IDEE PER UN DIRITTO DEMOCRATICO
La laicità e la democrazia come valori universali


LA NUOVA LEGGE RUSSA SULLA LIBERTA' DI COSCIENZA

Il 9 ottobre 1990 è entrata in vigore nella CSI (ex-URSS) la nuova legge "Sulla libertà di coscienza e le istituzioni religiose", dopo gli emendamenti apportati dai rappresentanti delle chiese e organizzazioni religiose al progetto di legge del 30 maggio, e dopo un ampio dibattito parlamentare, dove alcuni deputati hanno rilevato che con questa legge lo Stato intende riscattare le gravi responsabilità accumulate nei confronti del patrimonio spirituale della religione, restituendo ai cittadini dei diritti che avrebbero dovuto esercitare già da tempo. Solo la gerarchia cattolica delle repubbliche baltiche non ha inviato i suoi desiderata, dimostrando così che i vescovi baltici già si consideravano -come gran parte della popolazione- ormai "fuori" dell'Urss. Tutta la normativa vigente, incluso l'art. 52 della Costituzione, che garantisce solo agli atei la propaganda delle loro idee, nonché l'ultimo decreto in materia del 1975, dovrà conformarsi al nuovo testo. I libri scolastici saranno sottoposti a revisione entro l'a.s. 1992-93 e dovrà inoltre essere emanata una normativa ad hoc per gli obiettori di coscienza al servizio militare.

Le novità principali

1) L'articolo più importante, quello dal quale provengono tutte le altre innovazioni, è il terzo, poiché esso riprende il Decreto del 23.I.1918 sulla separazione della chiesa dallo Stato e dalla scuola, secondo cui i cittadini hanno il diritto di professare qualunque religione o di non professarne alcuna; ma a ciò ora si aggiunge che ogni cittadino ha il diritto di "esprimere e divulgare le proprie convinzioni connesse al suo atteggiamento verso la religione". Precisazione, questa, assai significativa, perché supera tutta la legislazione sovietica in materia, da Stalin in poi. La quale, come noto, impediva ai credenti di manifestare le loro opinioni sia perché si temeva un uso clericale della religione, sia perché si dava per scontata l'antiscientificità delle opinioni religiose. Contraddicendo il principio della libertà di coscienza, che Lenin aveva voluto salvaguardare, la legislazione sovietica, da Stalin in poi, aveva preteso di circoscrivere la libertà di religione alla mera partecipazione cultuale.

L'art. 3 della presente legge ora ha proposto una soluzione più democratica: sul piano politico è sufficiente che la religione rispetti le limitazioni indispensabili per la tutela della sicurezza e dell'ordine pubblico (il che è previsto dalle leggi di tutti gli Stati moderni). Ciò significa:
a) che "nessuno può esimersi dall'adempimento dei doveri stabiliti dalla legge per motivi legati alle proprie convinzioni religiose", a meno che tale facoltà non sia espressamente consentita dalla legislazione dell'Urss (art.4: anche questo articolo riprende il suddetto Decreto del 1918). A tale proposito, nella legge non si riconosce ancora l'obiezione di coscienza al servizio militare, anche se si afferma che i militari hanno il diritto di partecipare alla vita religiosa (art.21);
b) che le organizzazioni religiose, in quanto tali, non possono svolgere attività politica (cioè adempiere a funzioni statali, partecipare alle elezioni, al lavoro degli organi statali o partitici), però possono partecipare alla vita pubblica in associazioni apartitiche, oppure singoli membri di tali organizzazioni possono svolgere attività politica in modo laico, in quanto appunto cittadini. In questo senso possono essere eletti alla carica di deputato nei soviet di tutti i livelli anche i ministri del culto (anzi già lo sono stati 192 ortodossi russi, 55 musulmani, 12 luterani, 12 battisti, 12 avventisti, e altri ancora). Questo in virtù del fatto che la chiesa se può essere separata dallo stato e dalla scuola, non può essere separata dalla società.

Sul piano dei principî, la legge ribadisce da un lato la parità giuridica di tutte le religioni, ma afferma dall'altro anche quella fra ateismo e religione: non più privilegi all'uno né discriminazioni all'altra. Dunque lo Stato non finanzierà più "l'attività di propaganda dell'ateismo"(art.5). Si ribadisce inoltre la separazione della scuola dalla chiesa, ma si afferma che il sistema d'istruzione statale ha "carattere laico"(art.6): il che sta a significare che i corsi sia di marx-leninismo che di ateismo-scientifico non potranno più essere obbligatori. Fino all'ultimo momento, nel progetto, si prevedeva nelle scuole un insegnamento facoltativo ed extra-curricolare della religione, a richiesta degli studenti maggiorenni o, se minorenni, dei genitori, ma il comma è stato cancellato per evitare che in certe regioni "a rischio" (come p.es. l'Azerbaigian, l'Ucraina o il Nagorno Karabakh) potessero scoppiare nuove "guerre di religione". Tuttavia nelle repubbliche baltiche tale insegnamento è permesso nelle scuole statali.

