ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


Storia del capitalismo
dal Rinascimento alla New Economy
recensione a un saggio di Michel Beaud

Michel Beaud, professore di Economia all’università di Parigi VII-Denis Diderot è l’autore di un ammirevole saggio che tratta la storia economica nell’ultimo mezzo millennio, quella che ha visto fiorire il “modo di produzione” capitalista. Per capire il motivo di tale opera, nell’introduzione alla quinta edizione Beaud cita lo storico francese Braudel: «L’errore più grave consiste […] nel sostenere che il capitalismo è un “sistema economico” e basta, mentre esso si nutre dell’ordine sociale, è, avversario e complice, su un piano di parità (o quasi) con lo Stato, personaggio ingombrante quant’altri mai – e questo da sempre; fruisce anche di tutto l’appoggio che la cultura arreca alla solidità dell’edificio sociale […]; infine controlla le classi dominanti che nel difenderlo difendono se stesse». Dunque non si tratta di uno studio meramente economico, ma soprattutto di una riflessione sull’impatto dell’economia sulla società.

Pur essendo un testo non accademico, scritto per un pubblico interessato ma non esperto, esso aspira ad un’esposizione completa delle dinamiche macroeconomiche di questi secoli. Essenzialmente è possibile dividere l’opera in due parti: quella dell’evoluzione e della presa di coscienza della classe borghese (ossia quella degli artigiani, dei produttori e comunque dei soggetti economici che posseggono i mezzi di produzione), e l’era dell’espansione imperialista, in cui si assiste alla polarizzazione e alla fusione dei poteri politico-economici, in cui ancora oggi stiamo vivendo.

Proviamo ad osservare le dinamiche succedutesi in questi cinque secoli.

La lunga marcia del capitalismo comincia con gli scricchiolii nel sistema feudale, da attribuire ad una ripresa del commercio (con l’artigianato delle gilde e delle corporazioni), alla affermazione di realtà comunali e nazionali, e dunque di una prima razionalizzazione delle ricchezze accumulate (e fino ad allora estorte tramite rendite da lavoro forzato e corvée, risorse non reinvestite dalla classe dei nobili).

Le prime tappe furono la conquista ed il saccheggio delle Americhe e l’affermazione della borghesia calvinista. In questa fase iniziale, dopo le grandi scoperte geografiche di Cristoforo Colombo e Magellano, la Spagna godette a lungo delle ricchezze costituite dall'importazione di canna da zucchero, rum, melassa e commercio di schiavi, nonché dell’oro e dai metalli preziosi dall’America. Questo enorme afflusso d’oro e d’argento tuttavia scatenò una spirale inflattiva e notevoli disordini finanziari che nel XVI secolo ridussero il salario reale medio nel territorio europeo del 50%.

È questo il motivo per cui, tra i problemi maggiori dei filosofi economisti del XVI secolo, vi fu il dilemma del rapporto tra la quantità di metalli preziosi e l’andamento dei prezzi reali. Alcuni suggerirono di mitigare la situazione con politiche economiche protezionistiche (la limitazione delle esportazioni di oro). Le misure di politica economica dei tesaurizzatori non furono comunque adeguate. A questo punto i mercantilisti (tra cui David Ricardo, con la teoria dei vantaggi comparati) proposero una nuova formula: produrre di più – e meglio – e ridurre l’import.

Nel frattempo la classe borghese filocalvinista, con una fetta di popolazione stimabile attorno al 20%, comincia ad orientare i primi grossi investimenti, frutto di un’accumulazione strappata alle decime della Chiesa e alle tasse del regno. Nello strato sociale inferiore, troviamo la massa contadina, che costituisce in questo periodo la classe più numerosa, in grado di sostentarsi tramite l’autoconsumo, e infine troviamo la presenza minore, ma pur sempre notevole dei mendicanti (che subirono nel tempo numerose misure repressive, a partire dai lavori forzati delle enclosures, alla dichiarazione di illegalità dell’accattonaggio).

L’unica differenza nel sistema economico europeo dunque sta nel fatto che all’estorsione del pluslavoro contadino si aggiunge il saccheggio del Nuovo Continente (in termini di risorse e di sterminio di uomini) e dell’Africa (con la tratta degli schiavi).

