IDEE PER UN DIRITTO DEMOCRATICO
La laicità e la democrazia come valori universali


CAPIRE LA SEPARAZIONE. ASPETTI STORICI E TEORICI

I

Allorché le forze bolsceviche giunsero al potere, l'atteggiamento della chiesa ortodosso-russa, specie nei suoi livelli gerarchici, fu particolarmente ostile. Tre giorni dopo la rivoluzione il concilio nazionale di questa chiesa approvò un appello, rivolto al clero e a tutti i fedeli, in cui si definiva la rivoluzione socialista "un avvento dell'anticristo, un'irreligiosità infuriata". Il neo-eletto patriarca Tichon esordì il 19 gennaio 1918 lanciando l'anatema contro i bolscevichi, invitando gli ortodossi "a non comunicare, in nessun modo, con tali nemici del genere umano". Lo stesso patriarca, appoggiato dal metropolita cattolico Ropp, dal protopresbitero greco-cattolico Fjodorov, dal vescovo Simon dei seguaci del rito antico e da altri esponenti religiosi di rilievo, aderì alla controrivoluzione interna e all'intervento armato straniero degli anni 1918-1920.

La stampa ecclesiastica sollecitava i fedeli ad aderire volontariamente alla guardia bianca. Ogni ribellione antisovietica si svolse con l'appoggio e anche con la diretta partecipazione del clero. Gli esponenti ecclesiastici, di concerto con i rappresentanti delle maggiori organizzazioni controrivoluzionarie, escogitavano piani per occupare Mosca e Pietrogrado, per uccidere Lenin e altri dirigenti sovietici. I monasteri venivano utilizzati come rifugio per gli ex ufficiali zaristi e come deposito di armi e munizioni. Il patriarca Tichon rimase tenacemente sulle sue posizioni anche dopo la vittoria bolscevica contro la reazione: nel 1922, ad esempio, pubblicò un appello intimando, pena la scomunica o la sospensione a divinis per il clero, di non consegnare il proprio oro e argento per salvare la popolazione dalla fame. Per questi e altri motivi la chiesa stessa pretese le sue dimissioni. Tichon, dopo lunghe riflessioni, fece pubblica ammenda, per cui poté rimanere al suo posto fino alla morte, avvenuta nel 1925. Il 7 aprile dì quello stesso anno egli redasse il testamento che ora qui prenderemo brevemente in esame.

Il secondo documento che c'interessa è la lettera pastorale che monsignor Serghi, locum tenens del patriarca, rivolse al clero e a tutti i fedeli del patriarcato di Mosca il 16 giugno 1927. Entrambi sono stati pubblicati in La tragedia della chiesa russa di L. Regel'son, ed. La casa di Matriona.

Nei due documenti suddetti la chiesa ortodossa, per la prima volta, dichiara di accettare di convivere con un regime comunista e con uno Stato non più confessionale; per la prima volta essa riconosce la possibilità di vivere la fede religiosa in un sistema politico completamente diverso da quello precedente. "Senza peccare contro la nostra fede e la nostra chiesa, senza cambiare nulla, in una parola senza lasciarci andare a nessuna concessione, dobbiamo, in quanto cittadini dello Stato, essere leali verso il potere sovietico e verso l'attività dell'Urss per il bene comune, mettendo tutto l'ordinamento della vita esterna della chiesa e della sua attività in accordo con il nuovo regime di Stato e condannando qualsiasi comunione con i nemici del potere sovietico, come pure una resistenza aperta o segreta contro di esso", così Tichon.

In materia di fede - afferma il patriarca - nulla è cambiato, nessuna concessione è stata fatta. Tuttavia qualcosa d'importante, sul piano ecclesiologico, è necessariamente mutato. La chiesa non è più compromessa col governo al potere, né la fede con la politica. Tichon ne è perfettamente consapevole: "L'attività delle comunità ortodosse non deve essere politicizzata", dice; non dobbiamo nutrire "speranze di restaurazione dell'ordinamento monarchico: tutto ciò è estraneo alla chiesa".