2) Sono soggetti a registrazione non le istituzioni religiose in quanto tali, bensì i loro statuti, ai fini dell'acquisizione della personalità giuridica (art.14). Il patriarcato russo-ortodosso ha criticato la normativa riguardante il riconoscimento della personalità giuridica, perché la legge prevede questo diritto anche per piccoli gruppi (minimo, dieci persone maggiorenni), offrendo così la possibilità di tensioni tra la chiesa come corpo unico guidato dalla gerarchia, ed un piccolo gruppo che potrebbe contrastare, sul piano giuridico, le autorità centrali della sua stessa chiesa. Non va inoltre dimenticato che alcune religioni o chiese sono tuttora interdette, come ad es. i Testimoni di Geova o la chiesa cattolica ucraina di rito orientale. Si pone dunque la necessità di chiarire ufficialmente a quali condizioni queste organizzazioni religiose potrebbero essere registrate.

3) Tali associazioni e chiese possono svolgere attività socio-assistenziale, cioè i credenti possono entrare in ospedali, ospizi e carceri per assistere malati, anziani e detenuti, organizzandovi momenti di culto (art.21 e 23). Il diritto di culto, comprese le pubbliche processioni, è stato ampiamente garantito. Già il 23.IX.1990, per la prima volta dopo 73 anni, gli ortodossi hanno avuto il permesso di celebrare nella piazza del Cremlino gli 843 anni di Mosca, ottenendo peraltro la restituzione della cattedrale dell'Assunzione, che era stata trasformata in museo. Si può qui ricordare che lo stesso Cremlino ha preso parte ufficialmente, nel giugno 1988, alle celebrazioni per il "Millennio del battesimo della Rus'".

4) Le organizzazioni religiose acquisiscono il diritto di gestire scuole ed istituti d'istruzione religiosa per bambini e adulti (art.11) e per i propri "quadri", che possono anche essere inviati all'estero per studiare (art.24), ovvero le chiese possono educare alla fede i loro fedeli anche fuori del culto e possono mantenere rapporti internazionali con altre chiese.

5) Alle associazioni religiose viene riconosciuto il diritto di proprietà (possono possedere beni mobili e immobili, art.14), ma già molte chiese e confessioni hanno giudicato troppo alta la tassazione ora imposta sulle loro attività commerciali (come stampare libri, produrre oggetti per il culto, organizzare pellegrinaggi fuori dell'Urss, ecc.). Sono stati riconsegnati ai credenti oltre 1700 edifici di culto in precedenza adibiti ad altre funzioni, ed è stato accordato il permesso per la costruzione di oltre 1100 templi.

6) Si afferma che i genitori, di reciproco accordo, sono liberi di dare ai loro figli un'educazione etico-religiosa conforme ai loro principî, anche se giustamente si ribadisce che non è ammessa alcuna coercizione nella scelta nell'atteggiamento verso la religione (art. 3).

7) E' stato abolito il Consiglio per gli affari religiosi presso il Consiglio dei ministri e sostituito con un'Agenzia di stato per assicurare l'osservanza scrupolosa della seguente legge: essa ha anche un ruolo d'informazione e consulenza (art. 29).

8) Si afferma la conformità agli obblighi internazionali dell'Urss sanciti dalla Carta dei diritti dell'uomo e dai documenti di Helsinki, al punto che se un trattato internazionale cui l'Urss aderisce, stabilisce norme diverse da quelle contenute nella presente legge, vengono applicate le norme del suddetto trattato (art. 31).

Perché questa legge?

1) La ragione più significativa che ha fatto nascere questa legge è che non si ammetteva la propaganda di idee religiose, poiché si riteneva la religione in sé un fenomeno negativo, a prescindere dal comportamento pratico dei singoli credenti. Lo Stato (e soprattutto il partito) davano per scontato il carattere "alienante" e "antisocialista" della religione, per cui anteponevano a considerazioni di tipo etico e politico considerazioni di tipo ideologico. La permanenza della religione, unitamente al fallimento del socialismo di stato, hanno rimesso in discussione i metodi amministrativi e politico-ideologici, usati fino ad oggi, per liquidarla. Si è così dovuto ammettere che il destino della religione dipende non solo da fattori strutturali, come ad es. l'economia, ma anche e soprattutto da fattori sovrastrutturali, come ad es. la coscienza. Si è altresì capito che la verità dell'ateismo deve essere continuamente dimostrata sul piano pratico, e che una volta dimostrata (in un confronto alla pari con la religione) tale verità non deve assolutamente essere imposta (né può esserlo subordinando totalmente il diritto a esigenze politico-ideologiche).

