IDEE PER UN DIRITTO DEMOCRATICO
La laicità e la democrazia come valori universali


IL VALORE DELLA LEGGE

Un tempo, prima ancora che nascessero le cosiddette "civiltà", la parola data era sacra, poiché era un impegno che si prendeva in coscienza, e chi non la manteneva veniva sanzionato dal biasimo collettivo, e tutto finiva lì.

Oggi la parola data non ha più alcun valore, se non nei debiti di gioco o nelle relazioni tra marito e moglie. Eppure viviamo in un'epoca "cristiana", in cui dovrebbe valere il principio evangelico: "non giurate mai: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurate neppure per la vostra testa, perché non avete il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno"(Mt 5,34ss.). Con un principio del genere gli aspetti giuridici avremmo dovuto abolirli completamente.

La legge è un prodotto delle civiltà, cioè è nata in un contesto di sfiducia reciproca tra i componenti di una determinata comunità. L'estraneità, che è spia di un certo antagonismo sociale, ha fatto progressivamente emergere l'esigenza di vincolare il proprio avversario, già in qualche maniera sottomesso, a conseguenze molto gravi nel caso in cui volesse violare o rimettere in discussione un determinato assetto di rapporti di forza. Prima di regolamentare i rapporti tra tribù ostili, la legge è servita per regolamentare i rapporti sociali interni a una tribù.

Quando nel racconto del Genesi vien detto che nell'Eden esisteva un divieto esplicito di fare una determinata cosa, significava che già all'interno di una medesima tribù vi erano forze tendenzialmente opposte, di cui una, quella rappresentata dalla donna, sempre più favorevole a uno stile di vita esterno alla propria tribù, che nel racconto viene rappresentato dal serpente. Il primo divieto formale viene posto in presenza di un antagonismo fra tribù rivali. Viene posto sperando che con la paura si potesse tenere uniti gli ultimi componenti di una tribù che rischiava di soccombere alla forza di quelle confinanti. Un espediente che avrebbe potuto funzionare in via del tutto transitoria e certamente non all'interno di una reiterata assenza di quel fondamentale collante sociale che si chiama "consapevolezza interiore collettiva".

Il principale assetto di rapporti di forza che caratterizza il sorgere delle civiltà e quindi di una qualche legislazione repressiva è stato quello dei rapporti di proprietà. Ci si può chiedere se questa affermazione possa essere applicata anche alla civiltà ebraica, quale venne formandosi sotto la legislazione mosaica, poiché quest'ultima, coi suoi dieci comandamenti, viene considerata ancora oggi un modello basilare per tantissime legislazioni nazionali. La domanda è legittima in quanto è difficile sostenere che la legge mosaica rispecchiasse in maniera adeguata i rapporti sociali antecedenti alla caduta edenica.

Il fatto è che un popolo che si emancipa da una condizione di schiavitù, non può di punto in bianco tornare a vivere una condizione di vita totalmente priva di antagonismi sociali. Occorre una legislazione temporanea. E quella che si diedero gli ebrei era enormemente più avanzata di tutte le legislazioni degli Stati schiavistici dell'epoca.

Quando entrò in scena Gesù Cristo non venne proposta una nuova legislazione; venne semplicemente detto che fino a quando gli uomini non avessero imparato a convivere pacificamente tra loro a prescindere dalle leggi, queste sarebbero rimaste. Al massimo, nel vangelo di Giovanni (13,24), si parla di "comandamento dell'amore": amarsi gli uni gli altri sull'esempio del Cristo.

Un comandamento, questo, che, detto a prescindere dalle contraddizioni sociali, rifletteva un tradimento ancora più sofisticato di quello che possiamo constatare nei vangeli sinottici, laddove si afferma che l'unica legge che riassumeva tutti i comandamenti era il principio di amare contemporaneamente dio e il prossimo come se stessi, ch'era peraltro già previsto nell'Antico Testamento, tant'è che nel vangelo di Marco (12,28ss.), quando Cristo incontra lo scriba che gli chiede quali siano i comandamenti principali, alla fine della discussione i due si trovano in perfetto accordo. L'unica cosa che lo scriba doveva ancora capire, per diventare un perfetto "cristiano", era quella di credere che Gesù fosse l'unigenito figlio di dio.