In ambito politico, il declino spagnolo è segnato dalla Guerra dei Trent’anni, che fanno spazio a nuove potenze nascenti: la Francia (culla dell’assolutismo di Luigi XIV, con i suoi teorizzatori Richelieu e Colbert), l’Olanda (con la Compagnia delle Indie Orientali, la Banca di Amsterdam ed una potente flotta) e l’Inghilterra (col passaggio dal mercantilismo al liberalismo lockeiano).

Il XVIII secolo, quello del "dispotismo illuminato", registra – essenzialmente nella seconda metà – progressi negli scambi, nella produzione, nelle coltivazioni e, di conseguenza, aumento dei prezzi e della popolazione.

L’aumento della ricchezza tuttavia non coincide affatto con un'attenuazione della iniquità distributiva. Dal punto di vista geopolitico assistiamo ad un rafforzamento del capitalismo coloniale, mercantile e manifatturiero in Inghilterra. Altrove permane uno stato di mercantilismo che non riesce ad evolvere a causa delle rivalità tra le grandi potenze europee. Tra l’altro non bisogna pensare che le avanzate idee inglesi abbiano impedito duri scontri per la supremazia dell’Impero: la guerra dei Sette anni, avviata e conclusa vittoriosamente dal primo ministro inglese William Pitt, si caratterizza per la conquista del Canada, della Louisiana, di gran parte delle Antille e del Senegal.

La presenza inglese in America del Nord, spazzata via la concorrenza europea, si spinge ad ovest, e decreta una lunga serie di battaglie con gli indiani nativi Cherokee. Pitt continuerà la propria azione di governo esercitando pressioni sempre maggiori sulle libertà commerciali delle colonie: le tasse su carta, vetro, piombo e tè importati portano prima al boicottaggio e poi alla famosa rivolta di Boston, in cui i carichi di tè portati su tre navi inglesi vengono gettati a mare.

La rivolta dei neonati Stati Uniti d’America (1776) non può che ricevere la solidarietà, ma soprattutto il sostegno militare di francesi (1778), spagnoli (1779) e olandesi (1780) che coglieranno l’occasione per indebolire l’egemonia inglese. In questi anni proprio in Francia la lotta ideologica che aveva fatto da carburante alla Guerra d’Indipendenza USA, finisce per concretizzarsi anche nella patria di Montesquieu, Rousseau (il “Contratto sociale”) e soprattutto Voltaire, cioè coloro i quali getteranno le basi filosofiche della nuova forma di stato che andava creandosi. Quesnay e Turgot, preconizzatori dell’economia fisiocratica, propongono in questi anni un modello capitalista agrario che avrebbe fatto a meno della “classe sterile” degli artigiani e dei commercianti, il che è meno assurdo di quanto si possa pensare, nelle condizioni di inefficienza alimentare in cui versava lo stato francese.

L’Inghilterra, nonostante le crescenti tensioni coloniali ed il tradimento dei suoi Padri Pellegrini, sin dall’inizio del secolo aveva articolato un sistema economico-finanziario stabile ed in forte crescita. Dalla nascita della Banca d’Inghilterra (1694) e di altre banche (Lloyd e Barclay), le potenzialità degli scambi quintuplicarono, ed il PIL quadruplicò.

È il trionfo delle iniziative locali, dei canali di collegamento tra le città. Gli Enclosures Acts scacciano contadini poveri e mendicanti da terreni su cui vengono applicate i metodi di coltivazione più moderni, seguendo l’esigenza di un’accelerazione nella produzione. Numerose invenzioni (nuovi strumenti: la «navetta volante» di John Kay; i nuovi materiali: la ghisa e l’uso massiccio del ferro; nuove fonti di energia: la macchina a vapore di Watt; nuovi mezzi di trasporto: le rotaie e le prime navi in ferro) diedero la spinta decisiva alla nuova forma di produzione: la fabbrica. Centinaia di operai, raccolti dai bacini sterminati di indigenti, donne e bambini furono dapprima istruiti, guidati e disciplinati, secondo regole rigide che dovevano rispecchiare lo spirito scientifico e i progressi tecnici. Dopodiché si rivelò con nitida crudezza quella che Marx definì, in un mondo comunque ancora prevalentemente agricolo, lo stato dell'alienazione della nascente classe operaia.

