SANSONE E I FILISTEI
Una favola per adulti
Premessa
Più di tremila anni fa, in Palestina, prima ancora che si formasse tra gli
ebrei l'istituzione della monarchia, durante quindi il regime dei Giudici
(1200-1000 a.C.), le tribù conducevano un'esistenza sempre meno nomadica e
pastorale e sempre più stanziale e agricola.
Pur avendo una comune stirpe, esse erano relativamente indipendenti tra loro
e stavano molto a contatto con le popolazioni non ebraiche confinanti: p. es. i
filistei a nord, i cananei al centro, i gebusei a sud.
Queste popolazioni, approfittando della debolezza politica ed economica delle
tribù d'Israele, spesso riuscivano ad avere la meglio sul piano militare.
Una di queste tribù era quella di Dan, che dovette emigrare dalla regione
della Giudea a causa delle pressioni da parte dei gebusei.
Ebbene la storia di Sansone nasce proprio dentro la tribù di Dan. A contatto
con popolazioni straniere più evolute, gli ebrei rischiavano di perdere la loro
identità. Sansone rappresenta appunto la gravità del pericolo che incombeva sui
destini del popolo ebraico.
Nel libro dei Giudici la sua storia è narrata con particolare ampiezza. Il
libro è stato scritto e riscritto più volte nel corso dei secoli: in origine le
storie che racconta si tramandavano solo oralmente. La fusione di tutti i
racconti fu fatta per la prima volta dopo la caduta del regno del nord (722
a.C.), all'epoca del re Ezechia, mentre l'ultima venne fatta all'epoca di Esdra
(450 a.C.).
Capitoli 13-16 del libro dei Giudici

Un giorno un uomo dall'aspetto molto maestoso, ebbe una relazione con una
donna ebrea sposata, che non aveva mai avuto figli dal proprio marito, e la mise
incinta.
Quest'uomo impose alla donna di consacrare a dio con un voto di nazireato (Num
6,1-8) il bambino che avrebbe avuto: in tal modo non ci sarebbe stato bisogno di
riconoscere il vero padre. Il suo unico vero padre sarebbe stato dio stesso.
Insomma Sansone, il nome del bambino, era destinato a diventare una sorta di
profeta.
L'uomo volle mantenere ufficialmente l'anonimato e nello stesso tempo aveva
promesso che si sarebbe preso cura di Sansone. Chiese ovviamente ai due coniugi
di non rivelare a nessuno la propria identità, altrimenti sarebbe stato
costretto a ucciderli, ed essi mantennero la parola.
Divenuto adulto, Sansone s'innamorò di una ragazza filistea, contro il parere
dei propri genitori, che non vedevano di buon occhio una relazione con una donna
del popolo nemico, che aveva preso a estendersi oltre il proprio territorio,
minacciando seriamente l'indipendenza di Israele. Ma Sansone la voleva addirittura sposare.
Per averla fece a pezzi un leone dimostrando la propria forza fisica e sottopose a un indovinello i parenti di lei,
dimostrando così anche la propria intelligenza, ma la donna, che riuscì
dopo molte insistenze a conoscere la risposta (Sansone aveva un debole per le
donne), lo tradì, rivelandola ai parenti, che comunque avevano minacciato di
morte sia lei che suo padre, se non avesse detto loro la soluzione. I filistei
infatti non volevano assolutamente questo matrimonio.
Siccome era sicuro di vincere, poiché l'indovinello era davvero molto
difficile, fu costretto a uccidere 30 persone pur di onorare l'impegno della
promessa fatta se avesse perso (trenta tuniche e trenta mute di vesti).
Dopodiché se ne ritornò dai suoi genitori, lasciando la donna da sola: il
matrimonio era stato fatto, ma, avendo perso la scommessa e diffidando dei
filistei, Sansone se ne andò mostrando d'essere molto adirato.
Dopo un po' di tempo andò di nuovo a trovare la sua donna, ma scoprì che il
padre di lei, convinto che lui l'avesse ripudiata, l'aveva ceduta al compagno
che gli aveva fatto da testimone alle nozze, sicché il padre gli propose di
accettare la sorella minore.
