ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


I MECCANISMI D'AUTOSVILUPPO DELL'ODIERNO CAPITALISMO

Se c'è una cosa che il XX sec. ha saputo relativizzare è la famosa tesi marxista secondo cui a ogni grado di sviluppo delle forze produttive corrisponde una forma precisa di rapporti produttivi. I fatti hanno dimostrato che il capitalismo e il socialismo possono coesistere e svilupparsi su una stessa base tecnica e materiale. La struttura delle forze produttive capitalistiche s'è rivelata così eterogenea che le possibilità di sviluppo dei rapporti produttivi appaiono molto più grandi di quel che fino a ieri si pensava.

Ma allora: come va intesa l'espressione "maturità delle premesse materiali per la transizione dal capitalismo al socialismo"? Come noto, i marxisti, sin dalla fine del secolo scorso e, a fortiori, dopo l'Ottobre, han sempre sostenuto che la transizione è mancata in occidente non per l'assenza dei prerequisiti materiali ma per l'immaturità delle premesse soggettive.

Le cose tuttavia non sono così semplici. Naturalmente la formula "maturità delle premesse materiali" ha diritto d'esistenza. Essa presuppone un livello di socializzazione della produzione capitalista che autorizza oggettivamente la sua riorganizzazione socialista. Ma questo non significa che lo sviluppo del capitalismo sia finito in un vicolo cieco. In altre parole, la maturità delle premesse oggettive non è una situazione di courte durée, bensì di un intero periodo storico, durante il quale entrambi i modi di produzione possono funzionare su una medesima base tecno-materiale.

Se le cose stanno così, è evidente che il problema -poste le debite premesse materiali- va aldilà della pura e semplice 'maturità' o 'arretratezza' del fattore soggettivo. Teoricamente, la transizione al socialismo può essere provocata sia da una situazione estrema, allorché in un paese (o gruppo di paesi) si scatena, per ragioni specifiche, una crisi nazionale, mandando in tilt l'intero sistema delle relazioni sociali; oppure può dipendere dai risultati effettivi della competizione globale delle due formazioni mondiali, allorché la superiorità del socialismo può indurre ampi strati sociali del capitalismo a desiderare un'alternativa. L'Ottobre 1917 e le rivoluzioni democratico-popolari e socialiste scoppiate dopo la II guerra mondiale rientrano nel primo esempio. La seconda variante non è per il momento che una mera possibilità.

Data questa interpretazione, sorge subito un'altra questione: fino a che punto è giunta la tesi -classica nella letteratura marxista- secondo cui l'acuirsi delle contraddizioni capitalistiche diminuisce sempre più la possibilità di risolverle all'interno di questo sistema? La tesi, come noto, presuppone ciò che per ora sembra non essere, e cioè che il capitalismo possa avere soltanto un'evoluzione limitata. A ben guardare, in effetti, le possibilità di sviluppo del capitalismo, col tempo, non sono diminuite ma aumentate: basta fare i confronti fra l'oggi e l'inizio del secolo. Che poi i mutamenti siano avvenuti non in modo pacifico ma a prezzo di forti scosse e traumi, ciò non cambia le cose. Il capitalismo ha dimostrato di possedere forti meccanismi di self-regulation, per mezzo dei quali può periodicamente superare le contraddizioni che si accumulano e gestire le crisi che scoppiano.

Di quali meccanismi si tratta? Anzitutto, quello del mercato, che regola la produzione capitalista; in secondo luogo quello della lotta di classe fra lavoro e capitale, che riequilibra le proporzioni della riproduzione sociale a vantaggio del capitale; in terzo luogo quello dello Stato, che regola i rapporti sociali nel loro insieme; infine quello dell'apparato ideologico, che agisce sul clima socio-psicologico dell'intera società. Non essendo fissi e immutabili, questi meccanismi s'adattano facilmente alle diverse esigenze, ai diversi mutamenti del sistema.

Il ruolo dell'ideologia nell'evoluzione del capitalismo

Le gravi contraddizioni che hanno caratterizzato l'evoluzione del capitalismo nella prima metà di questo secolo, avevano fatto credere al pensiero marxista che la fine di questa formazione sociale fosse imminente. Oggi invece possiamo tranquillamente dire che si è trattata di una fase transitoria, in cui il capitalismo moderno è passato da un tipo di sviluppo determinato in prevalenza da meccanismi agenti in modo spontaneo a un tipo di sviluppo sottoposto prevalentemente a una regulation.