Che cosa deve interessare alla chiesa cristiana? Unicamente "il diritto e la possibilità di vivere e di strutturare le proprie questioni religiose, conformemente alle esigenze della fede, nelle misura in cui ciò non violi l'ordine pubblico e i diritti degli altri cittadini": su questo si basa l'accordo riguardante il regime di separazione fra Stato e chiesa. Sì dunque alla libertà religiosa, ma sì anche alla libertà "da" qualsiasi religione, cioè sì alla libertà dell'ateismo, affinché si garantisca veramente la libertà di coscienza. Allo Stato interessa questo, e che le diverse religioni restino rispettose delle leggi civili. 

Chi si dedica "smodatamente a un attivismo politico puramente umano" -dice ancora il patriarca- ha dimenticato il divino (questo in riferimento ai molti vescovi e pastori della Direzione ecclesiastica, giudicati "troppo ostinati"). Costoro, a suo dire, non hanno compreso due cose di fondamentale importanza: la prima è che "non c'è alcun potere al mondo che sia in grado di legare la nostra coscienza di Pastore supremo e la nostra parola di patriarca"; la seconda è che "l'instaurarsi di chiari e leali rapporti indurrà le nostre autorità a riporre in noi la massima fiducia". Non si tratta, beninteso, di sottomettersi "tatticamente" alla forza del governo, in attesa di trovare tempi migliori per la "controrivoluzione". Il patriarca stigmatizza apertamente questa finzione pregando i fedeli di obbedire "al governo sovietico con la coscienza tranquilla e senza timore di mancare alla nostra santa fede e ciò non per timore ma per dovere di coscienza". Ecco quindi la soluzione del nuovo rapporto fra Stato e chiesa creatosi con la rivoluzione bolscevica: il credente sia cittadino di fronte allo Stato e credente di fronte alla chiesa. 

Come noto, a partire da questa nuova acquisizione di metodo relativa ai rapporti tra Stato e chiesa, si fa risalire, negli ambienti borghesi e cattolico-romani, l'atteggiamento degli ortodossi nei confronti della politica, che viene giudicato completamente passivo. In realtà il patriarca voleva porre in discussione solo l'impegno politico anticomunista, non l'impegno politico in generale degli ortodossi, il quale comunque, a suo avviso, doveva essere condotto più in qualità di "cittadini" che non in qualità di "credenti".

Perché dunque tutte quelle difficoltà nell'attuare un principio in fondo relativamente semplice da capire? E' stato a causa dei condizionamenti storici. "Sfortunatamente", dice monsignor Serghi, che capì meglio di Tichon il valore della rivoluzione, "diverse circostanze, e principalmente le provocazioni dei nemici dello Stato sovietico all'estero, alle quali partecipavano non solo semplici fedeli della nostra chiesa ma anche i loro dirigenti, hanno provocato una diffidenza, giusta e naturale, del governo riguardo ai dignitari della chiesa in generale". Si tratta appunto di una questione di "reciproca fiducia": che lo Stato deve avere nella chiesa e viceversa. "Vogliamo essere ortodossi e nello stesso tempo riconoscere l'Unione Sovietica come nostra patria"; "pur restando ortodossi, non dimentichiamo il dovere di essere cittadini dell'Unione"; "possono mostrarsi cittadini fedeli dell'Unione Sovietica non solo persone indifferenti di fronte all'Ortodossia, non solo persone che l'hanno tradita, ma anche i suoi fedeli più zelanti ai quali l'ortodossia con tutti i suoi dogmi e le sue tradizioni, con tutta la sua struttura canonica e liturgica, è cara come la vita e la verità".

Purtroppo i fatti hanno dimostrato che i condizionamenti storici erano molto più radicati nelle coscienze di quel che non si pensasse. La stampa borghese spesso sottolinea che i metodi usati dal bolscevismo erano molto duri, aspri e violenti, ma altrettanto spesso dimentica di precisare che non meno radicale è stata da parte di molti cristiani l'incomprensione nei riguardi della rivoluzione. Monsignor Serghi deve constatare con amarezza "l'insufficiente consapevolezza dell'importanza di quello che si è verificato nel nostro paese. L'affermazione del potere sovietico era, per molti, un malinteso, una conseguenza del caso e, per questa ragione, destinata a scomparire. A coloro che non vogliono comprendere i "segni dei tempi", può sembrare che non si possa abbandonare il vecchio regime e la monarchia senza abbandonare l'ortodossia. Questa mentalità di alcuni ambienti ecclesiastici [ ... ] ha provocato la diffidenza del potere sovietico".

