebbe stato certamente punito con la morte, se il governo avesse deliberato che cogliere mele da un determinato albero fosse un reato grave.

L’autore del racconto doveva invece essere favorevole a una forma di pena rieducativa, che implicasse il recupero del colpevole (ciò che nel racconto non avviene però in maniera integrale, in quanto il paradiso è “perduto” per sempre).

Singolare è il fatto che l’autore è anche contrario a usare la sentenza capitale nei confronti dell’assassino Caino. Sotto questo aspetto, e messo in relazione al suo tempo, il racconto ha dei contenuti decisamente democratici e innovativi.

Ciò che con esso si vuole evitare è l’idea che, nei confronti dei reati umani, si possa compiere una sorta di giustizia sommaria, ovvero l’idea secondo cui l’unico modo per ottenere giustizia è quello di esigere una vendetta, un risarcimento pari al danno arrecato.


PRODUZIONE E RIPRODUZIONE

Con la nascita del genere umano si ha l'impressione che la natura abbia realizzato una duplice svolta: da un lato ha trasformato l'animale in quanto "prodotto di natura" in "produttore naturale", in grado cioè di modificare sensibilmente e in maniera consapevole l'ambiente; dall'altro ha permesso a questo produttore di autoriprodursi.

Se prima dell'essere umano esistevano dei produttori capaci come l'uomo di modificare sensibilmente e consapevolmente l'ambiente, ebbene è solo con l'essere umano che possiamo constatare questa facoltà riproduttiva.

La peculiarità di questo evento consiste nel fatto che la facoltà di riproduzione è strettamente connessa con un limite temporale di sopravvivenza dell'essere umano (come individuo singolo) e della sua stessa specie, in quanto l'ambiente in cui questa specie vive non è destinato a durare in eterno.

Forse non è azzardato dire che con la nascita dell'essere umano la natura ha raggiunto le sue massime possibilità produttive, nella consapevolezza dell'imminenza dello scadere di un tempo prefissato. Il tempo costituisce l'esserci, ma un esserci fisico, non metafisico.

Indubbiamente la presenza di un corpo fisico è conditio sine qua non per la riproducibilità dell'essere umano. Non si comprende tuttavia il motivo per cui la natura abbia prima prodotto un essere intelligente, unico al mondo, e poi lo abbia dotato della facoltà della riproducibilità mediante un corpo soggetto a caratteristiche negative quali i bisogni, l'invecchiamento, la malattia e la morte.

Quello che non si capisce è se queste caratteristiche negative sono un prezzo che l'essere umano deve pagare a causa della propria riproducibilità o a causa della propria unicità nel cosmo.

Cioè in sostanza che bisogno aveva la natura di creare un essere unico al mondo, capace di riprodursi autonomamente e praticamente all'infinito, senza sottrarlo alla morte?

Qui si ha l'impressione che il passaggio non sia avvenuto da animale a uomo, poiché l'animale non è produttore ma prodotto, ma da produttore irriproducibile a produttore riproducibile. Il produttore irriproducibile, di cui noi non sappiamo nulla, ma che possiamo immaginare superiore all'animale, non aveva le suddette caratteristiche negative, ma neppure la facoltà di riprodursi.

Questo quindi significa: 1) che nell'essere umano vi sono in realtà tutte le caratteristiche del produttore irriproducibile, più una, connessa alla presenza del corpo, che è appunto quella della riproduzione; 2) che le suddette caratteristiche negative riguardano esclusivamente le funzionalità del corpo umano e non l'interezza dell'essere umano, la sua specificità ontologica.

Se un corpo non fosse soggetto alla morte, la riproduzione non avrebbe senso; ma se il corpo è parte di un essere in grado di produrre, allora è evidente che nell'essere umano esiste qualcosa che va oltre l'esigenza di riprodursi fisicamente.

La natura, con l'essere umano, ha tentato un esperimento su di sé. S'è trasformata da luogo in cui esercitare la facoltà di produrre a luogo in cui uno dei suoi prodotti è capace di autoriprodursi, interagendo con lo stesso ambiente in cui vive.

Dialogo a distanza


Enrico Galavotti - Homolaicus - Storia - Metodologia della ricerca storica