Di regola, l'analisi marxista delle formazioni sociali comincia con un esame della loro base economica. Oggi questo approccio appare limitato. E' senza dubbio vero che il modo di produzione determina la dinamica di tutte le forme di attività della società, ma è anche e sempre più vero che tale determinazione avviene solo 'in ultima istanza', in quanto la politica, il diritto, l'ideologia possiedono la loro propria dinamica, relativamente autonoma, ed esercitano un certo impatto sulla base economica. Lenin ha scoperto che la politica è la sintesi dell'economia. Ma questo principio può trovare un'applicazione anche nell'ambito del capitalismo, in quanto il capitalismo -spinto dalla superiorità organizzativa del socialismo e dalla acuta conflittualità di certe sue contraddizioni- può tendere ad imitare l'organizzazione stessa del socialismo. Il capitalismo monopolistico-statale sembra appunto una imitazione grossolana del socialismo dal punto di vista del capitale.

La ben nota asserzione di Marx ed Engels secondo cui le idee divengono una "forza materiale" non si rapporta soltanto alle idee rivoluzionarie che mobilitano i lavoratori ma anche all'ideologia in generale. E' stato proprio in virtù dell'ideologia e della politica che il capitalismo ha saputo trovare i mezzi e i modi per superare la sua forte crisi dei primi decenni del secolo. Sottoponendo a critica i meccanismi spontanei di conduzione del mercato, il capitalismo ha dimostrato d'essere capace di 'autocognizione', di self-teaching. Dagli anni '30 agli anni '50 si sono elaborati concetti e teorie assolutamente inediti nell'ambito del capitalismo: il keynesismo, la teoria della società industriale, l'economia di mercato sociale, l'economia mista, la rivoluzione manageriale, lo Stato del benessere, ecc.

Nei confronti di queste teorie e concetti, l'analisi marxista s'è trovata impreparata. Dopo averli schematicamente rifiutati, escludendo che con essi il capitalismo avrebbe potuto modificare se stesso qualitativamente, essa non è riuscita a cogliere la necessità intrinseca che lo stesso capitalismo ha di regolare i suoi processi sociali ed economici, di riequilibrare i conflitti e le contraddizioni che a tutti i livelli si presentano. Questo naturalmente a prescindere dai risultati ch'esso riesce ad ottenere.

Le premesse per la trasformazione del capitalismo

Le premesse economiche oggettive della refonte dei meccanismi volti a stimolare e regolare l'evoluzione del sistema capitalistico sono le seguenti: la produzione, il suo livello tecnico e la sua dimensione, nonché l'enorme potenziale di conoscenze accumulate dall'umanità. Da questo punto di vista le forze produttive vanno considerate come un 'bene pubblico'. Il problema è di sapere se esse sono in grado di coesistere con i rapporti di produzione capitalistici. L'esperienza di questo secolo ha mostrato che questo è possibile se, concretamente, si costituiscono diversi tipi di società per azioni (joint-stock property) e se si introduce un parziale controllo statale dell'economia. Il capitalismo cioè riesce a sopravvivere quanto più allarga la sfera del suo consenso, quanto più si 'socializza'. Siamo ormai arrivati al paradosso che per riprodursi il capitalismo deve diventare 'para-socialista', deve cioè avere col socialismo un rapporto 'mimetico-imitativo'.

Le società per azioni rappresentano la forma di socializzazione della produzione adattata al capitalismo avanzato. La loro affermazione ha posto le premesse per l'estensione della regolazione micro e macroeconomica: sia le premesse materiali (creazione delle maggiori corporations come elemento centrale del sistema economico) che le premesse socio-psicologiche, tecnico-organizzative e ideologiche (separazione della proprietà del capitale dalle funzioni di management, che si è notevolmente perfezionato; formazione di uno strato speciale di managers, ecc.).

Ciò tuttavia nulla toglie al fatto che la ristrutturazione dei meccanismi d'autosviluppo del capitalismo siano stati possibili grazie soprattutto alle premesse sociali e politiche. Il capitale è una categoria sociale e non solo economica. La lotta fra capitalisti e lavoratori è una forma sociale sotto la quale si manifestano le contraddizioni di questo modo di produzione. Si potrebbe anzi dire che non tanto gli squilibri economici minacciano il capitalismo quanto piuttosto i conflitti sociali. Le tensioni più serie si fanno sentire non tanto ad es. quando l'inflazione è troppo alta, bensì quando il movimento operaio organizzato rivendica sul piano socio-politico una diversa qualità della vita. Ciò inevitabilmente produce un forte impatto su tutto il dispositivo dei meccanismi d'autoregolazione capitalistici. I quali possono sì essere spezzati dal movimento operaio, ma se l'azione di quest'ultimo non è decisiva, risolutiva, essi non fanno altro che perfezionarsi ulteriormente.

