ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


La grande dissipazione energetica come transizione di fase

"Si tratta di vedere se il ciclo degli scambi tra l'ambiente naturale con le sue riserve di materia-energia e la specie vivente tende a raggiungere un'armonia di equilibrio dinamico (teoricamente indefinita), o tende a cadere in un progressivo sbilancio e quindi a divenire insostenibile, in tempo storico, determinando regressione e fine della specie" (PCInt., Mai la merce sfamerà l'uomo, cap. VIII, 1954).

  Una unità di misura universale

La valorizzazione del capitale, cardine del modo di produzione capitalistico, è sinteticamente visualizzata nella nota espressione simbolica del flusso D-M-D', dove una certa quantità di denaro (D) risulta maggiorata (D') dopo essere stata investita nella produzione di merci (M). La quantità maggiorata di denaro viene generalmente riferita al plusvalore prodotto dai lavoratori salariati, ma se rimangono fissi i termini di valore (di impianti, materie prime, energia, profitto e salario), l'unico modo di giungere a una quantità maggiorata di denaro (D') è passare attraverso una quantità maggiorata di merci (M'). L'espressione simbolica D-M-D' è dunque solo un tratto del processo storico di valorizzazione … D-M-D'-M'-D''-M''… dal quale possiamo estrarre un altro tratto: M-D-M'. Siccome la ricerca dell'inizio del flusso equivale a quella sulle origini dell'uovo e della gallina, riteniamo matematicamente equivalenti D-D' e M-M'. Nella realtà sociale del capitalismo, infatti, dieci euro che diventano venti equivalgono – rimanendo fissi i termini di valore – a dieci merci che diventano venti.

Nella realtà fisica materiale, indipendente dal sistema sociale vigente, un dieci che diventa venti è impossibile. Come osserva anche Marx nel Capitale, l'uomo con il suo lavoro non può far altro che trasformare qualcosa che in natura c'è già. Dieci sassi possono diventare venti solo spezzandoli tutti a metà, ma ciò comporta lavoro, cioè energia che bisogna attingere da qualche parte. Anche dieci mattoni possono diventare venti, ma in modo completamente diverso: si parte dall'argilla, la si forma, si taglia la legna, si cuociono le forme in una fornace e poi, con lo stesso procedimento che abbiamo memorizzato la prima volta, ne produciamo altri dieci. Nel frattempo s'è dissipata tutta l'energia che era contenuta nella legna e nel cibo che ci ha permesso di svolgere del lavoro. Il ciclo fondamentale è dunque M-M' (mattone-mattone') che però in fisica diventa… E-E (energia-energia). Attenzione: è sparito quel piccolo apice ('). La natura non conosce produzione ma solo trasformazione. Engels non era del tutto convinto del modo in cui Clausius aveva trattato il problema della conservazione e della dissipazione dell'energia e, anche se oggi si sa qualcosa di più preciso sulla non contraddizione in termodinamica, vale sempre l'elementare principio: il cibo che ho mangiato e la legna che ho bruciato non torneranno mai più alle loro condizioni originarie, devono essere riprodotti attraverso un processo naturale che, sotto l'impulso solare, riordini atomi e molecole in alberi, grano, argilla cruda. Alcuni processi richiedono qualche anno o anche meno, altri richiedono milioni e miliardi di anni. In ogni caso una società che non avesse più come unità di misura il denaro avrebbe a disposizione un'altra soluzione, comodissima, universale, precisa, infallibile: la trasformazione di energia. Come vedremo, anche elementi della classe borghese ci hanno pensato. Quando una forma sociale è matura per il trapasso a quella superiore, è naturale che produca soluzioni anticipatrici. Se vale per il partito, vale anche per altri aspetti della società.

Nella società del denaro, quando la produzione aumenta non è detto affatto che rimangano fissi i termini di valore. La crescente composizione organica del capitale aumento del capitale costante e diminuzione del numero degli operai con conseguente diminuzione del plusvalore inglobato nelle singole merci comporta la necessità di aumentare la massa delle merci prodotte e una diminuzione del loro valore unitario, quindi l'esigenza di produrne sempre di più. Ma a parità di tipologia, l'aumento quantitativo delle merci prodotte significa necessariamente aumento dell'energia dissipata per produrle, a meno che non intervengano miglioramenti qualitativi dovuti alla tecnologia e ai metodi di lavorazione. Un limite intrinseco al "quantitativismo produttivo" è la contraddizione fra la possibilità teorica di produrre sempre di più e la possibilità pratica di consumare sempre di più. Tale limite non è l'effetto di un sottoconsumo da parte della popolazione (il consumo esistente è il massimo compatibile con la struttura del sistema), ma di vari fattori derivanti tutti dallo scontro fra produzione sociale e appropriazione privata, sia dei mezzi di produzione che del valore in denaro ricavato dalla vendita dei prodotti (cfr. Vulcano della produzione o palude del mercato?). Un altro limite è nella "perdita di materia" nel complesso delle merci, a causa sia dell'imporsi di merci in forma di servizi, sia dell'evolversi di merci più leggere, fino all'estremo rappresentato dall'incorporeo software.