Il tradimento della chiesa petro-paolina era consistito proprio in questo, nel far credere che tutta la legge si racchiudesse in una mera questione della coscienza personale, a prescindere completamente dalle condizioni esterne in cui essa deve agire. Un principio, questo, che al massimo avrebbe potuto trovare una qualche giustificazione in una società priva di conflitti sociali, di classe. Diversamente esso aveva e ancora oggi ha soltanto un significato conservativo dei rapporti esistenti, qualunque essi siano, dunque anche quelli antagonistici. Un principio, dunque, non molto superiore a quello buddhista.

In realtà se non si pongono le condizioni per cui quel sacrosanto principio possa essere applicato, il suo valore è minimo. E la condizione fondamentale è quella di rovesciare il potere politico ed economico che impedisce di applicare quel principio nell'ambito dell'intera società.

La chiesa ricadde nei limiti dell'ebraismo, imponendo, attraverso i propri dogmi, una determinata interpretazione dell'oggetto della propria fede. Tornò di nuovo in auge la legge appena essa fruì di un certo potere istituzionale.

Questo per dire che una volta fatta la rivoluzione politica, occorre porre le condizioni che tendono a ridurre progressivamente il peso della legge, puntando l'attenzione sulla socializzazione dei beni, umani e naturali.

IMPUTATO E COLPA

Quando nei processi si giudica qualcuno e ci si attiene esclusivamente alla legge si ha più possibilità di sbagliare che non attenendosi esclusivamente all'etica. Applicare la legge ai casi umani, che sono sempre infinitamente complessi, anche quando appaiono semplici, non ha molto senso. Anche se i giudici avessero in mano migliaia di codici e migliaia di riferimenti a casi analoghi a quello che devono giudicare, non sarebbero per questo più agevolati. La realtà è che gli esseri umani non possono essere "giudicati" da altri esseri umani. Possono solo essere capiti.

Di fronte a qualcuno accusato di qualcosa, noi non dovremmo mai né giustificare né condannare, proprio perché non possiamo farlo. E i motivi sono tanti: p. es. perché conosciamo troppo o troppo poco l'imputato. In un caso possiamo avere dei conflitti di interesse; nell'altro rischiamo di fidarci troppo delle apparenze, delle impressioni, delle opinioni o testimonianze altrui. Per non parlare del fatto che ci portiamo sempre dietro i nostri pregiudizi, le nostre concezioni di vita.

Noi non siamo mai nelle condizioni migliori per poter giudicare in maniera adeguata qualcuno: o siamo troppo coinvolti nelle sue vicende (e allora è come se, in realtà, dovessimo giudicare noi stessi, e nessuno è così obiettivo da poterlo fare), oppure il caso ci appare troppo estraneo (e allora il nostro giudizio può essere condizionato da altri fattori: p. es. la fretta di concludere il processo o il timore di subire conseguenze a seconda di come ci si pone nei confronti dell'accusato).

L'idea che esistano delle "prove schiaccianti" non aiuta assolutamente a definire la colpevolezza di un imputato. Per poter capire davvero un reato non abbiamo bisogno né di prove né di testimonianze. Il fatto che un crimine venga individuato con certezza non significa, di per sé, che si sia anche in grado di capirlo adeguatamente. Si pensi solo al fatto che chi subisce un torto è generalmente convinto, solo per questo, di avere tutte le ragioni di questo mondo. E qui non stiamo neppure a discutere se davvero possa esistere il concetto di "prova inconfutabile": se esistesse un concetto del genere, non si darebbe così tanto peso al concetto di "alibi", né si cercherebbe di produrre falsi indizi o di deviare le indagini o di cercare false testimonianze o di manipolare i reperti.

Uno può pensare che tutto ciò viene fatto proprio perché esistono "prove inconfutabili", ma chi è disonesto sa bene che tutto può essere "falsificato" e che operazioni del genere possono dare anche i loro frutti nei processi. Quanto alle testimonianze oculari, da tempo è noto che uno vede solo ciò che vuol vedere o che "pensa" di aver visto. L'evidenza della verità è solo un'illusione. E quando si fa giurare qualcuno di dirla, si è soltanto ridicoli. Uno la verità non potrebbe dirla neanche se lo volesse, proprio perché con certezza non può saperla.

