STUDI SULL'ANTICO TESTAMENTO


LA PAZIENZA DI GIOBBE

zoom: Albrecht Durer, Giobbe, Stadel Kunstinstitut, Francoforte zoom: Bartolo di Fredi, Giobbe, Duomo di S. Gimignano (part.)

Giobbe era davvero un fatalista o era più astuto di Ulisse? Quando nell'espropriazione sofferta di tutti i beni, dei dieci figli e nella terribile malattia della lebbra, egli, senza scomporsi, rifiuta decisamente la soluzione dell'ateismo, lo fa per convinzione o perché pensava che anche in quella tristissima condizione egli avrebbe continuato a restare al centro dell'attenzione? Giobbe forse sa che il riscatto prima o poi arriverà?

Egli sa di appartenere a un popolo, sa che la sua fortuna dipendeva dalle sue relazioni tribali: ora non può non aspettarsi che la stessa tribù lo venga a togliere da quel mostruoso impaccio. Giobbe non cercherà una soluzione personalistica come Ulisse, non si affiderà alle risorse della propria intelligenza, non rischierà di compiere qualche arbitrio e soprattutto non metterà a repentaglio la vita dei suoi amici, ma aspetterà con pazienza che qualcuno venga ad aiutarlo.

Giobbe è stato intelligente proprio nel senso che ha saputo sfruttare la negatività per continuare a restare sulla cresta dell'onda, attenuando il più possibile gli effetti della devastazione che l'aveva colpito. Per il resto s'è affidato al proprio background di esperienze e di conoscenze, al pregresso di quelle relazioni sociali che gli avevano permesso di acquisire potere e ricchezze. Ha giocato una partita a poker e l'ha vinta. Ha scommesso che la fiducia nel prossimo non sarebbe stata mal riposta.

Certo è che leggendo il racconto sino in fondo si ha l'impressione che la tesi sia un'altra, quella secondo cui nelle disgrazie più terribili l'ebreo riesce a cavarsela anche senza l'aiuto di amici e parenti: gli è sufficiente aver fiducia nelle proprie convinzioni (che nella fattispecie sono filosofico-religiose). Forse l'autore (singolare o plurale non importa) ha voluto dimostrare che, in mezzo alla generale corruzione, insipienza, conformismo della fede, qualcuno può sempre staccarsi dalla massa e apparire migliore degli altri.

Ma chi era Giobbe e quando fu scritto il poema? Giobbe anzitutto non è un nome proprio di persona, in quanto vuol dire "odiato, perseguitato": non è quindi da escludere che in lui si debba vedere una qualche tribù ebraica di confine, più soggetta di altre alle pressioni, anche violente, delle popolazioni limitrofe. Considerato il capolavoro letterario della corrente sapienziale, il testo, rimaneggiato a più riprese, venne scritto nel V o al massimo IV secolo prima della nostra era, in un ambiente post-esilico, in cui alla preoccupazione per le sorti del paese era subentrata quella per i destini dell'individuo.

Resta un libro a sé, difficilmente collegabile ad altri dell'Antico Testamento. Il suo autore è del tutto sconosciuto: la leggenda lo attribuisce a Mosé o a uno dei suoi protagonisti, Eliu. D'altra parte Giobbe, che nel testo appare residente tra l'Arabia e il paese di Edom, era in parte estraneo alla comunità d'Israele, al punto che qualche esegeta ha ipotizzato che in origine il testo sia stato scritto in arabo. Il profeta Ezechiele nomina Giobbe come una persona reale, insieme a Noè e Daniele (Ez 14,14).

I quattro interlocutori di Giobbe rappresentano, in un certo senso, tutta la migliore cultura arabo-ebraica dominante, la quale, di fronte al particolare caso in questione: le sofferenze del giusto, sostiene la tesi che Giobbe deve aver mancato in qualcosa o stia pagando il prezzo d'una colpa altrui. In ogni caso di fronte a Dio egli ha torto, come d'altra parte ogni uomo. Lo stesso Jahvé, alla fine del racconto, interviene di persona, facendo capire a Giobbe che è arrogante la pretesa di voler sondare la volontà divina. Dopodiché decide di premiarlo per la sua pazienza, restituendogli tutto con gli interessi.