Come si può notare, anche il metropolita sconfessa il sistema teocratico zarista e l'integralismo politico della fede. "L'apostolo insegna", dice ancora, "che possiamo vivere tranquillamente e pacificamente nella verità solo se ci sottomettiamo al potere legittimo"(1 Tim 2,2). Non si può quindi fare della fede religiosa un pretesto per condannare un sistema politico, a meno che questo sistema non chieda di abiurare i dogmi o di essere venerato come una divinità - il che, nel caso del potere sovietico, non è accaduto (benché lo stalinismo abbia favorito al massimo il culto della personalità).

Al contrario il ripristino del patriarcato ortodosso-russo divenne possibile proprio in virtù della politica del partito comunista. D'altra parte -il metropolita lo ribadisce- "non è neppure sufficiente l'obbedienza per 'timore' e non anche per 'motivi di coscienza'"(Rm 13,5). "Soltanto persone che farneticano possono pensare che una società importante come la nostra chiesa ortodossa, con tutte le sue organizzazioni, possa esistere tranquillamente nello Stato dissimulandosi agli occhi del potere [ ... ] persone d'una simile mentalità devono accantonare queste idee e, tenendosi per sé le proprie simpatie politiche, credere nella chiesa e lavorare con noi solo nel nome della fede, ovvero, se non possono di colpo accantonare i loro sogni, almeno non molestarci astenendosi momentaneamente da ogni attività".

Un messaggio, questo, che certo i vari Solzenicyn, Regel'son, Jakunin tardano alquanto a capire, rischiando così di esporsi alle diverse strumentalizzazioni del mondo occidentale.

Di fatto - ed è la conclusione della lettera pastorale - "soltanto il nostro atteggiamento di fronte al potere è cambiato, mentre la fede e la vita cristiana restano incrollabili". Chi dunque ancora si ostina a non accettare questo "segno dei tempi" deve provare a chiedersi se per caso non abbia paura di veder crollare la propria fede decidendo di accettare il cosiddetto "regime di separazione". Se davvero questa paura esiste, nulla meglio di uno Stato laico contribuisce a ricercarne le ragioni nella coscienza dell'uomo.

II

Per migliaia di anni l'uomo ha creduto che la fede in un dio fosse cosa scontata e naturale, e che quindi non ci fosse bisogno di distinguere ambiti e competenze. Stato e chiesa, o se si vuole, società e religione, istituzioni e confessioni erano sostanzialmente all'unisono, strettamente alleati, quando non esistevano lotte, anche molto cruente, tra idee religiose contrapposte.

In tal senso si può con sicurezza affermare che l'ateismo teorizzato e legittimato non è mai esistito prima del marxismo e dell'Ottobre. Nessun potere governativo, prima del 1917, si è mai sognato di dire esplicitamente che il problema di dio "non interessa alle istituzioni" e che pertanto nelle scuole, negli uffici, negli ospedali, nelle caserme, nei tribunali... i cittadini devono vivere, agire, pensare "come se dio non esistesse" (secondo la famosa formula di Ugo Grozio).

Nel passato si potevano trovare al massimo singoli uomini, praticamente atei (più o meno espliciti), in lotta col loro sistema politico (Epicuro, Bruno, Spinoza, Feuerbach...), oppure uomini che ammettevano di nutrire seri dubbi su talune o su molte verità di fede (Cartesio, Copernico, Galilei, Montaigne, Kant...). Ma nessuno di questi è mai stato capace di comprendere scientificamente le radici di fondo delle opinioni di fede, né di collegare l'emancipazione individuale dalla religione con quella sociale dallo sfruttamento.

E' vero, la borghesia, nei suoi momenti migliori, ha cercato di creare degli Stati laici, che fossero separati dalla chiesa (vedi p.es. la nota formula "libera chiesa in libero Stato"), ma per poter sopravvivere come classe proprietaria dei fondamentali mezzi produttivi, essa ha ben presto dovuto rinunciare a queste per giuste aspirazioni, tanto che fino ad oggi nessuna costituzione borghese prevede il diritto all'ateismo. Negli Stati Uniti pluriconfessionali, dove lo Stato si dice separato dalle chiese, il presidente Reagan ha avuto persino il coraggio di proporre la reintroduzione delle preghiere nelle scuole pubbliche. E ogni presidente che si rispetti si affida sempre alla volontà divina nei momenti difficili della nazione.