Per quanto il capitalismo tenda alla massima efficienza energetica nella produzione della singola merce al fine di ridurre i costi di produzione, il sistema nel suo complesso è altamente dissipativo e determina, a grande scala, il continuo aumento del fabbisogno energetico necessario alla produzione e alla distribuzione. Sia l'una che l'altra nel loro complesso sono finalizzate alla massimizzazione del profitto e non a una razionale organizzazione sociale. La fame insaziabile di gigawattora, che si è potuta assecondare nelle fasi iniziali del capitalismo attingendo al "capitale naturale" di energia fossile accumulatosi nelle viscere della Terra nel corso di milioni di anni, inizia però a diventare un problema per l'infernale ingranaggio in cui l'umanità è stritolata: l'infinita voracità del capitale va a scontrarsi con le risorse finite del nostro pianeta.

Si cercherà, nelle pagine che seguono, di fare il punto sulla disponibilità restante delle varie fonti di energia, sugli sprechi e le distorsioni che il capitalismo determina nel loro utilizzo, su quali rimedi potranno essere adottati nella società futura, quando produzione e distribuzione di beni, che non saranno più merci, avverranno secondo un piano di specie, cioè attraverso un progetto consapevole ed equilibrato di cui il cervello sociale sarà artefice ed il cui fine sarà il soddisfacimento degli umani bisogni.

La curva di Hubbert

Su questa curva saranno improntati, come si vedrà, quasi tutti i grafici che si incontreranno nel corso della lettura. Il geofisico Marion King Hubbert (1903-1989) pubblicò importanti ricerche sulla valutazione delle risorse minerali, ma diventò noto soprattutto per il suo metodo di previsione riguardante gli scenari che si erano presentati in seguito alla scoperta di nuovi giacimenti di petrolio o al loro esaurimento. Egli in pratica predisse che in ogni sistema di sfruttamento petrolifero, fosse un singolo giacimento o l'intero pianeta, il saggio di produzione nel tempo doveva necessariamente seguire una ben precisa curva. Dal punto di vista matematico questa curva è una derivazione della "funzione logistica" (cioè grosso modo a forma di "S" allungata: un andamento crescente in modo esponenziale, un punto di flesso e una prosecuzione a incrementi decrescenti), ma assume nel nostro caso una forma simile a quella "gaussiana" (cioè "a campana", come se dal picco in poi la prosecuzione dei dati producesse una curva speculare, come si osserva in figura 1).

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Figura 1. Visualizzazione standard di una curva di Hubbert a scale arbitrarie.

Nel 1956, basandosi sulla teoria che aveva dato luogo alla curva, Hubbert espose a un consesso di petrolieri in Texas la sua convinzione che negli Stati Uniti ci sarebbe stato un picco di produzione verso il 1970, dopo di che l'estrazione sarebbe stata problematica, e sarebbe quindi stato necessario ricorrere a massicce importazioni. La previsione sollevò molte critiche, anche perché il modello non teneva conto né dell'interazione fra limitatezza e prezzo né del relativo adeguamento della produzione, che si sarebbe spostata verso i giacimenti più onerosi da sfruttare. Del resto precedenti ipotesi pessimistiche si erano dimostrate errate. Ma nei primi anni '70, con la crisi petrolifera incalzante e amplificata dalla guerra del Kippur, quanto pronosticato da Hubbert fu confermato: gli eventi politici e sociali possono perturbare la curva, ma la struttura soggiacente mantiene costante l'andamento generale. Nel 1975 l'Accademia Nazionale delle Scienze americana riconobbe il carattere scientifico del metodo e che le proprie ottimistiche previsioni s'erano rivelate erronee: gli Stati Uniti dovettero coprire con le importazioni il calo di produzione nazionale (vedi figure 2 e 3).