Non dimentichiamo che gli ebrei non credevano in una retribuzione ultraterrena. Per loro il caso di un giusto sofferente risultava inspiegabile in una prospettiva di lungo termine. La sofferenza andava considerata soltanto come una prova da superare, delimitata nello spazio e nel tempo, dopodiché la pazienza, la lungimiranza, l'accortezza e tutte le altre virtù del giusto sarebbero state premiate, hic et nunc.

Gli ebrei (o comunque le popolazioni semitiche) non avevano il senso cristiano dell'aldilà, proprio perché s'impegnavano con tutte le loro forze a migliorare le condizioni di vita della loro esistenza, dentro o fuori della "terra promessa". La rinuncia volontaria ai beni terreni per vivere un'esistenza povera e più spirituale era per loro inconcepibile; anche perché si aveva bisogno di credere che la fede religiosa trovasse sulla terra una conferma ben visibile e tangibile.

Si rifiutava l'eccessivo spiritualismo proprio perché si temevano gli eccessi qua talis, in cui facilmente l'uomo può perdersi. Gli ebrei si sentivano parte di un popolo e in questa realtà volevano vivere un'esistenza tranquilla, in cui i problemi materiali dovevano essere risolti dalla reciproca collaborazione. Ecco, in tal senso, forse Giobbe rappresenta una forma di ebraismo sui generis, un po' borderline, influenzato da un certo arabismo individualistico.

Le risposte degli amici di Giobbe al dramma della sofferenza avvertita come ingiusta sono le seguenti:

  1. la felicità degli empi è di breve durata;
  2. le disgrazie del giusto saggiano la sua virtù;
  3. la pena castiga colpe inavvertite o commesse per ignoranza, debolezza, omissione;
  4. Dio castiga per prevenire colpe più gravi e per guarire il peccato d'orgoglio (quest'ultima giustificazione della sofferenza è la più originale, essendo le altre già delineate nella letteratura precedente).

Come noto, il cristianesimo risponderà all'angoscia di Giobbe con le parole di s. Paolo: "le sofferenze del tempo presente non sono affatto da paragonare con la gloria che ha da essere manifestata a nostro riguardo" (Rm 8,18); "Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono son solo per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne" (2 Cor 4,17-18)".

A una domanda "terrena" il cristianesimo darà una risposta "ultraterrena", una risposta che di "storico" non avrà nulla. Il cristianesimo infatti dà per scontato che lo schiavismo (il male) sia invincibile sulla terra e che la liberazione (il bene) sia possibile solo nei cieli. Ecco perché Giobbe attende ancora una vera risposta "umana".

Dove sta la mistificazione nel libro di Giobbe? Sta nel fatto che non ci viene detto come Giobbe si fosse così enormemente arricchito. Ci viene semplicemente detto ch'egli, pur essendo ricchissimo, era un uomo molto pio; anzi ci si lascia quasi capire che la sua ricchezza e la sua religiosità erano strettamente correlate.

Possiamo infatti immaginarci Giobbe come un uomo molto prudente, accorto, capace di fare valutazioni di opportunità: non aveva rinunciato alla religione per arricchirsi, ma, al contrario, l'aveva considerata come un elemento ineludibile della propria aspirazione al benessere materiale. Intuendo che sarebbe stato più facile arricchirsi con la religione che non coll'ateismo, Giobbe era diventato un uomo non semplicemente benestante, ma incredibilmente ricco: "era l'uomo più importante tra quelli che vivevano a est di Israele"(1,3).

Eppure se è vero che Giobbe non aveva il coraggio di rinunciare alla religione, proprio perché temeva di perdere, senza di essa, tutto il benessere materiale, che con essa si era guadagnato, è anche vero che nel racconto Satana rappresenta in certo senso proprio la tentazione di rifiutare la religione dopo l'acquisizione del potere economico e politico.

Il demonio è la tentazione dell'ateismo, la coscienza inquieta che vorrebbe portare Giobbe a liberarsi delle proprie radici culturali, dei propri valori esistenziali, in cui ha creduto più per convenzione che per convinzione.

Giobbe non è un eroe della fede, ma una mezza figura, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita a trovare il modo per arricchirsi, rispettando le regole dominanti, senza mai manifestare apertamente il proprio pensiero. Egli non s'era mai chiesto se le proprie immense fortune potessero essere il frutto di un rapporto negativo col prossimo. Lui sapeva soltanto che religione e agiatezza non era incompatibili e ora che aveva acquisito un'immensa agiatezza si chiedeva se non poteva rinunciare alla religione.