Il compromesso tra Stato e chiesa, nei paesi capitalisti, è così forte che il destino dell'uno sembra essere strettamente legato a quello dell'altra. Il regime di compromesso (formalizzato a livello costituzionale o praticato sul piano sociale) pare essere l'espressione giuridica più adeguata della proprietà privata dei mezzi di produzione.

In tal senso l'unica domanda possibile che nell'ambito del capitalismo ci si può porre, nell'ambito della sinistra, è la seguente: per realizzare un regime di effettiva separazione tra Stato borghese e religione, è preferibile puntare a realizzare preventivamente la rivoluzione socialista, oppure la coscienza democratica oggi è sufficientemente matura da esigere una maggiore coerenza laica a livello dei rapporti istituzionali tra Stato e chiesa? In altre parole, se le forze di sinistra ritengono che sotto il capitalismo non sia possibile realizzare un'effettiva separazione di Stato e chiesa, va considerato del tutto inutile il sostegno a rivendicazioni indirizzate al perseguimento di tale obiettivo, oppure ciò può servire come occasione per portare la democrazia verso il suo naturale fine socialista?

L'accettazione della laicità è diventata nei paesi socialisti la conditio sine qua non per un qualsiasi cittadino che voglia dimostrare di essere leale nei confronti dello Stato. E' la base e la regola cui tutti devono conformarsi: atei e credenti di qualsivoglia religione. La questione dell'atteggiamento da tenere nei confronti della religione è diventata completamente privata, in quanto non si è più "cristiani in massa", non esiste più uno Stato confessionale o un partito politico che si ispiri a dei principi o valori religiosi.

Oggi, nell'area del socialismo, si va lentamente ma progressivamente laicizzando l'intera società civile. Tutti, di fronte allo Stato, debbono sentirsi laici, e questo nella convinzione di essere totalmente liberi di esprimere le proprie opinioni in materia di fede e ragione. Lo Stato socialista si guarda bene dal richiedere un'esplicita professione di ateismo: in nessun documento amministrativo si fanno domande circa il proprio atteggiamento nei confronti della religione. E' patrimonio acquisito dall'intera società che qualunque provvedimento coercitivo in una direzione o nell'altra, in merito ai convincimenti personali, non fa che ottenere l'effetto contrario.

La laicità che si vive in uno Stato separato è per così dire una sorta di "ateismo informale o indiretto o indotto", è un ateismo "taciuto o implicito", conseguente al fatto che la separazione è reale e non -come invece nei paesi capitalisti- fittizia. E' una sorta di possibilità che si offre al cittadino di pervenire all'ateismo per via democratica, senza alcuna costrizione, ed è anche una possibilità che gli si offre di pervenire a idee religiose secondo un convincimento personale e non per pura e semplice tradizione.

Uno Stato ateo (com'era p.es. quello albanese) implicherebbe un'adesione di coscienza all'ateismo, ovvero un atteggiamento di doppiezza, in quanto nessuno può obbligare la coscienza umana a credere in qualcosa. Se e quando la stragrande maggioranza dei cittadini avrà maturato una consapevolezza ateistica, ciò probabilmente avverrà non in presenza di uno Stato ateo ma in sua assenza.

L'umanesimo integrale (non alla Maritain) che si vuole realizzare in un paese socialista permette alla coscienza di decidere liberamente se accettare la religione o l'ateismo, cioè permette di fare una cosa che in un regime di compromesso si dà naturalmente per scontata. In Italia si è cattolici dalla nascita, non per convinzione. Oggi è proprio a causa del crescente secolarismo (dovuto al fallimento delle utopie teocratiche, alla rivoluzione industriale e scientifica, alla laicizzazione del pensiero, alla democratizzazione delle masse, ecc.) che la libertà di coscienza deve essere garantita, oltre che dalla libertà di religione, anche da quella di ateismo. Senza questa libertà, lo stesso concetto di "laicità" viene ad assumere significati molto ambigui.

D'altra parte è proprio col separatismo che si garantisce l'effettiva non-ingerenza negli affari interni della chiesa. Non è forse vero che la chiesa romana ha dovuto modificare cento volte i propri dogmi pur di riconfermare il suo stretto rapporto coi regimi feudali prima e borghesi dopo?