Cantillon, Hume e Smith sottolinearono come la politica liberale, in cui l’interesse privato non fosse ostacolato, potesse mettere in moto una mano invisibile, capace di dare ricchezza a tutti. L’ipotesi “gravitazionale” di attrazione reciproca di molteplici interessi ed egoismi prevedeva infine una nuova armonia sociale. Beaud si scaglia contro queste riflessioni, considerandole cieche di fronte alla tragica miseria che dominava su ampissimi strati della popolazione europea.

Beaud scrive: «La riflessione sul contratto sociale, sui sistemi politici, sulla democrazia, offrirà alla borghesia nuovi modelli istituzionali con le relative giustificazioni ideologiche: ormai essa potrà fare a meno del re». Gli anni tra il 1790 ed il 1815 corrodono, naturalmente, le vecchie logiche e la classe nobile, che con un lentissimo processo storico finiranno per soccombere. Citando Godwin e Malthus, l'autore mette a confronto due interpretazioni significativamente distanti: il primo denuncia la disuguaglianza, che conduce il lavoratore a subire uno sfruttamento sproporzionato; il secondo punta il dito contro i costumi sessuali “contrari alla natura e alla ragione” della classe proletaria. Le dinamiche di crescita demografica, geometriche per l’incontinenza dei poveri, rendono inutile la beneficienza dei ricchi: la natura – le cui risorse crescono linearmente – condanna così chi ha molti figli. Comincia, ad ogni modo, una riflessione profonda sulla condizione armonica (Jean-Baptiste Say) o conflittuale (David Ricardo, Karl Marx) delle due nuove classi: capitalisti ed operai.

Il capitalismo, in quanto fenomeno di nicchia, viene applicato nei settori di punta delle nazioni maggiormente sviluppate (tessile, estrazione di carbone e ghisa, ferrovie). La concentrazione della produzione industriale, in crescita evidente, è netta: tra il 1830 ed il 1870 Inghilterra, Germania, Francia e Stati Uniti detengono oltre i due terzi della produzione industriale mondiale. Rostow (1978) fornisce i rapporti di forza (in percentuale) di tale produzione:

RIPARTIZIONE DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE MONDIALE

  Gran Bretagna Francia Germania Resto d'Europa Stati Uniti
1820 24 20 15 37 4
1840 21 18 17 38 5
1860 21 16 15 34 14

Tali dati vanno letti scorporando le varie componenti della produzione industriale: mentre in Francia il peso dell’artigianato è prevalente (e ciò sfocia in una quantità superiore di beni di consumo), l’Inghilterra prevale sulle fabbriche (da cui il peso importante sulla produzione complessiva dei macchinari da impiegare negli stessi luoghi di produzione, circa  il 47% nel 1881).

In questo periodo vanno inquadrate le migrazioni interne permanenti (soprattutto inglesi) che precedono una urbanizzazione precoce e selvaggia. In Inghilterra già nel 1851 la popolazione urbana ha superato di quattro punti percentuali quella rurale. La condizione degli sweat systems, che passerà all’immaginario collettivo tramite le opere di Charles Dickens, è disumana, e costringe i lavoratori, pagati a cottimo, ad orari di lavoro anche di 14 ore giornaliere.

Ad ogni modo, nel ventennio 1860-1880 la borghesia si trova in condizione di vantaggio evidente soltanto in Inghilterra, mentre deve scontare l’alleanza con contadini e piccoli artigiani in Francia, collabora coattivamente con gli aristocratici in Germania, e negli USA dipende dagli esiti della Guerra di secessione.

In questi anni accelerò notevolmente la maturazione del movimento operaio, con raduni, cortei, distruzione di macchine (luddisti), società sindacali segrete, in parallelo con l’evoluzione del pensiero socialista (Blanqui, Proudhon, Bakunin, Engels, Marx…). I risultati, seppure a macchia di leopardo, arrivano: le vittorie sugli orari di lavoro e sui salari, sull’ottenimento del suffragio universale ed il diritto al lavoro, fino al diritto allo sciopero (questi ultimi in Francia). La forma finale di questa lotta fu il movimento internazionalista.