2) Vi erano molti abusi di carattere giuridico: ad es. i sacerdoti hanno sempre pagato tasse molto più alte dei normali cittadini, ma non avevano diritto alla pensione statale né ad altre agevolazioni; gli organi sindacali non registravano i contratti di lavoro delle organizzazioni religiose con gli addetti al culto (organisti, sagrestani, ecc.), perché non c'era la responsabilità giuridica; cioè a dire la mancanza di personalità giuridica comportava che i contratti e le transazioni per l'uso degli edifici di culto venissero stipulati da singoli credenti sotto la loro personale responsabilità (ciò che non è previsto per alcuna associazione privata). Si vietavano attività di beneficenza, perché si riteneva che nella società socialista non ve ne fosse la necessità o perché si temeva la diffusione di idee religiose presso gli individui più "deboli". Non dobbiamo dimenticare che dal 1929 lo Stato sovietico ha sempre obbligato la chiesa a svolgere funzioni inerenti solo al culto (a ciò, in verità, era stato indotto anche dall'attività controrivoluzionaria di molti esponenti del clero negli anni '20). La risoluzione del '29 "Sulle associazioni religiose", che è in contrasto su molti punti col decreto leniniano del 1918, fu varata in un periodo storico in cui dominava la tesi stalinista secondo cui "l'ulteriore edificazione del socialismo comporta l'acuirsi della lotta di classe". Va peraltro notato che sebbene nei codici penali sovietici non vi siano articoli che prevedano la responsabilità penale per le convinzioni religiose, non di rado le autorità locali istituivano casi di procedimenti penali infondati (ai sensi soprattutto dell'art. 227 del CP della Federazione russa) per processare quei credenti ritenuti "scomodi".

3) Mancavano i testi religiosi, i luoghi per il culto e gli istituti per l'educazione religiosa (ad es. in Lituania e in altre repubbliche tutti i monasteri cattolici, chiusi in epoca staliniana, non sono più stati riaperti); gli ostacoli burocratici per la registrazione delle comunità erano enormi, mentre le stesse comunità non avevano sufficienti garanzie giuridiche per ostacolare la loro soppressione; a violare le leggi spesso erano proprio quei funzionari preposti alla loro tutela (vedi ad es. l'attività concreta del Consiglio per gli affari delle religioni); spesso venivano emanati degli atti "riservati" (per uso interno, la cui pubblicazione era vietata) che per molti versi snaturavano le leggi vigenti, ecc.

4) Questi e altri abusi raramente venivano riportati dalla stampa. Va detto tuttavia che più volte il governo sovietico aveva individuato grossolane ingiustizie circa l'atteggiamento dello Stato e dello stesso Pcus nei riguardi della religione. Non sono state poche le ordinanze e le circolari del governo che hanno denunciato la violazione della legalità (la più importante è senza dubbio l'ordinanza del CC del Pcus del 10.XI.1954). Uno dei motivi per cui queste direttive sono spesso rimaste "lettera morta" va ricercato nella stessa realtà del socialismo amministrato, che non permetteva un'autentica democrazia popolare. Nel periodo della stagnazione si praticarono soltanto degli aggiornamenti e degli emendamenti insignificanti di singole clausole delle leggi, ma le proposte di una modifica radicale venivano respinte in blocco: anzi, il Consiglio per gli affari delle religioni ne vietava anche la pubblicazione su riviste scientifiche.

Dall'ateismo alla laicità

Senza dubbio questa nuova legge, emanata nella generale consapevolezza del fallimento del cosiddetto "socialismo reale", esprime la necessità di ridimensionare le pretese ideologiche connesse al progetto di forzato collettivismo e, in questo senso, essa mira a garantire, sul piano giuridico, una più ampia democrazia fra credenti e atei. Questa legge è stata voluta da un governo che ha riconosciuto inadeguata alla realtà della società civile l'immagine tradizionale dello Stato burocratico e autoritario. Cercando di conformare alla società il nuovo Stato di diritto, il governo ha voluto impedire a quest'ultimo, almeno sul piano giuridico, la pretesa di considerare l'ateismo migliore della religione. La legge infatti parte due constatazioni: 1) che l'ateismo, sul piano pratico, può anche essere più antidemocratico della religione, 2) che la religione può anche avere degli aspetti umanistici da valorizzare (non circoscrivibili, come fino ad oggi si è fatto, alla lotta per la pace e il disarmo).

La nuova immagine di Stato è quindi quella di uno Stato "laico", cioè di uno Stato non solo indifferente tanto alla religione quanto all'ateismo, ma anche di uno Stato che lascia alla società (e alla storia) il diritto di decidere in materia. Non a caso il principio giuridico fondamentale sotteso a questa legge è, come molti hanno riconosciuto: "tutto quello che non è esplicitamente vietato, è permesso". Prima era esattamente il contrario: "ciò che non era esplicitamente permesso, era vietato". Il che significava non riconoscere alla società sovietica ampia responsabilità e maturità civile. Il nuovo Stato laico è invece sceso, per così dire, dal piedestallo e ha riconosciuto alla società il suo naturale primato. Rinunciando all'idea di presentarsi nelle vesti di uno Stato "etico" o "ideologico", che privilegia l'ateismo discriminando la religione, esso, d'ora in avanti, dovrà semplicemente limitarsi a garantire l'uguaglianza giuridico-formale di ogni atteggiamento verso la religione, nell'ovvio rispetto della Costituzione. Naturalmente ciò prevede che lo Stato debba rinunciare a farsi guidare da un'unica ideologia e da un solo partito.

