IDEE PER UN DIRITTO DEMOCRATICO
La laicità e la democrazia come valori universali


L'ATTEGGIAMENTO NEI CONFRONTI DELLA RELIGIONE

Dire che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge a prescindere dalla loro religione, e dire che lo sono a prescindere "dall'atteggiamento che hanno verso la religione" (come vuole l'art. 19 della Costituzione russa del 1993, già presente in quella del 1936), sono due cose molto diverse.

Mentre il primo diritto, infatti, è previsto in tutte le Costituzioni occidentali, il secondo invece è previsto solo nei paesi socialisti. Parlare, in questo caso, di "equivalenza" o "complementarietà" sarebbe fuori luogo: la differenza non è formale ma sostanziale.

La sottolineatura sull'atteggiamento nei confronti della religione implica che lo Stato non può accettare l'idea che si debba necessariamente essere dei credenti. La democrazia borghese arriva al massimo a formulare l'uguaglianza dei cittadini credenti nelle più diverse religioni, ma non arriva mai a mettere la religione sullo stesso piano dell'ateismo. E non perché teoricamente la borghesia non sia atea o agnostica, quanto perché essa ha bisogno della religione come arma di controllo delle masse.

In nessuna Costituzione borghese si troverà mai tutelato il diritto all'ateismo. Uno Stato democratico-borghese può proclamarsi neutrale o indifferente in materia, ma non può proclamarsi a favore dell'ateismo, poiché ciò renderebbe necessario impedire alla religione di fare propaganda politica o di darsi una veste clericale.

Incapace di ottenere il consenso di tutte le classi sociali, la democrazia borghese, fondata sulla proprietà privata, deve per forza permettere al clero di continuare a propagandare idee che il senso comune più consapevole ormai da tempo considera obsolete se non reazionarie.

Detenendo il monopolio dei mezzi comunicativi, la borghesia può addirittura permettersi il lusso che le chiese lancino invettive anche contro la stessa prassi borghese. La borghesia infatti sa bene che queste invettive avranno un effetto solo su quelle persone che s'illudono di poter modificare il sistema coi mezzi della religione.

Le chiese, dal canto loro, essendo dei potentati economici o pretendendo di diventarlo, hanno tutto l'interesse a realizzare compromessi o concordati o intese con la borghesia, al fine di regolamentare le reciproche posizioni di forza. Spesso la lotta per la spartizione del potere, all'interno di una nazione, diventa accanita anche tra chiesa e chiesa.

Figlio legittimo della democrazia borghese, l'opportunismo è lo strumento con cui lo Stato borghese concede in via di fatto alle diverse chiese quei privilegi che nega loro in via di diritto (in Italia questi privilegi vengono in parte riconosciuti anche in via di diritto, con la ratifica costituzionale del Concordato).

La vuota laicità dello Stato borghese viene riempita, a seconda dei casi e delle circostanze, da qualsiasi contenuto, in base ai diversi interessi. Ecco perché diciamo che la separazione effettiva dello Stato dalla chiesa e da tutte le chiese è strettamente subordinata alla trasformazione dei rapporti sociali ed economici in senso socialista.

Non è comunque da escludere che pur di negare la necessità di questa trasformazione, la borghesia arrivi ad accettare il diritto all'ateismo nelle proprie leggi statali. Già Marx diceva che l'ateismo, a confronto dell'abolizione della proprietà privata, è culpa levis.

RELIGIONE PUBBLICA O PRIVATA?

Posto che un cittadino può essere nel contempo laico di fronte allo Stato e religioso di fronte alla chiesa, come si deve regolare lo Stato quando questo cittadino vuole rendere pubblica la propria fede?

In un regime di separazione una chiesa non può pretendere di svolgere funzioni religiose nell'ambito di istituzioni pubbliche, altrimenti questo diritto dovrebbe essere concesso a tutte le chiese, con grande complicazione nella gestione della "cosa pubblica": ogni religione infatti è "concorrente" delle altre.

Permettere p.es. a tutte le chiese d'insegnare la propria religione nell'ambito della scuola statale è cosa praticamente infattibile, in quanto sarebbe impossibile garantire a tutti gli studenti i medesimi diritti allo studio e soprattutto alla libertà di coscienza: si creerebbero infinite situazioni discriminanti e mortificanti (sono già ben noti i disagi di alcuni alunni costretti dai genitori a portare certi indumenti, a non mangiare taluni cibi, a non frequentare la scuola durante alcune festività o pratiche catechistiche ecc.). Lo Stato al massimo potrebbe mettere a disposizione i propri locali in ambito pomeridiano, extracurricolare. Ufficialmente o legalmente la scuola deve restare separata dalla religione.

Peraltro nei confronti dello Stato tutte le chiese appaiono come "associazioni private" e non come "enti pubblici". Anche quando vengono stipulate "intese" o "convenzioni", si tratta sempre di una regolamentazione tra soggetti di diritto molto diversi.

Questo tuttavia non significa che un'associazione religiosa, come ogni altra associazione, non abbia il diritto di manifestare pubblicamente il proprio credo, le proprie attività e le proprie critiche allo Stato. Si tratta di cittadini credenti che pagano le tasse e obbediscono alle leggi: è nel loro diritto far valere delle ragioni quando queste vengono violate.

Cioè un credente non ha solo il culto come forma di espressione pubblica della propria fede, ma ha pure tutti quegli strumenti previsti per le associazioni. Un membro del clero può anche candidarsi a un partito politico, se la sua chiesa e il partito glielo permettono.

Uno Stato laico deve essere tollerante: non può impedire una pratica religiosa solo perché "religiosa". Si può impedire una pratica religiosa quando questa rischia di mettere in pericolo la vita o di minacciare la dignità umana o di turbare seriamente l'ordine pubblico, ma prima di arrivare a questi provvedimenti è sempre bene confrontarsi democraticamente al fine di trovare soluzioni condivise. Se un geovista non vuole trasfusioni di sangue per il proprio figlio moribondo, o un medico cattolico si rifiuta di far abortire una donna, si possono trovare delle alternative. Nessuno deve essere costretto a fare qualcosa contro la propria coscienza. Nessuno dovrebbe essere messo nelle condizioni di appellarsi al proprio credo per non rispettare le leggi dello Stato (sono noti i casi in cui la chiesa romana si appella alla propria extraterritorialità per sottrarsi alla giustizia dello Stato italiano).

Uno Stato non può andare a sindacare se l'educazione religiosa trasmessa dai genitori ai propri figli è coerente col rispetto della dignità umana, però deve assicurare a tutti la possibilità di scelte diverse nei confronti del fenomeno religioso. Cioè tendenzialmente le istituzioni dovrebbero fidarsi dei propri cittadini, pur nella consapevolezza che nei confronti dei minorenni, delle persone facilmente influenzabili o deboli di mente, esiste la possibilità del plagio o del reato di "circonvenzione di incapace".

In via di principio sarebbe bene che il credente s'appellasse (non in quanto "credente" ma semplicemente in quanto "cittadino") a leggi e procedure previste dalla legislazione vigente quando rivendica determinate libertà religiose negate. Come "cittadino" può pretendere la modifica di determinate leggi, il cui beneficio andrà per la libertà di religione in senso lato.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Diritto
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Aggiornamento: 22/04/2015