Lo sforzo teorico viene concentrato nella colossale opera Das Kapital, di Karl Marx (e Friedrich Engels). Qui l’analisi dello scontro di classe viene inquadrato nel contesto contemporaneo del XIX secolo, quello delle contraddizioni crescenti del modo di produzione capitalista. Uno dei punti focali su cui poggia questa analisi “materialista” è la previsione di squilibri dovuti, per la prima volta nella storia, alle crisi sovrapproduzione, piuttosto che alla scarsità di beni. La ciclicità delle crisi sarebbe dunque arginata da conflitti e guerre, in grado di distruggere gli eccessi di offerta e allo stesso tempo di consentire il perseguimento dei processi di accumulazione della grande borghesia.

L’unica soluzione, secondo Marx, è il superamento della società divisa in classi attraverso una rivoluzione sociale che il capitalismo stesso innesca attraverso un imponente processo di proletarizzazione. Beaud chiosa: «Tutto, il meglio e il peggio, è potuto derivare del pensiero di Marx o farvi riferimento: ha fornito l’armamentario di generazioni di militanti, ma ha anche generato forme di catechismo e dogmatismo; […] forza sempre all’opera nelle lotte anticapitaliste e antimperialiste, vilipesa dai detentori del potere e della proprietà, è potuta diventare la giustificazione del potere di nuove classi dominanti».

Tuttavia ne “Il Manifesto”, il capitalismo viene, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, definito come una salvezza per l’umanità. Le cifre che riportiamo qui, nella seconda tabella, parlano chiaro:

FATTORE DI MOLTIPLICAZIONE DELLE CAPACITÀ UMANE

 

2000 a. C. - 1820

1820 - 1990

Trasporto di uomini e merci

2,5

35

Produzione (nei paesi ricchi)

13-20

400-800

Fonti energetiche

15

5.000.000.000

Capacità dei flussi di informazione

5

10.000.000.000.000

In altre parole: non bisogna "distruggere" il capitalismo, ma superarlo.

La prima grande manifestazione delle crisi di sovrapproduzione predette dall’analisi marxista fu il periodo che va dal 1873 al 1895, la cosiddetta Prima Grande Depressione. Essa si diffuse in tutta Europa e negli Stati Uniti a seguito del crollo di settori di punta delle nazioni più ricche (in particolare quello ferroviario, in eccesso di offerta, e quello bancario, colpito da credit crunch), e dallo scoppio di molte bolle speculative. L’analisi di Beaud lo porta a concludere che la ragione della crisi va cercata nella concomitanza di quattro contraddizioni (tra capitale e lavoro, tra capitalismi nazionali, tra capitalisti dello stesso settore o di settori diversi, tra capitalismi dominanti e paesi dominati).

A questo punto vale la pena di fare un piccolo excursus, riguardo un fenomeno che gli storici economici conoscono come “ciclo Kuznets”. Esso è un cosiddetto ciclo lungo, che ha tempi di oscillazione di 15-25 anni e che riguarda i movimenti transoceanici di risorse: 1) uomini, 2) costruzioni e 3) capitali.

La presenza in tutto il mondo di tale ciclo a partire del 1874 ha suscitato molto interesse. Si immaginino picchi rispettivamente nel 1874, ‘86 e nel 1912, e minimi nel 1876 e nel 1898. Le serie storiche mostrano come in America e in generale nei “paesi nuovi”, immigrazioni e flussi di capitali in entrata seguissero tale ciclo. Parallelamente accadde che nei paesi periferici (quali l’Italia) si ebbero trend paralleli riguardo le costruzioni. Nei “paesi vecchi” esportatori (tipicamente Inghilterra, Francia e Germania), i capitali e le risorse umane in uscita seguirono esattamente le stesse oscillazioni. Il mercato edilizio, invece, in questi paesi ebbe un cammino speculare: crescita dal ’74 al ’76, discesa fino al 1896, di nuovo su per due anni e infine lunga crisi fino al 1912.