Lo Stato sovietico è così passato da un concetto di Stato "ateo" (nel senso che relegava l'attività religiosa alla sola partecipazione cultuale, non nel senso che obbligava all'ateismo -come dicono gli integralisti), al concetto di Stato "laico", che permette l'attività religiosa a tutti i livelli, escluso quello politico, fruibile solo dal singolo credente (anche ecclesiastico), in quanto cittadino. La comunità religiosa potrà svolgere con questa legge attività pubblica, utilizzando anche i mass-media (che però in questo momento sono tutti monopolio dello Stato), ma non potrà svolgere attività politica in senso stretto, poiché dovrà rispettare il principio della separazione di Stato e chiesa. Principio, questo, che non è affatto lesivo dei diritti della religione, in quanto, se bene applicato, garantisce ai due enti un'effettiva indipendenza e sovranità, nei loro ambiti specifici. In fondo, il riconoscimento, da parte dello Stato, del diritto di divulgare le idee religiose, nasce anche dalla convinzione che i credenti (speriamo anche quelli cattolici) non ambiscono più a servirsi della loro religione per rivendicare un fine politico.

Questo non significa che lo Stato sovietico sia stato costretto a fare "delle concessioni", passando dall'ateismo alla laicità: esso ha semplicemente riconosciuto una realtà di fatto a livello sociale, e ne ha dedotto che l'ateismo statale, in una società per buona parte ancora religiosa, è una contraddizione in termini. Uno Stato del genere, che pur soltanto induce all'ateismo, senza un vero e proprio obbligo (come accadeva invece nell'unico caso dell'Albania), non è comunque in grado di rispettare scrupolosamente il principio, affermato in sede giuridica, della non-ingerenza. Questo Stato può trovare una qualche giustificazione storica nel fatto che il Pcus era convinto di poter portare tutta la società civile, col tempo, in virtù di una gestione verticale dell'economia, verso un'elevata consapevolezza scientifica, verso una matura organizzazione socialista. Oggi questa convinzione s'è rivelata illusoria. Nonostante le diverse pressioni, una buona parte della società è rimasta "credente". Il fallimento del socialismo sul piano economico ha poi fatto il resto: è stato proprio questo fallimento a rimettere in discussione il senso di uno Stato ateo. Ciò sta anche a significare che non può essere un regime di separazione che in sé può superare il limite della religione o garantire il valore dell'ateismo.

La perestrojka ha messo in luce le antinomie di una politica istituzionale che non teneva conto delle caratteristiche sociali e umane della popolazione. Si dirà (e lo ha detto soprattutto l'ala stalinista che nell'agosto del '91 ha tentato un golpe a Mosca): da quando c'è la perestrojka è aumentata la delinquenza e la corruzione. In realtà, grazie alla perestrojka molti fenomeni latenti sono venuti alla luce. Se ne sono venuti fuori più del previsto, ciò non può essere dipeso dalla perestrojka (in vigore da appena 6 anni), ma dalla stagnazione precedente e dall'attuale incapacità dei cittadini di autogovernarsi (grazie ai quali però il golpe è stato sventato!). La perestrojka non è altro che un'opportunità per liberarsi dal dominio delle istituzioni, dal verticalismo delle decisioni, dal carattere burocratico e amministrato della vita civile, sociale ed economica. Finché questa rivoluzione non verrà acquisita anche "dal basso", la perestrojka non riuscirà mai a conseguire gli obiettivi che si è prefissa. E il suo fallimento, se vi sarà, sarà il fallimento delle capacità autonome delle masse, non solo del nuovo Stato di diritto.

La legge in uno Stato laico

Allo stesso tempo, riconoscendo a tanta parte della cittadinanza un'importanza fino a ieri negata, lo Stato tende sempre più a delegare alla società civile il compito di tutelarsi dalle minacce alla democrazia (integralismi, clericalismi, fanatismi...). Se prima lo Stato impediva la propaganda religiosa per timore di strumentalizzazioni clericali, oggi la tollera, ma nella speranza che sia la stessa società a impedirne gli abusi. E' vero, lo Stato continua a ribadire che la libertà di coscienza è tollerata nei limiti dell'ordine pubblico, ma delle due l'una: o la collettività si assume direttamente la responsabilità di gestire questi limiti (la cui flessibilità non può certo essere codificata una volta per tutte), oppure non si potrà mai evitare che lo Stato rischi di servirsene anche per impedire, sotto il pretesto di una minaccia all'ordine pubblico, una qualunque manifestazione della vita religiosa. Come ha giustamente detto il giurista sovietico J. Rosenbaum: "Se alle associazioni religiose si estende la stessa legislazione che vale per le altre associazioni, diventerà superflua una meticolosa regolamentazione statale dello status e dell'attività dei credenti"("Tempi nuovi", n 40/1988).

La legge non ha fatto altro che riflettere le esigenze della democrazia. Quanto più nella società aumenta la democrazia, tanto meno questa società sembra aver bisogno d'essere regolamentata dalle leggi. Per converso, quanto più diminuisce la democrazia, tanto più si rivelano inutili quelle leggi che pretendono di garantirla. La legge si rivela sempre più incapace di assicurare la coerenza tra principî e azioni, ed è sempre più costretta a demandare tale compito alla volontà dei cittadini, alle loro norme morali, alle consuetudini di valore.

