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IL ROVETO ARDENTE COME SIMBOLOGIA DELLA MATERIA
Sull'idea di "resurrezione dei corpi" sappiamo almeno tre cose: che è stata particolarmente sviluppata dai cristiani, che si ritrova in moltissimi racconti mitologici delle religioni pagane, che è presente in alcune correnti (p.es. quella farisaica) nell'ultimo periodo dell'antica cultura ebraica. Eppure, se analizziamo il racconto del "roveto ardente" (Es. 3,6), si ha l'impressione che in maniera simbolica gli ebrei avessero già chiara l'importanza di questo tema. Il roveto che arde senza consumarsi viene visto da Mosè in due modi differenti ma contestuali: come materia e come energia, contemporanei nello spazio-tempo. Poi l'energia diventa così tanta ch'egli è costretto a coprirsi il volto. I Sinottici riprenderanno questo episodio là dove parlano di trasfigurazione del Cristo sul monte Tabor. In questo racconto simbolico-mitologico vi è una parte scientifica (la concezione della materia, strettamente correlata all'energia) e una parte religiosa (l'idea che l'identità di materia ed energia abbia origine divina). Mosè si deve coprire il volto perché, pur avendo compreso la straordinarietà di un fenomeno naturale, appartenente solo agli astri e, in particolare al sole, di cui egli era sacerdote alle dipendenze del faraone Akhenaton, non sapendo come riprodurlo nella dimensione terrena, ne attribuisce la causa a qualcosa di sovrannaturale. Successivamente, il racconto che lo descriverà scendere, col volto raggiante, dalle pendici del Sinai, si preoccuperà di dimostrare ch'egli aveva sperimentato addirittura su di sé la proprietà fondamentale della materia, cioè quella di essere una cosa sola con l'energia. Tuttavia gli ebrei attribuiranno questa scoperta scientifica a motivazioni di ordine religioso, compiendo con ciò un'opera di mistificazione. Resta comunque straordinario il fatto ch'essi, già nell'antichità, in maniera simbolica, avessero intuito come tra materia ed energia vi sia uno scambio di proprietà che non fa perdere a nessuna delle due la propria sostanza. Se ora applichiamo questa intuizione scientifica all'idea di resurrezione di un corpo (che altro non è in fondo che la sua trasformazione materiale) si può arrivare a un'ipotesi che non ha bisogno di alcun supporto religioso. Infatti, se la materia è parte essenziale dell'universo, e se essa è destinata a trasformarsi, in virtù della potenza energetica dello stesso universo, la morte non può essere la fine della materia corporea, ma l'inizio di una nuova forma di vivibilità, di cui ovviamente non possiamo sperimentare nulla finché restiamo in questa dimensione terrena. Materia ed Energia sono in eterno movimento, con dei tempi che possono essere molto lunghi o molto corti, assolutamente relativi all'eternità e infinità dell'universo (si badi che la parola stessa "universo" è relativa in quanto potrebbero esistere dei "pluriversi"). Gli ebrei antichi avevano capito che, per quanto spirituale sia l'essenza delle nostre idee, noi non possiamo mai fare a meno della fisicità in cui esprimerle. Siamo fatti di "corpo" e di corpo resteremo, benché in forme più energetiche di quelle attuali. Il corpo è fatto di istinti e passioni che in un certo senso vanno trasfigurati in modo tale che il loro uso non danneggi la libertà di coscienza, propria e altrui. Questa forma di libertà è, oltre alla materia e all'energia, il terzo elemento fondamentale che costituisce l'universo. Forse l'esperienza che meglio si è avvicinata a questa concezione della fisicità umana è stata quella esicasta, che però ha voluto racchiuderla nella dimensione religiosa. La filosofia palamitica, se viene depurata di tutti gli elementi spiritualistici, resta potente (soprattutto là dove distingue tra essenza ed energia e là dove dice che l'energia ha un'essenza inconoscibile ma sperimentabile attraverso un'illuminazione interiore, che è appunto un'esperienza di tipo energetico. Lui, che era un grandissimo intellettuale, diceva che l'illuminazione spirituale è completamente diversa dalla conoscenza teoretica. Parlava di "negazione della negazione" 300 anni prima di Hegel e aveva già capito ch'era insufficiente come metodo per ottenere un concetto definitivo). |
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