Cosa sta a significare questo? È meno complicato di quanto si immagini: il ciclo migratorio, ossia i movimenti di uomini verso nazioni che remunerano più il lavoro porta con sé l’esigenza di nuove case. La domanda di costruzione di nuovi edifici si alza, e non può essere soddisfatta dai soli capitali interni del paese “nuovo”: i capitali esteri vengono dunque attratti, logicamente sguarnendo e fiaccando la domanda di costruzioni dei paesi “vecchi”. Siamo di fronte ad un modello “population sensitive capital formation”.

La eterogeneità del caso italiano ha messo in dubbio i rapporti di causa ed effetto (Fenoaltea, 2006), ma in sostanza questi cicli hanno un esito non ambiguo: all’alba del 1912 i vecchi capitalismi (inglese e francese) hanno dinamiche di crescita nettamente inferiori rispetto ai nuovi (USA e Germania). Il declino relativo (e Beaud sottolinea questo aggettivo, in quanto l’influenza britannica rimane fortissima non solo nel commercio, ma anche in campi distanti tra loro, dallo sport alla letteratura… senza dimenticare il ruolo della sterlina) è dovuto ad un approccio meno forsennato degli investitori, più orientati ad una “mentalità da rentier”.

L’evoluzione di cui erano state protagoniste le macchine e la tecnologia non aveva ancora trovato uno steady state, un “soffitto”, in gergo finanziario, ma un’ulteriore spinta in avanti fu data dall’applicazione della scienza nel campo dell’organizzazione del lavoro e dei lavoratori, tramite norme rigide, cronometraggi, inquadramenti gerarchici, ma anche incentivi ed opere di moralizzazione. Frederick Winslow Taylor, Henry Fayol e poi Max Weber diedero dunque la base teorica (spesso tratta comunque da osservazioni empiriche) a quel fenomeno di ulteriore perfezionamento che sarà il fordismo. Nuove tecniche, come la catena di montaggio, diedero all’operaio mansioni precise, movimenti coordinati in un sistema elaborato per ridurre al massimo tempi morti, sprechi, approssimazione.

Sorgono poi molti colossi industriali e finanziari: negli USA la General Electrics (leader dell’energia nordamericana), la USSC (United States Steel Corp., fondata da J. P. Morgan e E. H. Gary) e la Standard Oil (di J. D. Rockefeller), in Germania la Krupp, la AEG (leader energetica europea), la Siemens.

Tra le banche Deutsche Bank, Dresdner Bank e Diskonto Bank dominano la scena tedesca, mentre da una parte Morgan e dall’altra Rockefeller gestiscono la First National Bank e la National City Bank negli States.

Lenin scrive in quegli anni “L’imperialismo, stadio supremo del capitalismo” per descrivere una situazione di proprietà enormemente concentrata e centralizzata, dove il capitale finanziario mira alla gestione di aree economiche quanto più vaste possibili, ma nello stesso tempo alza barriere doganali e sfrutta la propria posizione dominante – e spesso monopolistica – nel contesto nazionale.

“Gli antagonismi economici divennero contrapposizioni politiche e militari tra le nazioni” scrive Beaud, che ricorda quanto il mito della grandezza nazionale fosse presente. Queste convinzioni, che permeavano le piccole e le grandi menti di Francia, Inghilterra e Germania – e che ancora oggi faticano a tramontare – furono forse decisive per il fallimento dell’internazionalismo proletario, che fuorché in Russia, con Vladimir Uljanov, detto Lenin, rinunciarono ad operare uno sciopero generale rivoluzionario, cioè il rifiuto di impugnare le armi per conto dei capitalisti e contro i proletari di altre nazioni. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, le nazioni europee coinvolte vedono distrutto tra il 22 ed il 32% del proprio patrimonio nazionale, gli USA il 9%. Inoltre le prime rimangono fortemente indebitate. A questo si aggiunga il fatto che i notevoli investimenti in Russia vengono resi vani dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Il secondo decennio del nuovo secolo è pregno dell’imprevedibilità e della ciclicità tipica del capitalismo, che ha ormai preso piede, avvolgendo lo stile di vita e le dinamiche sociali occidentali. Gli sforzi fatti dall’Inghilterra per riguadagnare la stabilità finanziaria della propria moneta (con il ritorno alla convertibilità aurea) vengono deplorati dal giovane John Maynard Keynes, che per primo si rese conto del trade-off: crisi dell’export e disoccupazione erano il prezzo da pagare per il prestigio e la supremazia della sterlina nelle piazze internazionali.