Se la legge riconosce ai credenti la facoltà di esprimere le proprie opinioni religiose, quelle stesse opinioni che fino a ieri il partito e lo Stato vietavano perché giudicate antiscientifiche, questo significa che la legge si affida al buon senso e alla ragionevolezza dei cittadini: in un certo senso la legge rinnega se stessa. Suo compito è diventato quello di tutelare la libertà di pensare, di discutere su ogni cosa, nella convinzione che sul piano pratico chi dice cose giuste può anche compiere azioni sbagliate e chi dice cose sbagliate può anche fare cose giuste. Ma ognuno si rende conto che le regole di questa convivenza possono essere stabilite dalla legge solo in modo molto formale e generico. In realtà la legge ha riconosciuto l'impossibilità di regolamentare le questioni di coscienza, ovvero che la coscienza non può essere modellata da alcuna legge.

Una legge che riconosce alla coscienza di potersi esprimere come vuole, deve per forza riconoscere la propria relatività. Per il momento essa serve a garantire che effettivamente ognuno abbia la possibilità di esprimersi, senza danneggiare la libertà altrui. Ma col tempo, quando la società saprà autogarantirsi la propria democraticità e tolleranza, la legge diverrà obsoleta (almeno in questo campo, benché non sia azzardato affermare che se gli uomini stanno arrivando alla consapevolezza che credenti e atei devono rispettarsi profondamente, a prescindere dalle loro convinzioni ideologiche, ciò significa ch'essi sono virtualmente in grado di rispettarsi non solo in materia di religione, ma anche in qualsiasi altro campo).

L'importanza di questa legge va dunque ben al di là del suo contenuto: essa implicitamente ci insegna che non si può istituzionalizzare più nulla, neanche le conquiste della politica, dell'ideologia, della scienza, del diritto e della morale. Tutto deve poter essere continuamente posto in discussione: questo è l'unico modo per garantire la possibilità della verità, ed è anche l'unico modo per permettere ai cittadini di manifestare maggiore consapevolezza e responsabilità. Se la religione vuole politicizzarsi, devono essere i cittadini ad impedirlo, senza delegare alcunché alle istituzioni.

La legge continua a impedire alla religione di fare politica semplicemente perché esistono decine di religioni, ognuna delle quali non accetterebbe d'essere governata da un'altra. In questo senso il regime di separazione di Stato e chiesa permette veramente ad ogni religione di essere libera (almeno sul piano formale). Ma è evidente che laddove una religione è fortemente maggioritaria, le sue pressioni sul governo di quella regione o di quello Stato saranno sempre molto forti, non foss'altro che per una semplice ragione: molti dei cittadini impegnati in modo politico nell'ambito dello Stato, sono gli stessi che s'impegnano in modo religioso nell'ambito della loro chiesa. E' dunque solo la società che deve risolvere il problema e la modalità della propria laicità e democrazia. Stato e società restano laici finché la maggioranza dei cittadini li vuole così. Lo Stato in un certo senso deve fidarsi del livello di maturità civile dei propri cittadini, i quali se assumono ogni giorno di più posizioni laiche è perché ritengono che la religione abbia meno possibilità di risolvere i grandi problemi dell'umanità, non perché glielo impone lo Stato.

L'umanesimo nella religione

Ma c'è anche un altro aspetto da sottolineare, e lo faremo citando un editoriale della rivista sovietica "Kommunist" (n 4/1988), il quale ha riconosciuto che "le norme morali universali furono in origine espresse sotto una forma religiosa", per cui il dialogo coi credenti diventa una necessità per tutti. "Le chiese che esistono in Urss -prosegue l'editoriale- devono trovare negli ideali umanisti del socialismo un'eco dei loro valori morali". Il governo sovietico, in sostanza, sembra aver compreso che "per il credente, la religione non è semplicemente un insieme di dogmi astratti sui misteri della creazione, ovvero una concezione del mondo, ma è anche un programma etico concreto, una scienza della vita, uno stato d'animo, un insieme di sentimenti e intimi pensieri". L'antidemocraticità di certe religioni può essere verificata solo nella realizzazione pratica dei loro principî, cioè a posteriori. La legge non può farsi carico dell'interpretazione più giusta dei principî umanistici, poiché essa istituzionalizza, dogmatizza, mentre la prassi è un concetto dialettico. Solo dal confronto continuo, aperto, delle opinioni (sulla base dei fatti) può emergere l'applicazione giusta di certe teorie.

Questo sta appunto a significare che il semplice principio della parità giuridica di ateismo e religione oggi non è più sufficiente ad assicurare un progresso della democrazia. Nell'ambito della società civile la cultura laico-scientifica deve cominciare a discernere gli aspetti più significativi delle religioni per accrescere il valore dell'umanesimo. Lo Stato non è tenuto a considerare una posizione religiosa migliore di un'altra, ma la società può farlo. Peraltro il concetto stesso di "uguaglianza delle religioni" è un concetto che nessuna religione può accettare, se non in sede puramente giuridica e formale.