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Figura 2. Produzione USA di petrolio "convenzionale". Sovrapposizione della previsione di Hubbert (1956).

Nel 1974 Hubbert realizzò una proiezione a medio termine delle precedenti previsioni estendendole al mondo, e anche questa volta il responso del modello si rivelò catastrofico: il picco, rimanendo ferme le condizioni conosciute in partenza, sarebbe stato raggiunto nel 1995. Nel frattempo molti fatti contingenti erano intervenuti a perturbare la regolarità della curva di riferimento, ma la tendenza che essa rappresentava e le implicazioni per il corso dell'economia mondiale rimasero l'unico aggancio scientifico a una teoria basata su fatti e non su concetti. Qualsiasi dilatazione o contrazione della scala temporale non modifica la forma della curva di Hubbert. Ne consegue che la famigerata questione del "picco", cioè dei limiti economici intrinseci dovuti all'impossibilità che crescano congiuntamente la produzione industriale, i consumi di energia e l'estrazione di combustibili, si riduce a un mero spostamento del punto significativo sulla scala stessa, ma nell'ordine di anni, non certo di decenni.

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Figura 4. Produzione mondiale di petrolio "convenzionale". Dati reali ed elaborazione post-picco di EWG (2008).

Le prove di simulazione con modelli di vario tipo, siano essi basati sulla dinamica dei sistemi, su dati empirici o statistici, forniscono sempre curve a campana, anche se queste si discostano da quella teorica standard per ampiezza, simmetria, perturbazione, ecc. Comunque già Hubbert metteva in guardia contro le varie interpretazioni possibili dovute a variazioni rispetto a un ambiente di mercato non perturbato da fenomeni come monopoli, interventi militari o forti depressioni economiche. Inoltre, quando si utilizzano più modelli a confronto, occorre che i parametri di riferimento siano condivisi. Ad esempio il petrolio può essere rinvenuto nel sottosuolo in diverse forme, da quella liquida a bassa viscosità e in giacimenti poco profondi a quella pastosa, in giacimenti molto profondi o molto distanti dalle coste, quando non addirittura in forma solida, da trattare con speciali e dispendiosi procedimenti. Prendendo in esame solo il petrolio "convenzionale", cioè quello che al momento rappresenta la quasi totalità della produzione, constatiamo che la curva di Hubbert per il mondo, per quanto riguarda l'ascesa (dati reali) è quasi identica a quella teorica salvo una grossa perturbazione visibile nell'ultimo quarto del secolo scorso, in presenza, appunto, di accadimenti quali l'avvento del monopolio OPEC, la guerra del Kippur e le varie ondate di crisi (figura 4). Il picco è visibile intorno al 2010, e comunque bisogna tener conto che i tre quarti delle aree petrolifere esistenti hanno già superato da molti anni il picco locale. Il primo tratto della curva mostra una crescita quasi perfettamente esponenziale di circa il 7% all'anno e prosegue dopo la "crisi petrolifera" del 1973 con un andamento incerto, da cui si ricava un incremento medio dell'1,5%, per poi terminare in un corto tratto a crescita quasi nulla. È evidente che il tratto 1900-2010 non è altro che un'approssimazione alla prima metà di una curva a campana di Hubbert. È altrettanto evidente che quando si parla di fonti non rinnovabili il cambiamento di fonte, cioè ad esempio il passaggio dal petrolio convenzionale a quello pesante o alle sabbie bituminose o all'uranio, non fa che spostare la curva verso nuovi picchi, di corta o lunga durata che siano.

Il passaggio radicale a fonti rinnovabili – ovviamente non possibile in questa società – eliminerebbe il problema del picco e ridurrebbe le curve del consumo energetico a una tipologia "non-Hubbert", cioè a una rappresentazione lineare di equilibrio termodinamico fra la biomassa (noi compresi) che ricopre la Terra, e il Sole.

Tipi di contabilità sociale

Hubbert non si limitò a realizzare modelli di comportamento dei sistemi di prospezione e sfruttamento dei materiali depositati nelle viscere della terra. Egli si accorse che ogni picco riguardante tali particolari merci non rinnovabili rappresentava la necessità di una transizione verso altre materie prime, come dalla legna al carbone, al petrolio o all'uranio. Perciò si dedicò alla ricerca di un principio universale che accomunasse i materiali più diversi, collegandoli al lavoro che richiedevano per essere estratti e lavorati. Trovò infine che l'energia era una buona unità di misura. Per quanto le basi e i fini di Hubbert fossero distanti dalla nostra scuola, per quanto egli non si spostasse di un millimetro rispetto all'ideologia dominante, di fronte alle catastrofiche curve le spinte materiali verso una società nuova gli suggerivano una certa convergenza con il marxismo sul problema della contabilità in unità fisiche e non in valore. Per questo motivo è utile soffermarsi sullo strano approccio tecnico-sociale che fece passare il celebre geologo praticamente per un utopista.