Giobbe è un borghese ante-litteram, ma di tipo semitico, cioè legato a un contesto sociale significativo, carico di tradizioni ancestrali, in cui l'individuo deve sentirsi necessariamente parte di un collettivo. La mistificazione del racconto sta proprio in questo, che si vuol far dipendere la ricchezza di Giobbe dal fatto ch'era molto religioso. Qui viene anticipata di mille anni la filosofia calvinista. Giobbe era sì lacerato interiormente, ma solo perché per tantissimo tempo aveva tenuto nei confronti della religione un rapporto "politicamente corretto".

Anche quando gli capitano tutte le peggiori disgrazie possibili, egli non esprime forse una filosofia della rassegnazione quando si domanda: "Se da Dio accettiamo il bene, perché mai non dovremmo accettare il male?"(2,10)? Forse una persona indigente, che non ha mai posseduto nulla, può fare una considerazione del genere? Ma se essa può essere formulata soltanto da un rappresentante dei ceti più facoltosi, che significato può avere?

Supponiamo ora che Giobbe non fosse quella persona retta e proba descritta nel libro, ma che fosse invece avida e cinica. Supponiamo per un momento ch'egli volesse far vedere che tutte le sue immense proprietà non erano state ottenute sfruttando il lavoro altrui, ma grazie alla benevolenza divina, a che cosa sarebbe servito pubblicare un libro del genere? Non sarebbe forse servito a titolo propagandistico, al fine di dimostrare che nell'eventualità di una situazione assolutamente disastrosa, Giobbe non avrebbe reagito in maniera scomposta, bensì con tutta la dignità di un imprenditore filosofo?

Ma se Giobbe scrisse una storia che lo faceva apparire saggio e lungimirante, quand'egli nella realtà era uno schiavista in piena regola, il suo motto preferito: "Se da Dio abbiamo accettato il bene, perché non dovremmo accettare il male?", a chi in realtà era riferito? Se uno schiavista ricchissimo dà il buon esempio di fronte a qualunque cosa possa capitargli, anche la più negativa possibile, i suoi schiavi, che non sono mai stati ricchissimi e che per questa ragione avranno molto meno da soffrire nelle loro ulteriori disgrazie, non hanno forse un motivo in più per comportarsi nella stessa maniera?

Perché diciamo che la filosofia di Giobbe, ai fini della liberazione sociale, non vale nulla? Forse perché, come dicono i cristiani, egli non spera in una retribuzione ultraterrena ma la pretende qui ed ora? Se fosse così, dovremmo dire che Giobbe è infinitamente più saggio del più saggio di tutti i teologi cristiani. Dovremmo anzi chiederci come sia stato possibile che una teologia spiritualistica abbia potuto rappresentare un progresso nei confronti di una filosofia materialistica.

In fondo Giobbe rappresenta ancora la possibilità di una rivendicazione umana naturale, a fronte di una completa passività da parte del cristianesimo. Per quale motivo dovremmo considerare la rinuncia a una retribuzione terrena come una forma più alta di spiritualità? E se la considerassimo invece, alla stregua di Nietzsche, come una forma di pusillanime debolezza? Se di fronte alle tragedie della vita deve scattare in noi il meccanismo dell'autocommiserazione, nella sola speranza di ottenere qualcosa oltre la vita, non è forse da preferire la posizione contestativa di Giobbe?

E poi, in ultima istanza, anche Giobbe appariva un rassegnato: dunque che differenza c'è tra la rassegnazione cristiana e quella ebraica? Ha davvero senso sostenere che quella cristiana non è una forma di vittimismo o di frustrazione autoimposta solo perché si ha la certezza di una retribuzione ultraterrena in virtù della resurrezione del Cristo? Al cospetto dei tanti interrogativi che si è posto Giobbe, di fronte alla sua dichiarata e vantata innocenza, il cristiano ha soltanto da far valere la tesi secondo cui qualunque sofferenza patita su questa terra troverà la sua piena ricompensa nei cieli? Davvero Giobbe, se avesse potuto ascoltare una spiegazione così consolatoria per le sue indicibili sofferenze, ne avrebbe tratto grande giovamento?

Ma perché se il cristianesimo non può costituire una risposta convincente ai dubbi di Giobbe, siamo costretti ugualmente a dire che, ai fini della liberazione sociale, la sua filosofia di vita non vale nulla? La sua filosofia di vita non vale nulla perché è quella di un aristocratico che ha già ottenuto tutto dalla vita e che, una volta arrivata la tragedia, piange solo per sé, senza preoccuparsi dei destini altrui.