Il socialismo ha tolto la realtà del privilegio, impedendo a una particolare religione di sentirsi superiore a tutte le altre. Lo Stato confessionale (feudale o borghese) sanzionava la legittimità di un'unica religione (quella più forte o quella maggioritaria) a scapito di tutte le altre, vietando in modo particolare l'ateismo. Ancora oggi nella Costituzione italiana non è neppure prevista la libertà "dalla" religione. In Italia non esiste il concetto di Stato "laico", in quanto il regime concordatario con la chiesa cattolica impone allo Stato la confessionalità in luogo della separazione. La Costituzione prevede solo formalmente l'uguaglianza di tutte le religioni: di fatto, essa afferma il privilegio di quella cattolica su tutte le altre, e non prevede in alcun modo il diritto all'ateismo. Sotto questo aspetto, il regime di separazione del socialismo amministrato, se da un lato ha effettivamente superato la realtà del privilegio, nell'ambito delle religioni, dall'altro però l'ha riprodotta, sottraendo l'ateismo dalle critiche che la religione stessa poteva muovergli.

Ebbene oggi bisogna affermare un principio supplementare sia a quello del pluralismo religioso che a quello degli atteggiamenti paritetici nei confronti della religione. Bisogna affermare il principio per cui una religione merita d'essere "privilegiata" -se così si può dire- rispetto alle altre se la società civile, nel suo complesso, la considera più vicina all'affermazione dei valori umani e democratici. Naturalmente questa facoltà di "privilegiare" una religione rispetto a un'altra dovrebbe essere continuamente sottoposta a verifica, proprio in quanto con gli errori del socialismo di stato e con quelli dello Stato confessionale si è capito che nessuna ideologia o filosofia o religione merita d'essere privilegiata in quanto tale, a prescindere dal suo atteggiamento pratico. Il socialismo democratico non dovrebbe avere alcuna ragione di temere d'appoggiare una religione progressista o un aspetto progressista di una qualunque religione, poiché ciò torna a vantaggio dei valori umani universali. Sarà la storia a decidere quale ideologia merita la migliore considerazione dell'uomo.

Bisognerà dunque arrivare a credere che se nessuna religione o ideologia può fruire arbitrariamente di privilegi politici, economici o sociali, al di là della sua attività pratica, potrà però fruirne, di volta in volta, se la sua attività sarà conforme ai valori umani universali. Di questo, è ovvio, può farsi carico solo il popolo, perché solo il popolo può rendersi conto sul piano pratico, nell'ambito soprattutto locale, quanto una religione sia democratica e quanto non lo sia. Da tempo il socialismo ha detto che solo la prassi è il criterio della verità. Uno Stato che per essere democratico è costretto ad affermare che tutte le religioni sono uguali, si toglie in tal modo proprio la possibilità di capire quale religione sia più democratica di un'altra sul piano dell'esperienza pratica, sociale. E non potendo capire questo, esso è costretto a considerare, come migliore criterio di vita, all'ovest il profitto, e all'est (fino a ieri) l'ideologia, a prescindere dal modo come vengono realizzati. Occorre quindi che lo Stato lasci al cittadino ampie libertà di manovra, di decisione, di libertà di scelta, di responsabilità personale e sociale, di valutazione critica... Lo Stato è troppo distante dalla società civile per capire l'essenza umanistica di una religione. La sua pretesa di neutralità ed equidistanza può essere un ottimo principio sul piano giuridico e politico, ma non è un principio che può aiutare la società a svilupparsi sul piano umano.

Sulla libertà di coscienza

La nuova legge sovietica sulla libertà di coscienza non è affatto una "concessione" alla forza della religione -come amano dire gli integralisti-, ma è piuttosto la testimonianza che senza libertà l'ateismo non è credibile e la religione non scompare. L'aver quindi voluto affermare il principio della democrazia, nell'ambito della libertà di pensiero, è segno che l'ateismo è diventato più consapevole di sé, cioè delle proprie potenzialità nonché degli errori commessi nel passato.

In effetti, finché il potere usa repressioni, censure e discriminazioni, nessuna verità può pretendere d'essere migliore di altre. Peraltro la verità non è cosa di cui si possa dire con la massima sicurezza: "Ecco, finalmente l'abbiamo", né la convinzione di poterne disporre autorizza mai a imporla con la forza, altrimenti la sua efficacia diventa inversamente proporzionale alle sue pretese.

Non solo, ma nessun organismo di potere si regge in piedi se non crede in se stesso, nelle proprie intrinseche capacità, nella propria forza morale. Il fatto di aver dovuto usare le pressioni politico-amministrative, burocratiche e poliziesche, in un campo delicato come quello della libertà di coscienza, stava appunto ad indicare che il sistema non funzionava anche da altri punti di vista, non ultimo -come si è dimostrato- quello economico.

La superiorità di una determinata concezione del mondo, rispetto ad altre, va dimostrata coi fatti, non può essere imposta; e una volta dimostrata, bisogna lasciar liberi gli uomini di pensarla diversamente. Questo principio, checché se ne dica, non è mai passato neppure in Occidente. Basta fare un esempio: la superiorità della concezione del mondo basata sul principio assoluto della proprietà privata è sempre stata imposta con la forza, tanto che oggi nessuno la mette più in discussione. Il cittadino, da noi, può dire quello che vuole, a condizione naturalmente che non tocchi questo pericoloso tasto. A volte persino gli imprenditori privati fanno gli elogi della proprietà pubblica, ovvero del sistema misto, per garantirsi che nessuno venga a ficcare il naso nelle loro faccende.