Non sempre le varie civiltà hanno usato gli stessi metodi di registrazione contabile per conoscere sé stesse attraverso quanto producevano e distribuivano. La "contabilità" incisa su tavolette (o altro supporto) trovate dagli archeologi nei magazzini delle antiche civiltà pre-classiste, mostra semplicemente la registrazione quantitativa di alimenti, oggetti o persone a seconda del valore d'uso o del compito. Più tardi il denaro svolse la funzione di equivalente in singole transazioni, anche senza intervenire nello scambio; e infine diventò equivalente generale entrando fisicamente in gioco nello scambio, sia tra singoli che nella contabilità generale di uno stato, di un re, di una casta sacerdotale o di una gilda di mercanti. In questa fase non solo potevano essere vendute e comprate per denaro anche le persone stesse, ma tutto il sistema degli scambi e la registrazione contabile avveniva ormai sulla base del valore, e precisamente del valore di scambio, dapprima nella forma non sviluppata, infine nella forma completa prettamente capitalistica, alienata. L'essenza della rivoluzione in corso non è un cambio della guardia fra le classi ma l'eliminazione delle classi che consegue allo sconvolgimento dell'intera struttura dei rapporti:

"Mammone non cade quando cadono Creso, Rotschild, o Morgan. Cade quando il prodotto dell'umano lavoro e l'oggetto dell'umano consumo non è più merce. Cade in un'economia a metodo non più quantitativo, quando non esiste più la sua misura universale, la moneta. Cade quando la staliniana sopravvivente legge del valore passa tra le cose morte" (Sorda ad alti messaggi la civiltà dei quiz, 1956).

È noto che per la nostra scuola, a partire almeno da Marx, se non vogliamo risalire agli utopisti storici, la prossima fase sarà un ritorno alla registrazione di quantità fisiche, come ore di lavoro, numeri di oggetti e di persone, riguardanti il processo produttivo e distributivo senza che intervenga alcun riferimento di valore. L'equilibrio energetico in quanto possibile misuratore delle attività umane compare nei lavori della nostra specifica corrente. Nel 1936 Hubbert presentò sulla rivista Technocracy (serie A, n. 8) un articolo intitolato Ore-uomo e distribuzione - Una quantità declinante. La rivista era l'organo del "movimento tecnocratico" propugnato da Thorstein Veblen e Howard Scott che avevano pubblicato un'antologia significativamente intitolata Soviet of Technicians. Tale movimento si sviluppò negli Stati Uniti negli anni '30, in seguito alla Grande Depressione, come reazione ad un sistema economico che risultava sempre più inefficiente nel soddisfare i bisogni materiali degli individui. Dopo la guerra Hubbert scriveva:

"Ero a New York negli anni 30. Fu come stare in prima fila durante la depressione. Vi posso assicurare che è stata un'esperienza molto educativa. Abbiamo fatto collassare il paese per motivi monetari. Avevamo manodopera e materie prime in abbondanza, ma l'abbiamo fatto collassare. Oggi stiamo facendo la stessa cosa, ma la prospettiva materiale è diversa. Per quanto riguarda il futuro non siamo più nella posizione in cui eravamo nel 1929-30. Allora il sistema fisico era pronto a riprendersi. Questa volta no. Siamo in una crisi nell'evoluzione della società umana. Una crisi unica sia per la storia umana che per quella geologica. Non è mai successo prima e non potrà accadere di nuovo. È possibile utilizzare il petrolio solo una volta. È possibile utilizzare i metalli solo una volta. Presto tutto il petrolio sarà bruciato e tutti i metalli saranno estratti e dispersi" (citato da Robert Hickerson, La ricetta di Hubbert per la sopravvivenza, un'economia di stato stazionario).