Neppure un'esplicita ammissione di colpa potrebbe risultare sufficiente. Non serve a nulla, sul piano etico, pentirsi per avere uno sconto della pena, tanto più che non è detto che un imputato possa avere piena consapevolezza di ciò che ha fatto solo perché l'ha fatto. Probabilmente se uno potesse avere una consapevolezza del genere, non farebbe alcun crimine (almeno così la pensava Socrate, il più grande filosofo dell'antichità).

I giudici, la giuria, gli avvocati, la pubblica accusa, i parenti dell'imputato, quelli della vittima, le forze dell'ordine che assistono al processo, ma anche i giornalisti, il pubblico curioso o interessato..., insomma tutta la società ha bisogno di sapere le motivazioni di fondo che hanno indotto a compiere un determinato reato o crimine. Cioè le circostanze che le hanno generate e le eventuali attenuanti o aggravanti, correlate al fatto, che si possono far valere: non a titolo di mera curiosità, ma nella speranza che la cosa non si ripeta.

Le circostanze sono sempre quelle socio-ambientali, in cui può maturare un reato o un crimine. Chiunque infatti è in grado di notare che, a parità di circostanze, uno delinque, l'altro no. Per quale motivo? Uno dovrebbe essere giudicato dai suoi pari, cioè da quelli che, pur vivendo medesime circostanze, han deciso di comportarsi diversamente. Nei processi dovrebbero essere presenti solo le persone che, in un modo o nell'altro, conoscevano l'imputato e potevano accedere, in un modo o nell'altro, ai suoi ambienti. E tutti dovrebbero essere interpellati, per poter avere un quadro sufficientemente chiaro della personalità e della vita dell'accusato.

Il processo dovrebbe soltanto avere lo scopo di far capire all'accusato fino a che punto avrebbe potuto comportarsi diversamente, sulla base delle testimonianze raccolte. Le quali appunto non dovrebbero essere utilizzate a suo carico, ma proprio per fargli capire che esiste sempre la possibilità di agire diversamente. Dovrebbero essere testimonianze aventi una finalità pedagogica. Occorre cioè far capire a tutti, e non solo all'imputato, il valore delle opzioni, delle possibilità di scelta. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, chi compie un reato o un crimine sostiene che non aveva scelta. Ma se davvero mancasse la libertà di decidere, dove starebbe la colpa? A che pro giudicare uno destinato a delinquere? Dovrebbe anzi essere la società a chiedersi il motivo per cui, in certe situazioni, non esiste possibilità di scelta.

Noi diciamo che le persone non vanno giudicate per le loro idee ma per quello che fanno. Eppure il più delle volte le cose si compiono sulla base di certe idee o convinzioni. Dunque dovrebbe vertere su queste idee il dibattimento processuale. Uno dovrebbe arrivare a convincersi d'aver sbagliato, a prescindere dalla pena prevista. La quale, comunque, non può certamente basarsi sul carcere, cioè su una reclusione meramente punitiva. Chi ha sbagliato deve essere recuperato, altrimenti sarà indotto a ripetere il crimine o anche a far di peggio. La pena deve essere rieducativa. Quando uno si convince d'aver sbagliato, è già punito: a partire da quel momento gli deve esser data la speranza di reintegrarsi, proprio perché una persona non va mai condannata, ma recuperata.

Lo stesso criminale che, dopo essersi pentito, subisce un torto, deve dimostrare una maturità sufficiente a comportarsi diversamente da come avrebbe fatto prima del pentimento. Gli sbagli che nella vita si compiono devono servire per non ripeterli. Bisogna guardarli con fiducia, non con pessimismo, anche perché la perfezione non esiste: non è forse vero che spesso facciamo sbagli senza neppure accorgercene?

Le leggi esistenti, i codici, i casi analoghi, accaduti in precedenza, dovrebbero servire soltanto come spunto di riflessione, giusto per far capire all'imputato che non è un caso speciale, mai accaduto prima. Uno deve togliersi di testa l'idea di dover essere sottoposto, per una qualche ragione, a un trattamento di favore. L'etica è terribilmente più importante del diritto.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Diritto
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Aggiornamento: 11/12/2018