ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


IL BENESSERE ECONOMICO

L'occidente vive nella totale (o quasi) inconsapevolezza dell'origine del proprio benessere. I rapporti di dipendenza neocoloniale sono così lontani dal comune sentire che non si avvertono neppure quando i loro frutti sono di uso quotidiano (caffè, cacao, petrolio, tabacco, carta, colla, legno... sino al personal computer prodotto nelle Filippine o a Taiwan). Nessuno si accorge dei rapporti di sfruttamento che sottostanno alla produzione di queste merci.

Tutti hanno l'impressione che l'occidente sia benestante in virtù della propria economia, della propria tecnologia, della propria intelligenza scientifica, e nessuno si accorge che quella economia e tecnologia e intelligenza sono "benestanti" o producono "benessere", anzi "opulenza", proprio perché in un'altra parte del mondo producono esattamente il contrario.

La gente non si accorge di questo stretto rapporto di dipendenza anche perché quando glielo si fa presente, la risposta che ne dà è sempre la stessa: "non possiamo farci nulla". E in effetti è così: il singolo può fare ben poco nel suo piccolo, anche se comunque qualcosa potrebbe fare, e le masse non hanno consapevolezza di poter fare qualcosa come "masse".

I rapporti di dipendenza vengono percepiti come un qualcosa di assolutamente oggettivo, creato dai grandi monopoli mondiali, indipendentemente dalla volontà dei lavoratori. In tal senso alcuni attendono passivi che le contraddizioni esplodano da sole; altri invece sperano che siano i paesi terzomondisti a ribellarsi; ma i più non riescono neppure a spiegarsi il motivo delle improvvise crisi mondiali legate ai crolli di borsa. Nell'area occidentale -dicono gli economisti- i "fondamentali" sono buoni, dunque perché le crisi?

Quello che manca è la consapevolezza di appartenere a un'economia globale. L'unico vero globalismo che si intuisce è quello relativo alla competizione mondiale, che costringe a una spietata concorrenza tra le nazioni e, all'interno di ogni nazione, tra capitale e lavoro. Il ritornello dei capitalisti è noto: "per poter essere competitivi bisogna ridurre il costo del lavoro, del denaro, il peso delle tasse, occorre incentivare le imprese in ogni modo". Il capitale sfrutta la disponibilità del lavoro al sacrificio e, a profitti ottenuti, non ripartisce equamente alcunché.

Come si esce da questa situazione?

Anzitutto occorre acquisire la consapevolezza di un rapporto di dipendenza neocoloniale sulla base di esempi molto concreti, sui quali sia possibile operare una strategia alternativa al conformismo dominante;

in secondo luogo bisogna fare in modo che nell'area occidentale le decisioni strategiche in campo economico vengano prese a livello locale-regionale e siano sottratte, per quanto possibile, agli organi statati e sovranazionali;

in terzo luogo bisogna fare pressione o comunque tenere sotto controllo le politiche economiche delle imprese nazionali che hanno rapporti con l'estero;

in quarto luogo occorre appoggiare le rivendicazioni dei lavoratori neocoloniali nel momento stesso in cui esse si manifestano, al fine di dimostrare che la lotta contro lo sfruttamento non conosce confini geografici e può essere condotta contemporaneamente su più fronti;

in quinto luogo occorre continuare a lottare contro il capitalismo in ambito nazionale metropolitano.

Analiticamente:

1. pretendere di conoscere la provenienza di ciò che si consuma e le modalità in cui viene prodotto, ovvero se esiste, in relazione a una determinata merce, un rapporto socio-economico equo o iniquo. Nel caso in cui il rapporto sia iniquo occorre adottare strategie per farlo diventare equo: dalle pressioni politiche alle campagne informative, sino alle denunce legali, che possono comportare veri e propri boicottaggi, sempre che vi sia un'alternativa sufficientemente praticabile.

A tale strategia spesso si obietta che la protesta finisce per ledere gli interessi degli stessi lavoratori delle imprese oggetto di contestazione. Tuttavia il buon senso ci fa capire che non si può impedire la denuncia di gravi abusi col pretesto che le conseguenze saranno più gravi degli stessi abusi. I lavoratori delle aziende incriminate potrebbero anche impadronirsi dei mezzi produttivi e stabilire un commercio più equo dei loro prodotti.

In ogni caso, considerando che le aziende si muovono su un mercato mondiale, è molto probabile che il danno causato dal boicottaggio sarà molto più grave per loro che non per dei lavoratori situati localmente.

2. In via generale occorre sostenere il principio che a livello nazionale metropolitano è preferibile una gestione dell'economia affidata a istanze locali-regionali. Queste istanze infatti sono le più indicate a valorizzare le risorse locali, a incentivare ogni forma di risparmio, a evitare sprechi d'ogni genere e soprattutto a non creare inutili e anzi pericolose sovrapproduzioni.

Il mercato va regolamentato a livello locale-regionale, perché solo a questi livelli si può avere una consapevolezza sufficientemente adeguata delle dinamiche della compravendita, del gioco tra domanda e offerta.

Questo non significa chiudersi ai mercati mondiali, non significa autarchia né protezionismo: significa semplicemente che i meccanismi dei mercati mondiali devono poter sottostare al primato riconosciuto alle istanze locali di produzione e di autogestione della produzione.

Quanto alle popolazioni terzomondiali, va detto che la questione demografica, cioè il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione si trova a vivere nelle regioni più povere del mondo, può diventare un fattore di speranza per tutte le ideologie anticapitalistiche.

Quando queste popolazioni supersfruttate capiranno che la loro povertà è una diretta conseguenza dei rapporti squilibrati tra Occidente e Resto del Mondo (e per "occidente" bisogna anzitutto intendere gli Stati Uniti, l'Europa occidentale e il Giappone), quando le masse e non solo gruppi sparuti di oppositori (che i governi di tutto il mondo qualificano coll'aggettivo di "terroristi") comprenderanno che piuttosto che morire di fame è meglio combattere e rischiare la propria vita, forse si porrà all'odg la questione se sia il caso di riformare profondamente il capitalismo (come p.es. si fece l'indomani della II guerra mondiale), oppure di fuoriuscirne definitivamente, inaugurando una nuova formazione sociale.

Nel passaggio dallo schiavismo romano al servaggio feudale si fecero indubbiamente dei passi in avanti, ma la sostanza dello sfruttamento del lavoro altrui rimase.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015