La sterlina ritrova la convertibilità nel 1925, il franco nel 1928. La stessa Germania, dopo il crollo del 1922-23 ricomincia a racimolare uno stock aureo, operazione subordinata però a un ricco programma di rifornimento di materie prime. Rimane il fatto che la scelta britannica costringe le altre potenze economiche europee a sacrifici e ad un’endemica fragilità che esasperò le misure protezionistiche e le rivalità tra le nazioni in cui l’imperialismo aveva un peso maggiore. Beaud elenca, approfondendo le analisi dei singoli stati, alcuni dei motti allora in voga: “America first”, “Sterling first”, “Le franc d’abord?”, “Deutschland über alles!

A tali spinte nazionalistiche (peraltro in per un breve lasso di tempo accompagnate da un periodo di espansione ancora oggi ricordato come “belle epoque”) seguì una scossa finanziaria di proporzioni inedite, i giorni del crollo della borsa di New York (24-29 ottobre 1929). Beaud non si sofferma nello specifico sul crack. Piuttosto osserva i trend industriali successivi, letteralmente e tragicamente colati a picco nei successivi 4 anni: dal 1929 al 1933 il commercio mondiale subisce una riduzione dei volumi di due terzi, mentre la produzione cala del 50-70%, con immaginabili effetti sull’occupazione (30 milioni di disoccupati nel 1933) e sulla vita di milioni di persone.

Nel 1920 il partito nazionalsocialista si scaglia (almeno a parole) contro il sistema capitalista, teorizzando un’assurda deformazione delle teorie socialiste. La sola classe lavoratrice tedesca sarebbe divenuta sfruttatrice di tutte le altre realtà proletarie mondiali; in particolare la razza ariana, dotata di forza e fierezza “superiori”. Ciò porta inevitabilmente all’epurazione dei comunisti e di qualsivoglia avversario politico. In breve, l’ideologia condanna l’umanità a perdite umane enormi (oltre 60 milioni nella Seconda Guerra Mondiale, oltre 100 sotto il regime “comunista” di Stalin, che aveva nel frattempo preso il potere in Russia con la Controrivoluzione).  Proprio questa presa di potere nel regime sovietico, consentirà una breve collaborazione tra Stalin ed Hitler, le due figure più perverse della tragedia consumatasi tra il 1939 ed il 1945.

Il successivo periodo, compreso tra il 1945 ed il 1978, diede ancora una volta l’espressione concreta di questa fenice autodistruttiva, ma pronta a rinascere più forte di prima. Dopo Yalta, la ricostruzione, la decolonizzazione, l’internazionalizzazione del capitale, si assiste ad una nuova spinta in avanti del capitalismo, stavolta davvero su scala mondiale. Gli Stati Uniti godono ora di una supremazia economica che soltanto il collettivismo di stato russo può mettere in dubbio, con strategie e contromisure, paesi allineati e non alle due potenze, spionaggi e controspionaggi. I numeri di queste potenze si misurano su diversi campi.

In ambito finanziario, gli accordi di Bretton Woods (1944) consacrano il dollaro come nuova valuta di riferimento, mentre la sterlina viene detronizzata. Il Gold Exchange Standard è dunque la logica transizione di un sistema monetario in cui Fort Knox detiene l’80% dei depositi aurei mondiali. Nel settore industriale gli USA producono il 33% delle ricchezze mondiali, controllano militarmente zone strategiche, e per giunta hanno un’enorme peso politico sui paesi europei.

Il mondo collettivista, secondo il volere di Stalin, attua uno sforzo di industrializzazione che consente all’URSS di aumentare del 71% la produzione industriale (macchinari, carbone, acciaio, prodotti chimici e beni strumentali). L’intento è deliberatamente quello di ampliare la propria potenza bellica, che è presente in molti paesi mitteleuropei. Inoltre l’appoggio di partiti filostalinisti (PCI in Italia, PCF in Francia, KKE in Grecia) e di molti esponenti della cultura occidentale crearono contese nei paesi, minacciati della privazione dei programmi di aiuto statunitensi (piano Marshall) o russi (Cominform).