Un tecnocrate per definizione non dovrebbe essere un ideologo e tantomeno un politico. Ma in Hubbert, la visione del futuro è sia ideologica, perché rifiuta le categorie materiali della rivoluzione verso una società nuova; sia politica, perché immagina che sia un governo a prendere le decisioni per il cambiamento. Non si tratta della politica corrente cui il capitalismo ci ha abituati, bensì di un misto fra scienza e governo dei tecnici, di calcolo su dati oggettivi per proporre una società progettata al di fuori delle determinanti di classe. Quindi utopia. Secondo Hubbert la società attuale è seriamente penalizzata perché i suoi due più importanti pilastri culturali la scienza della materia-energia ed il sistema storico della finanza sono incompatibili. Una coesistenza ragionevole è possibile solo quando entrambi si sviluppano pressappoco allo stesso ritmo. Questo sviluppo parallelo si era verificato dall'inizio della rivoluzione industriale, ma era durato poco perché la crescita nel sistema materia-energia è limitata, mentre non lo è nel sistema monetario. Hubbert era convinto che, col crescere della composizione tecnologica dei mezzi produttivi, sarebbe aumentata la produttività del lavoro; e quindi, ad un certo punto, crescendo la produzione industriale, sarebbero diminuite le ore-uomo di lavoro, con conseguente aumento della disoccupazione e della miseria diffusa. Tale contraddizione si sarebbe potuta risolvere solo con una nuova forma di organizzazione sociale in cui, di fatto, venisse abolito il denaro, sostituito con dei "certificati di energia".

I buoni-energia di Hubbert

Per Hubbert, infatti, in una società dove le macchine hanno sostituito gran parte del lavoro umano, è l'energia presente in natura che produce ricchezza. Naturalmente egli non coglieva le determinazioni di classe in senso marxista: nel capitalismo, il carbone o il petrolio possono essere utilmente impiegati solo in un ciclo complessivo caratterizzato dall'impiego di forza-lavoro vendibile, cioè ridotta a merce, per cui ogni unità di misura sarebbe un equivalente generale, cioè denaro. Tuttavia riconosceva che la natura mette a disposizione dell'uomo qualcosa di gratuito, e che quindi sarebbe potenzialmente realistico un funzionamento diverso della società:

"Dal momento che il costo energetico per il mantenimento di un essere umano eccede di molto la capacità di rimborsarlo da parte di chiunque, noi possiamo abbandonare il romanzo secondo cui ciò che uno riceve nel pagamento sia il compenso per che cosa ha fatto e riconoscere che quel che noi stiamo realmente facendo è utilizzare il dono di cui la natura ci ha forniti. Date queste circostanze, riconosciamo che tutti stiamo ottenendo qualcosa per niente, ed il modo più semplice per effettuare la distribuzione è su una base egualitaria, specialmente quando si consideri che la produzione può essere considerata uguale al limite della nostra capacità di consumare, cioè proporzionata rispetto alla sufficiente conservazione delle nostre risorse fisiche" (Ore-uomo cit.).

Ognuno avrebbe ricevuto dei certificati sui quali registrare una specie di "importo energetico" equivalente a una quota indifferenziata dell'energia "spesa" collettivamente nella produzione di beni e servizi. Tali certificati sarebbero stati nominativi, quindi non negoziabili, come fossero degli assegni vergini non trasferibili. L'importo energetico sarebbe stato scalato dall'ente venditore quando il titolare si fosse presentato ad acquistare beni o servizi. Terminato il prelievo, o venuti a scadenza, sarebbero stati annullati. Date le loro caratteristiche, non potevano essere scambiati, accumulati, giocati o rubati. Nel caso di smarrimento, non avrebbero potuto essere utilizzati da chi li avesse trovati. Potevano soltanto essere spesi. Eliminato il sistema del denaro e dei prezzi, il potere d'acquisto di un individuo non si sarebbe più basato sul valore della propria forza-lavoro ma sulla divisione equa dell'energia netta totale utilizzata nella produzione di beni e servizi. In questo modo il reddito del singolo non dipendeva in alcun modo dalla natura del suo lavoro, per cui la società sarebbe stata libera di ridurre le ore lavorative ad un livello tanto basso quanto lo avesse permesso lo sviluppo tecnologico, senza compromettere in alcun modo il "reddito" nazionale o individuale, e senza alcun problema di disoccupazione o povertà.