Con fare provocatorio Sansone reagì a questo affronto procurando un
grave danno materiale ai filistei: sentendosi offeso nella propria
onorabilità, bruciò molti campi di grano, di vigne e di oliveti.
I filistei reagirono alla devastazione dei raccolti uccidendo sia la moglie
di Sansone che il padre di lei. Sansone se la prese tantissimo e fece strage di molti
filistei, dopodiché si nascose in una grotta.
Per tutta risposta i filistei attaccarono una città qualunque dei giudei, i
quali, vista la sproporzione delle forze in campo, decisero non di uccidere
Sansone ma di consegnarlo legato ai filistei, che ovviamente, in cambio della
pace, accettarono ben volentieri l'offerta.
Senonché all'ultimo momento Sansone si liberò delle corde e, consapevole
della propria forza, fece strage di altri filistei e pretese anche che i giudei
lo riconoscessero come supremo capo (cosa che fecero per ben 20 anni).
Ma Sansone aveva un debole per le donne filistee e a Gaza giacque con una
prostituta. Cercarono di catturarlo, ma invano.
Poi s'innamorò di un'altra filistea, Dalila, che accettò di essere ben pagata
dai suoi compatrioti se fosse riuscita a farlo catturare.
Dopo vari tentativi (Sansone era molto furbo), finalmente vi riuscì. Aveva
capito che Sansone non era solo un debole sessualmente, ma anche un po'
spaccone, non avendo praticamente nemici in grado di sconfiggerlo.
Subito dopo averlo catturato, i filistei lo accecarono e, per burlarsi di
lui, lo misero a far girare la macina del grano, come uno schiavo.
Sansone si pentì delle proprie debolezze e stette al gioco. Lui ch'era astuto
con gli uomini e stupido con le donne, accettò di farsi sbeffeggiare nella festa
del dio Dagon e facendo
finta di nulla si vendicò.
Con la forza notevolissima che non l'aveva mai abbandonato, demolì le colonne
portanti dell'edificio in cui, giocando come un buffone, avrebbe dovuto far
divertire i filistei. Ne morirono tantissimi, compreso lui.
La favola c'insegna quattro cose: non solo quella più evidente, che una donna può
circuire anche l'uomo fisicamente più forte del mondo; ma anche quella più
nascosta, che riguarda i rapporti tra genitori e figli.
Sansone è la dimostrazione che una vocazione (in questo caso il "nazireato")
non può essere imposta dai genitori ai figli, o comunque che una vocazione non
può essere vissuta, da adulti, come una scelta scontata, solo perché essa è
stata il frutto della volontà dei genitori. Un figlio ha il diritto e il dovere
di chiedersi se il progetto che i genitori hanno su di lui sia proprio quello
giusto. Non ci si può sentire in obbligo quando è in gioco la propria libertà
personale, le proprie scelte di vita.
La povertà materiale dei propri genitori non è un motivo sufficiente per
sentirsi obbligati nei loro confronti, soprattutto quando vanno prese decisioni
per lo sviluppo della propria identità.
Sansone buttò via una vita di rinunce e di sacrifici proprio perché non aveva
riflettuto adeguatamente sul significato del progetto che i genitori avevano su
di lui, un progetto condizionato molto dalle circostanze della povertà materiale
e che non poteva certo supplire alla colpa di un rapporto extraconiugale da
parte della madre.
La terza cosa è l'aspetto politico del racconto: Sansone è un individualista,
combatte da solo, fidando solo nella propria astuzia e nella propria forza, non
cerca alleati, non riesce a organizzare una resistenza popolare, è costretto a
sotterfugi di bassa lega per cercare di avere la meglio sui propri nemici. Non
poteva che uscire sconfitto, anche se nel racconto viene detto il contrario, e
la sua morte eroica non rende più convincente il suo operato, complessivamente
inteso.
L'ultima cosa riguarda l'aspetto umano: Sansone è capace di ravvedimento,
seppur alla fine della sua vita.
|