E' evidente che in questo contesto, la nostra libertà di coscienza, di parola, di pensiero lascia il tempo che trova. Il comune cittadino può dire quello che vuole, ma poi sull'essenziale è costretto a stare zitto. Da noi le parole acquistano un peso quando chi le usa vuole sostituirsi a chi, dall'alto del suo potere, sta già difendendo a spada tratta lo stesso principio della proprietà privata. Ecco perché i nostri imprenditori possono anche disinteressarsi delle vicende e delle polemiche interne ai partiti. L'importante è che nessun partito metta in dubbio il valore della proprietà privata. Il resto è di secondaria importanza. Il capitalismo italiano, in futuro, potrebbe anche affidare i propri interessi a un partito di sinistra, ché tanto non cambierebbe nulla per le sorti del Paese: anzi il capitalismo ne trarrebbe un giovamento, perché diventerebbe più efficiente e razionale.

Il punto più importante della nuova legge sovietica, che prima non era ammesso, in quanto si riteneva inconcepibile permettere a una "falsità" (la religione) di potersi pronunciare pubblicamente, è il seguente: il credente può esprimere e diffondere le proprie convinzioni. Cioè a dire, anche se l'ateo sa che le opinioni religiose sono di per sé anti-scientifiche, a prescindere dal loro contenuto e dalle intenzioni di chi le formula, ciò non lo autorizza a discriminare ideologicamente il credente. Se le opinioni religiose sono oggettivamente false, non si può impedire al credente di manifestarle, di discuterle pubblicamente. Prima la Costituzione si limitava a garantire il rispetto della dignità e dei sentimenti del credente, ora invece deve tutelare anche la sua libertà di parola e di testimonianza.

Il legislatore, naturalmente, a tutto ciò ha aggiunto la riserva che tali opinioni non possono essere rispettate se comportano un turbamento dell'ordine pubblico, cioè se incitano alla ribellione, alla diserzione, alla guerra, all'odio etnico o razziale, o se provocano malattie mentali, sofferenze fisiche, guasti sociali... Tuttavia bisogna stare attenti a non ricadere nelle forme autoritarie di gestione del potere. Qui è il principio di maggioranza che deve farsi valere, non quello politico-amministrativo.

Facciamo un esempio. Da noi la chiesa cattolica è contraria a qualunque forma di contraccezione che preveda mezzi meccanici; però l'AIDS, senza l'uso del profilattico, tende a diffondersi. Ebbene cosa succederebbe se l'opinione della chiesa risultasse prevalente? La nostra chiesa predica la continenza sessuale. Se il virus si diffondesse rapidamente, cosa saremmo costretti a fare? Dovremmo creare dei ghetti per tutti gli ammalati, imponendo loro un regime di assoluta astinenza sessuale? Dovremmo considerare questa malattia come un giusto castigo di dio per i nostri o i loro peccati? Oppure dovremmo reagire con la forza impedendo alla chiesa di parlare? Qui è appunto il concetto di maggioranza che deve farsi valere. Se la maggioranza volesse l'astinenza assoluta, forse dovremmo imporla; ma se non la volesse, noi non potremmo impedire alla chiesa di proporla. "Democrazia" vuol dire anche giocarsi in prima persona, non delegare le scelte fondamentali della vita allo Stato, rischiare di commettere incredibili sciocchezze o di violare la libertà altrui...

Dallo scambio delle idee, dai dibattiti culturali e scientifici, dal confronto democratico dovrà emergere la possibilità di farsi una convinzione personale e la necessità di prendere delle decisioni. Prendiamo sempre l'esempio dell'AIDS. Una soluzione negoziata potrebbe essere questa: proporre subito l'uso gratuito del profilattico, con tanto di campagne socio-sanitarie e nel contempo servirsi dell'occasione per ripensare i criteri con cui in Occidente si vive la sessualità o le motivazioni, le cause, che ancora oggi spingono tanti giovani alla tossicodipendenza, alla omosessualità. Cioè bisognerebbe servirsi del "male" per rivedere alcuni aspetti sociali, culturali, comportamentali che caratterizzano negativamente la nostra società. Altrimenti il rischio qual è? Che col profilattico potremo anche tamponare la falla per un breve periodo di tempo, ma non avremo risolto il problema. Neppure il vaccino lo risolverà, poiché se il virus è nato in seguito a certi comportamenti, dovremo aspettarci in futuro nuovi virus, ancora più pericolosi.

Il persistere della tossicodipendenza o dell'omosessualità porterà le religioni (soprattutto quella cattolica) a criticare sempre di più tutta la società, anche i suoi aspetti positivi, solo per avere la possibilità di riaffermare un potere estraneo, clericale. Dunque, è mai possibile che per non concedere nulla al moralismo dei preti, dobbiamo lasciarci sfuggire l'occasione di affrontare il problema dell'AIDS in maniera più profonda e articolata? Può forse bastare la medicina per risolvere un problema che ha le sue cause in fenomeni sociali e di costume morale?