Non solo, ma se esistesse la libertà di ateismo come diritto civile esisterebbe anche la possibilità di creare delle alternative laiche a qualunque manifestazione religiosa (riti, culti, festività, calendari...), cioè si potrebbe più facilmente passare da una separazione di tipo giuspolitico (istituzionale) a una di tipo socioculturale (a livello di società civile). Occorre dimostrare che l'ateismo non è solo "una questione di coscienza", ma anche "un'esperienza di vita", al pari di qualunque religione.

Il fatto che il socialismo abbia capito che non si può separare la società dalla religione, servendosi degli strumenti istituzionali dello Stato, del governo, del partito politico ecc., cioè il fatto che si sia capito che non si può vietare la libertà di propaganda religiosa (che potrebbe anche avere un fine antigovernativo), l'indottrinamento dei minorenni da parte dei preti o dei loro genitori (che potrebbe anche violare la libertà di coscienza), né che la religione si dia finalità sociali, assistenziali, ricreative, culturali... (che potrebbero anche apparire alternative a quelle statali), non significa che d'ora in avanti la religione abbia il diritto di porsi politicamente. La religione si è negata da sola la facoltà di usare questo diritto, nel momento stesso in cui la sua affermazione politica ha indotto gli uomini a credere in religioni alternative a quella dominante.

Oggi una religione al potere sarebbe possibile solo in un contesto geografico assolutamente omogeneo quanto alla scelta della fede religiosa, nel senso che tutti i cittadini (o quasi) dovrebbero credere in un medesimo dio e nelle medesime forme. Tuttavia, là dove esistono più religioni, là dove esiste una coscienza ateistica, una qualunque religione al potere costituirebbe, ipso facto, una violazione della libertà di religione e di coscienza. 

Ecco perché un regime di separazione esprime meglio lo spirito pluralistico in materia di atteggiamento nei confronti della religione. Esso non solo garantisce il diritto di professare consapevolmente (per libera scelta) una qualsivoglia religione, in un qualunque modo e in un qualunque contesto politico e geografico, ma garantisce anche la piena libertà di coscienza, cioè il diritto di non professare alcuna religione. E' nell'interesse stesso dello Stato laico dimostrare che sono possibili più opzioni nei confronti della religione in generale.

In tal senso si può addirittura sostenere che la prima vera, sostanziale, differenza che passa tra un credente e un altro non sta tanto in qualche particolare contenuto teologico, quanto piuttosto nell'atteggiamento di accettazione o di rifiuto che si assume nei confronti del regime di separazione. E' questo il discrimen che distingue, almeno in maniera giuspolitica, un credente progressista da uno integralista.

Un qualunque credente voglia porre delle rivendicazioni politiche proprio in quanto "credente", al fine di avere un potere di tipo "politico-religioso", e non si limiti a porre delle rivendicazioni politiche in quanto "cittadino", affinché la democrazia e quindi il pluralismo religioso venga affermato nella sua pienezza, è un credente integralista o monista, incapace di distinguere gli ambiti ideologici da quelli politici, gli ambiti laici da quelli religiosi.

Se il significato politico della democrazia dipendesse dalla valutazione che ne può dare un credente, automaticamente si dovrebbe considerare antidemocratico qualunque cittadino non religioso. Ecco perché la democrazia non può dipendere dall'atteggiamento che si assume nei confronti della religione.

Oggi anzi sotto il socialismo si è arrivati alla conclusione che la religione può in realtà fare ciò che vuole se si appoggia sul sostegno finanziario dei propri credenti. Una confessione religiosa può pretendere che una parte delle tasse versate dai propri credenti le ritorni indietro per finanziare proprie opere o strutture a contenuto socio-culturale religioso, ma essa non può pretendere che ciò venga fatto con le tasse dei cittadini non-credenti o credenti in altre religioni, neppure se dimostrasse che le proprie opere o strutture religiose possono servire a qualunque cittadino.

In tal caso infatti non si comprenderebbe il motivo per cui una confessione debba gestire un servizio per tutti quando a tale scopo già esistono le strutture statali. Se queste non funzionano, si tratterà di modificarle, di migliorarle, non di appaltare la loro gestione a enti privati caratterizzati ideologicamente. Qualunque attività socio-culturale di una qualunque confessione religiosa deve servire unicamente i propri fedeli; o comunque nessuna confessione può pretendere fondi pubblici solo perché presume di fornire un servizio anche per cittadini diversi dai propri fedeli.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Diritto
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Aggiornamento: 22/04/2015