D'altra parte i lavoratori non possono evitare di rivendicare un'alternativa per timore di non essere sufficientemente determinati: è lo stesso sistema capitalistico che promuove in loro l'esigenza di soddisfare bisogni sempre più elevati. Non per nulla la lotta di classe operaia tende di nuovo a trasformarsi, seppure lentamente (dopo gli 'anni caldi' dal '68 al '76), da un processo spontaneo a un movimento stabile e organizzato.

La lotta di classe di questi ultimi tempi, pur senza modificare la natura sociale dell'accumulazione capitalista, ha esercitato una profonda influenza su questo modo di produzione in almeno due direzioni: 1) vi è una tendenza durevole a sostituire le tecnologie basate sull'utilizzo estensivo della manodopera con tecnologie poco consumatrici di manodopera e basate sul progresso tecno-scientifico; 2) la crescita del costo del lavoro è stata uno dei fattori essenziali dell'estensione del mercato interno: la maggioranza della popolazione ha adottato degli standards di vita più elaborati e diversificati.

Remodelage dei meccanismi d'autosviluppo del capitalismo

Le linee-chiave degli attuali meccanismi d'autosviluppo del capitale possono essere definite come segue: 1) assicurare l'efficacia del mercato e nel contempo la regolazione degli squilibri socio-economici generati dallo stesso mercato; 2) rafforzare il sistema di sfruttamento capitalista e la regolazione dei rapporti fra capitale e lavoro, tenendo conto sia degli imperativi della riproduzione della forza-lavoro, sia della necessità di far regnare un clima sociale favorevole all'impresa; 3) garantire la stabilità politica del sistema per mezzo d'una regolazione flessibile delle contraddizioni sociali, sulla base di compromessi e comunque nel quadro della democrazia parlamentare borghese.

Nell'Europa occidentale e parzialmente in Giappone l'ala riformista del movimento operaio ha manifestato la volontà di far evolvere il capitalismo verso una società di democratic-socialism, mentre l'ala sinistra, rappresentata anzitutto dalle organizzazioni comuniste che rifiutano il riformismo, conserva l'obiettivo della transizione al socialismo vero e proprio. Fino ad oggi tuttavia nessun obiettivo rivoluzionario è stato conseguito in occidente. Al contrario, proprio la conquista di determinate riforme sociali progressive ha favorito obiettivamente il remodelage dei meccanismi d'autosviluppo del capitale. Il quale infatti ha saputo correggere con efficacia le sproporzioni di un'economia spontanea basata quasi esclusivamente sulle leggi del mercato. Oggi, oltre al mercato che si autoregola, vi sono altri elementi di controllo: un esperto management delle compagnie produttive, la regolazione statale e il coordinamento internazionale delle politiche economiche.

Oggi si ha l'impressione che, in rapporto ai primi decenni del secolo, la monopolizzazione abbia tendenza a frenare di meno la dinamica delle forze produttive. La concorrenza resta l'elemento fondamentale del capitalismo, mentre la monopolizzazione riesce a concretarsi solo parzialmente. I piccoli e medi imprenditori hanno dato prova di una incredibile souplesse in questi ultimi tempi. La concorrenza inoltre è stata stimolata dall'intensivo processo di mondializzazione dell'economia capitalista.

Il concetto di 'regolazione monopolistico-statale', elaborato dal marxismo contemporaneo, dà l'impressione che esista un dispositivo unico di controllo. In realtà i dispositivi sono due: uno a livello delle compagnie, l'altro a livello statale. Ovviamente essi si prefiggono gli stessi scopi generali, ma nell'immediato, nella scelta dei mezzi concreti e specifici l'autonomia reciproca è sostanziale.

Il fenomeno dei trusts è scaturito dalla socializzazione capitalista della produzione ed è totalmente subordinato agli stimoli e ai criteri di gestione del mercato capitalistico. La sua finalità è di massimizzare i profitti grazie a un'organizzazione più razionale della produzione e della distribuzione. Combinando la potenza delle corporations contemporanee, specie le multinazionali, con la vasta esperienza manageriale acquisita nel corso di decenni, si è potuta ottenere un'alta performance della regolazione capitalista.