Atei e credenti devono confrontarsi più liberamente, senza pregiudizi. Soprattutto devono tener conto delle esigenze umane che muovono i loro discorsi. Devono anche considerare che spesso nei loro discorsi vi è più ragionevolezza di quanto loro stessi ne siano consapevoli. Il fatto che si abbiano concezioni diverse intorno ai grandi perché dell'umanità, non può essere considerato un motivo valido per impedire la collaborazione reciproca in campi d'interesse comune.

La coscienza è sempre più forte della legge, in quanto se ha bisogno della legge per essere rispettata nella sua libertà, ne ha sempre meno bisogno quando la libertà è rispettata. La coscienza è libera di natura, e la legge che non la riconosce non serve alla democrazia, e quella che la riconosce non serve più a nulla.

Nota sulla nuova legge sovietica della libertà di coscienza

Affermare che in tutta l'Europa orientale, anche prima della attuale perestrojka, vi è sempre stata "piena libertà di religione", è fuorviante, pur senza nulla togliere al fatto che in Occidente la libertà di religione è così "piena" che praticamente non resta quasi alcuno spazio per la libertà "da" ogni religione.

Non meno riduttivo è limitarsi a ribadire che, nonostante gli abusi commessi dal potere politico, gli ideali del socialismo scientifico meritavano ugualmente d'imporsi su quelli religiosi.

Che dire ora di chi lascia intendere che tali abusi non sono stati altro che un'invenzione della "propaganda borghese"?

Difficilmente tale posizione potrà accettare le acquisizioni progressiste della "nuova mentalità", secondo cui:

  1. gli abusi erano maggiori di quel che a prima vista sembrasse, in quanto la censura impediva d'individuarli;
  2. le violazioni giuridiche della magistratura o quelle politiche del governo o quelle amministrative dello Stato, nel campo della libertà religiosa, falsificano enormemente gli ideali del socialismo, in quanto non si può impedire con l'uso della forza l'espressione pubblica di idee contrarie alla scienza e al socialismo democratico, soprattutto quando tale scienza e tale socialismo vengono utilizzati per scopi non democratici;
  3. sul piano del comportamento pratico i credenti possono anche essere migliori degli atei (non solo, ma proprio per questa ragione, possono anche avere dei principî migliori, più "umani", benché espressi in forma "religiosa"): ciò in quanto la superiorità di un'ideologia, rispetto a un'altra, va dimostrata non una ma cento volte, lasciando alla controparte il diritto di dissentire, ovvero lasciando alla storia il compito di decidere quale meriti di sopravvivere nel confronto democratico.

Senza questi presupposti non sarebbe mai maturata la recente e importante legge sulla libertà di coscienza.

Nota sulla legislazione precedente

L'art. 52 della Costituzione sovietica del 1977 aveva mutato l'art. 124 della precedente Costituzione in un punto di fondamentale importanza: quello riguardante il fatto che andava vietata l'istigazione all'odio o (anche solo) ostilità in rapporto alle credenze religiose.

La Costituzione staliniana del 1936, dando per scontata che qualunque propaganda ateistica fosse svolta in maniera scientifica, lasciava infatti aperta la porta alle misure amministrative che si potevano prendere arbitrariamente a carico dei credenti.

Inoltre quella Costituzione non tollerava la propaganda delle idee religiose e legando inoltre la religione al semplice culto permetteva un controllo politico-amministrativo della religione relativamente agevole.

La libertà della propaganda religiosa fu riconosciuta dal governo sovietico solo nella Costituzione del 1918 (art. 13). In quella del '29 era già stata esclusa (si riconosceva solo la libertà di culto).

Bibliografia

- G. Codevilla, Stato e chiesa nell'Unione Sovietica, ed. Jaca Book.
- Id., Le comunità religiose nell'URSS, ed. La casa di Matriona.
- Id., Il progetto di legge: Sulla libertà religiosa in URSS, in "L'altra Europa", sett-ott. 1990.
- I. Safarevic, La legislazione religiosa nell'URSS, ed. Paoline.
- V. Kouroedov, La religion et l'Eglise en URSS, ed. Progress Mosca (ne esiste una piccola riduzione in italiano presso la Novosti).
- G. Barberini, Stati socialisti e confessioni religiose, ed. Giuffré.
- C. Cardia, Società civile e società religiosa nel pensiero marxista, in "Il diritto ecclesiastico", 1968.
- B. Bociurkiw, I rapporti fra Stato e chiesa in URSS, in "L'est", n 1/1968.
- R. Renaldin, L'ateismo leninista e l'antireligiosità in URSS, ed. Multistampa (PD).
- A. Besançon, Breve trattato di sovietologia ad uso delle autorità civili, militari e religiose, ed. dello Scorpione, Milano 1976.
- Molto materiale sulla legislazione euro-socialista relativa alle questione religiosa è reperibile nelle due riviste di C.L.: "Russia cristiana" (ora "L'altra Europa") e "CSEO" (che da qualche hanno ha cessato le pubblicazioni).
- Il testo della legge è apparso in "URSS oggi", n 1/1991.

Costituzione russa (pdf-zip)


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Diritto
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Aggiornamento: 22/04/2015