Discorso a sé va riservato ai processi di decolonizzazione, per la definizione di un terzo mondo che rivendica la propria libertà: “dall’amministrazione e dallo sfruttamento coloniali, dal paternalismo, dal razzismo, dalle angherie o dall’oppressione”. Una libertà comunque condizionata dalla disparità incolmabile con i paesi dei primi due mondi.

I ritmi di crescita di entrambi i blocchi non sono ovviamente dovuti a fantasmi. C’è dietro uno sforzo extra richiesto alla classe lavoratrice, che in cambio di un’intensificazione del lavoro e della produttività ad esso legata, riceve elettrodomestici, automobili (che in questi anni invadono anche l’Europa) e una ricchezza quantitativa: dietro all’acquisto di un’automobile c’è la necessità primaria di recarsi sul posto di lavoro, dietro alle vacanze estive il bisogno fisico di interrompere lo stress mentale della catena di montaggio. Tali progressi danno ottimismo ai maggiori economisti. Nel libro si cita Paul Samuelson, che nel 1971 dichiarava: “L’era postkeynesiana si è dotata dei mezzi per una politica della moneta e dell’imposta che permette di creare il potere d’acquisto indispensabile per evitare le grandi crisi […] Con le nostre conoscenze odierne, sappiamo sicuramente come evitare una recessione cronica”.

Il boom americano comincia a scemare con l’avvicinarsi degli anni Settanta: le eccedenze produttive diminuiscono inversamente proporzionali alla competitività europea e giapponese, e la Guerra in Vietnam grava sensibilmente sulla bilancia dei pagamenti USA. I beni in dollari all’estero si gonfiano, e alcuni governi preferiscono convertirli in oro (come De Gaulle): questo processo finisce per far superare al valore dei beni in dollari la riserva d’oro americana nel 1960, per triplicarla nel 1968 fino a sfondare l’800% nel 1972. Nixon sospende la convertibilità oro-dollaro il 15 agosto 1971.

La competizione commerciale l’ha avuta vinta, e da questo momento il sistema dei cambi fluttuanti converte la quasi totalità del mercato. Nel 1973, proprio la mancanza di una valuta dominante, determina un disordine dei sistemi monetari a seguito dell’aumento del prezzo del greggio. Lo scenario della crisi, nei sette punti indicati dall’autore, descrive 1) Un esaurimento degli schemi di accumulazione del ventennio 1950-1970; 2) Uno sviluppo della concorrenza e degli sbocchi commerciali; 3) Una crisi del dollaro che mette in discussione l’intero sistema monetario; 4) Risposta USA attraverso una serie di svalutazioni del dollaro e l’aumento del prezzo del petrolio; 5) Richiesta di una più equa redistribuzione dei profitti petroliferi da parte di alcune nazioni decolonizzate; 6) Recupero da parte delle industrie delle perdite con vari espedienti (dall’indicizzazione all’aumento dei prezzi industriali); 7) Prima industrializzazione dei paesi del Terzo Mondo.

Beaud prosegue il suo saggio con un’analisi della gerarchia imperialista, classificando i paesi come imperialismi dominanti, di sostegno, paesi d’appoggio e altri paesi. Ognuno di questi “gradi” ha requisiti geopolitici ed economici da rispettare in un quadro dinamico, ma che ribadisce sempre la centralità degli Stati Uniti (“Un centro multipolare”). L’urbanizzazione e gli investimenti nelle periferie, in cui la disparità di remunerazione rispetto ai paesi ricchi è estremamente evidente, segnala una volontà da parte dei grandi gruppi economici di sfruttare appieno le possibilità della forza lavoro mondiale, ovunque essa sia, fino a giungere all’emergere dei più grandi bacini di forza-lavoro presenti sul pianeta, l’India e la Cina. Le interazioni asimmetriche delle potenze, che intrecciano investimenti, speculazioni, guerre e uomini nelle realtà più disparate del globo, comunque, danno un’idea del fatto che i rapporti potrebbero, alla lunga, invertirsi.

Beaud Michel, Storia del capitalismo. Dal Rinascimento alla New Economy, Mondadori 2004

Fonte: www.economistiinvisibili.splinder.com - Contatto

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Aggiornamento: 22/04/2015