Naturalmente la regolazione statale è più complessa di quella delle imprese private, in quanto non può essere omogenea, anzi essa è contraddittoria quanto agli obiettivi e diversificata quanto ai metodi: si pensi solo ai problemi riguardanti la militarizzazione e l'apparato burocratico e amministrativo. Ne consegue che differenti classi e strati sociali sono interessati in questo disbrigo delle funzioni regolamentatrici dello Stato.

Inoltre lo Stato deve basarsi non solo su criteri di interesse privato e di redditività capitalistica, ma anche su esigenze sociali, che spesso non coincidono con gli interessi del mercato. Per queste ragioni il rapporto fra le diverse priorità della regolazione statale è assai mobile, in quanto è determinato dai flussi della congiuntura economica e dall'equilibrio delle forze socio-politiche. Per non parlare del fatto che quanto più lo Stato si sforza di garantire un'ottimale combinazione dei meccanismi di regolazione del capitale, tanto più agisce la controtendenza all'autonomia delle grandi imprese. Le contraddizioni fra concorrenza e monopolio quindi restano.

Le relazioni Stato-società nel capitalismo

Il passaggio dello Stato da 'tutore dell'ordine' a regolatore multiforme dei processi socio-economici è una evoluzione strutturale fondamentale dell'odierno capitalismo. Lo Stato oggi è il perno centrale del dispositivo che regola la lotta di classe fra lavoro salariato e capitale. Come diceva Engels, lo Stato nasce da una società divisa da interessi antagonistici, ma si sviluppa al di sopra di questa società, divenendole sempre più estraneo.

Fra le due guerre mondiali l'evoluzione principale delle relazioni Stato-società è consistita nella formazione d'un sistema ramificato di istituzioni a garanzia della regolazione dei rapporti socio-politici nel quadro della democrazia rappresentativa, in cui lo Stato svolge il ruolo di arbitro. Oggi le forme della lotta socio-economica e politica sono istituzionalizzate, gli organismi statali dipendono dal suffragio universale e lo Stato è un apparato specifico del potere. Sia la classe dirigente che buona parte dei lavoratori sono passati dal rifiuto dei compromessi a un una sorta di contratto sociale, dallo scontro al consenso parziale, negoziato. Nella quasi totalità dei paesi capitalisti avanzati, la maggioranza degli operai ha scelto la strategia dei compromessi sociali, giudicata meno 'dolorosa' e meno 'costosa'. Ciò non è dipeso soltanto dalle tradizioni riformiste di certo movimento operaio, ma anche dai fallimenti di taluni modelli di 'socialismo reale' (vedi ad es. la collettivizzazione forzata nell'agricoltura sovietica). Questo ovviamente non significa che la lotta di classe sia scomparsa, ma solo che lo Stato pretende sempre più di giocare il ruolo (illusorio e mistificante) di arbitro imparziale.

L'odierno capitalismo

Esiste quindi un sistema, sviluppatosi nel dopoguerra, che sa mitigare le asprezze delle contraddizioni capitalistiche. I mezzi e i modi che si usano sono diventati più complessi, più flessibili, più intrecciati fra loro. Il capitalismo non solo ha forti capacità di recupero, ma riesce anche a migliorare se stesso. Le caratteristiche fondamentali dell'odierno capitalismo sono ben note: il livello nuovo della mondializzazione della produzione (che si era bloccato negli anni '30 e che ha ripreso dopo la II guerra mondiale); i grandi mutamenti nella divisione internazionale del lavoro (che condannano il Terzo mondo alla fame); la ristrutturazione completa dell'economia in virtù dell'informatica e robotica (che crea ricchezza per pochi e tantissima disoccupazione per molti).

Oggi esistono meccanismi internazionali volti a regolare le economia nazionali, anche se, a ben guardare, è più spontaneo lo sviluppo dell'economia capitalista mondiale, nel suo insieme, che non quello delle singole economie nazionali. Una gestione razionale, omogenea del capitalismo mondiale ancora non esiste, benché la contraddizione che oppone le forze ai rapporti produttivi nel capitalismo attuale abbia preso una dimensione globale. L'esigenza di creare un sistema di regolazione su scala mondiale dipende anche dall'esigenza di controllare gli squilibri, sempre più gravi, che il capitalismo produce nel suo rapporto coi paesi emergenti, nonché dall'esigenza di controllare gli effetti sempre più nocivi sull'ambiente e la natura. Sul piano politico le forze o i partiti che sembrano più capaci di garantire una razionalizzazione mondiale del capitalismo non sono quelle tradizionalmente conservatrici, ma quelle di tipo 'social-democratico'.

Fonti


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015