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CONCLUSIONE
La religione nasce quando i problemi della vita vengono percepiti come troppo difficili da affrontare con soluzioni di tipo naturale. Quanto più le contraddizioni si acuiscono, tanto più, in assenza di progetti alternativi all'antagonismo sociale, si cerca di risolverle in maniera astratta o riduttiva, trasformando le proprie aspettative in un'istanza sovratemporale, in cui l'azione riparatrice di qualcuno viene considerata miracolosa. In una situazione di così forte disagio socio-esistenziale è facile elaborare un culto dei propri morti, al fine di guadagnarsi la loro protezione. Ma è solo nel passaggio da tale culto al politeismo che la religione diventa uno strumento nelle mani del potere, un diversivo con cui tenere le masse lontane dall'idea di poter rivendicare qualcosa. I racconti che narrano il passaggio dalla creazione alla caduta possono essere letti anche come il tentativo da un lato di fare del singolo un criterio di verità e, dall'altro, di abbellire con forme illusorie il dramma del fallimento di questo criterio. Pur parlando di riconciliazione della creatura col creatore, la religione contribuisce a tenere l'umanità il più lontano possibile dalle proprie origini. Il racconto della creazione, descritto nel Genesi, è in tal senso emblematico. Esso fu scritto quando lo schiavismo era prevalente e l'autore s'immagina un periodo in cui ancora esisteva il collettivismo egualitario, cui l'uomo rinunciò volontariamente, sotto la propria responsabilità, senza poter ovviamente immaginare tutte le conseguenze di questa decisione. Il testo, in origine, voleva essere laico, in quanto dio, nella descrizione che se ne fa, non appare più grande dell'uomo; successivamente però esso è stato manipolato da una mano religiosa, probabilmente in un momento in cui si dava per scontato che lo schiavismo non poteva essere più superato, ritornando alle origini. L'esigenza di credere in un dio diverso dall'uomo era conseguente al fatto che l'uomo, essendo schiavo, non riusciva più a credere in se stesso. E in questo generale sentimento di mortificazione i sacerdoti avevano buon gioco nel prospettare consolazioni illusorie. Che il testo sia nato "laico" lo si nota in tutta una serie di strane espressioni, come p.es. "facciamo l'uomo", "a nostra immagine e somiglianza", "lo spirito aleggiava sulle acque", "il settimo giorno si riposò", "dio passeggiava nel giardino". "Facciamo" indica una decisione collettiva, incompatibile con la monarchia divina (che nell'ebraismo ha un carattere assoluto, così come nell'islamismo), e può anche rimandare a una contestuale presenza femminile, all'origine della creazione (che peraltro nel testo è creazione della terra e del suo sistema solare, non dell'universo, la cui eternità e infinità viene data per scontata). Ciò inoltre è confermato dal fatto che la parola "uomo" non voleva affatto dire "maschio", ma maschio e "femmina": "uomo" e "uoma", si dovrebbe tradurre. Che in origine ci sia un elemento femminile è palese, in lingua ebraica, anche là dove è scritto che "lo spirito aleggiava sulle acque". Lo spirito (ruah) non è di genere maschile o neutro, ma è proprio femminile. Dunque "a nostra immagine e somiglianza" può voler dire soltanto alcune cose molto precise (come d'altra parte è precisa la formulazione tecnica che l'autore ha voluto usare):
Il fatto poi che un dio abbia bisogno di "riposarsi" dalla sua fatica, non gioca certo a favore della sua onnipotenza, ma semmai della sua umanità. Egli era così familiare all'uomo e alla donna che questi potevano tranquillamente incontrarlo e parlargli di persona, nel cosiddetto "giardino" (che non necessariamente era una "foresta"). Insomma tutto quanto dà l'impressione, nel racconto della creazione, che dio sia qualcosa che va oltre l'umano, va considerato come un'interpolazione da parte delle caste sacerdotali. |
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