Giobbe non arriva mai a chiedersi se la sua "innocenza" non fosse in realtà una semplice convenzione sociale; se la sua rettitudine e onestà non fossero in realtà una maschera con cui celare i rapporti di sfruttamento che l'avevano immensamente arricchito; se la sua disgrazia non fosse piuttosto un "bene" per la sua manodopera servile.

Giobbe non arriva mai a decentrarsi: ammette sì che davanti a dio può anche aver avuto torto in qualcosa, ma non ammette mai di aver avuto torto nei confronti degli uomini. Sino alla fine del libro egli si proclama innocente, osservante scrupoloso delle norme legali, zelante seguace della religione istituzionale.

La filosofia di Giobbe non fa mai alcuna distinzione tra "realtà" e "legalità": la coincidenza di entrambe viene vista dalla prospettiva non della realtà ma della legalità, la quale, come noto, soffre molto poco del peso delle contraddizioni sociali.

Giobbe in sostanza non si mette mai in discussione e, quando lo fa, è solo astrattamente al cospetto di dio. Giobbe non ha il senso della realtà perché vede solo la "propria" realtà, non ha il senso della storia perché vede solo il suo rapporto col destino.

Ma perché diciamo che la filosofia di Giobbe, pur non valendo nulla ai fini della liberazione sociale, può ancora valere qualcosa ai fini dell'emancipazione culturale?

Tutti i discorsi fatti dai suoi amici possono essere letti come il tentativo di dare una spiegazione alle sofferenze del giusto all'interno dell'ideologia dominante, ch'era di tipo religioso. Giobbe stava soffrendo perché in realtà - secondo loro - non era innocente al 100%, anche se sul piano legale o formale era impossibile stabilire dove o come avesse effettivamente peccato.

Le risposte di Giobbe invece sono il tentativo di dimostrare che le soluzioni di tipo religioso, per delle problematiche etiche del genere, risultano insufficienti, per cui forse sarebbe meglio rinunciarvi del tutto e abbracciare l'ateismo.

In sostanza, tra la richiesta perentoria e sbrigativa della moglie di diventare ateo maledicendo dio e i dubbi esistenziali di Giobbe vi sarebbero di mezzo due cose: i travagli interiori di una persona coscienziosa che non sa decidersi su quale strada prendere; le preoccupazioni formali di una persona abituata all'agiatezza e al potere, che sa di non poter rinunciare alle apparenze.

In questo libro quindi si assisterebbe al tentativo di realizzare una transizione culturale da una concezione religiosa della vita a una tendenzialmente ateistica, maturato all'interno di un ceto sociale facoltoso.

E' singolare infatti come la proposta, avanzata già dal primo interlocutore, Elifaz, di considerare la tragedia personale come una forma di momentanea correzione divina per colpe che non si conoscono, è in fondo la medesima proposta che alla fine del libro viene fatta dallo stesso Jahvè, con la sola differenza che se anche si accetta l'ipotesi di un giusto sofferente, il fatto di considerarsi del tutto innocenti anche di fronte a dio costituisce un peccato d'orgoglio, il che rende legittima la prova da superare. Per quieto vivere Giobbe arriverà ad accettare la soluzione "religiosa", ma non senza aver cercato di lottare in tutte le maniere per ottenerne una di tipo "ateistico".

La religione in fondo è più astuta dell'ateismo, e lo sarà sempre, almeno finché non le verrà tolto il piedestallo su cui si regge, e cioè l'antagonismo sociale, le differenze di classe. Finché Giobbe sosterrà di non aver fatto nulla di grave per meritarsi un castigo così grande, troverà sempre qualche credente che gli risponderà che questa sua stessa affermazione è un peccato d'orgoglio: nessun uomo è giusto di fronte a dio.

Ecco perché schiavi e schiavisti devono rimanere, secondo i cristiani, nella propria condizione. Se di fronte a dio si ha sempre torto, perché mai lo schiavo deve desiderare la libertà? e perché mai lo schiavista deve desiderare l'ateismo? Non lo sa che la religione è lo strumento migliore per tenere sottomessa la fonte delle sue ricchezze?


Fonti

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Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni - Antico Testamento
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Aggiornamento: 10/12/2013