È difficile immaginare come una società siffatta potesse ancora utilizzare categorie come "reddito nazionale o individuale". Rimane il fatto che da Bebel in poi (egli utilizzò i calcoli dell'economista non socialista Hertzka) ogni calcolo oggettivo sul potenziale produttivo raggiunto dal capitalismo porta inevitabilmente a una riduzione drastica del tempo di lavoro, non appena ci si tolga di torno le categorie economiche del capitalismo stesso. Secondo i calcoli di Hubbert, ogni individuo avrebbe potuto lavorare dai 25 ai 45 anni di età per non più di 4 ore al giorno e non più di 164 giorni all'anno, avendo poi un reddito garantito fino alla morte. "L'insicurezza della vecchiaia viene abolita, e sia il risparmio che le assicurazioni diventano inutili, anzi, impossibili." Un tale meccanismo di distribuzione avrebbe reso semplicemente obsolete tutte le forme di commercio e, allo stesso tempo, grazie all'abolizione del denaro, le avrebbe rese assurde. L'intero meccanismo sociale sarebbe allora diventato un'organizzazione unitaria con altrettanti rami quante sarebbero state le funzioni industriali e sociali da svolgere. Hubbert, che condivideva questa visione con altri tecnocratici, arrivò di fatto ad ipotizzare un superamento del capitalismo. Il limite del suo modello è che non coglieva assolutamente il problema sociale: l'esistenza di una classe, la quale, attraverso il monopolio dei mezzi di produzione e distribuzione, impedisce con la violenza del suo Stato che un tale disegno possa essere realizzato. Marx inserì il problema del "buono" o "scontrino" di lavoro nel contesto della trasformazione rivoluzionaria (noi possiamo immaginare quante soluzioni ci potrebbero essere oggi con l'avvento dell'informatica):

"Nella produzione sociale il capitale denaro scompare. La società ripartisce forza lavoro e mezzi di produzione fra i diversi rami di industria. I produttori possono anche ricevere buoni di carta, mediante i quali prelevano dalle scorte sociali di consumo un quantum corrispondente al loro tempo di lavoro. Questi buoni non sono denaro. Non circolano" (Il Capitale, Libro II, cap. XVIII).

E nella Critica del Programma di Gotha ritorna sull'argomento, specificando che l'applicare questa soluzione ha un senso unicamente nella "fase transitoria", definita come "comunismo inferiore" in quanto vi è comunque una remunerazione in base al lavoro erogato. Nella fase superiore sparirà il concetto di remunerazione, e quindi non avrà alcun senso contabililizzare la quantità di lavoro se non a scopo statistico, affinché la società conosca sé stessa e sappia progettare la propria esistenza:

"Quella con cui abbiamo a che fare qui, è una società comunista, non come si è sviluppata sulla sua propria base, ma viceversa, come sorge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le impronte materne della vecchia società dal cui seno essa è uscita… L'uguale diritto è qui perciò sempre, secondo il principio, diritto borghese, benché principio e pratica non si accapiglino più, mentre l'equivalenza delle cose scambiate nello scambio di merci esiste solo nella media, non per il caso singolo. Nonostante questo processo, questo ugual diritto è ancor sempre contenuto entro un limite borghese. Quindi conquista del potere da parte della classe operaia prima di tutto, poi avvio di una fase di transizione verso la società comunista nella sua fase completa".

Essendo nei lavori di Hubbert completamente assente la dinamica dei rapporti sociali, ci troviamo di fronte alla pura costruzione di un modello astratto, visionario, proprio come negli utopisti. Non manca l'appello a riunirsi fattivamente intorno a un programma di trasformazione, ma nella forma di invito ai cittadini americani affinché collaborino con il gruppo di Technocracy, al fine di aiutare il movimento "nel più grande lavoro di costruzione e di progettazione in tutta la storia".

La transizione carbonifera

Il ciclo di Hubbert è rintracciabile anche a ritroso nel tempo, e l'operazione è particolarmente significativa perché per i cicli del passato ci possiamo basare su dati certi prima, durante e dopo il picco; mentre per i cicli attuali ci dobbiamo accontentare di estrapolazioni su dinamiche in corso, su dati soggetti a troppe variabili. Lo possiamo verificare con il ciclo del carbone nelle vecchie aree industriali. Come combustibile esso non fu meno importante del petrolio nello sviluppo della forza produttiva sociale. Dopo decine di millenni di fuoco di legna, cioè di combustibile rinnovabile, la transizione al combustibile fossile segnò profondamente la rivoluzione industriale, e il percorso della sua produzione e consumo seguì per la prima volta la inesorabile curva a campana. Lo sviluppo del capitalismo non sarebbe stato possibile senza che venisse intaccato l'equilibrio basato sul "lavoro del Sole". L'unica fonte di energia di cui gli uomini erano forniti, prima dell'utilizzo dei combustibili fossili, era la nostra stella: il vento, i salti d'acqua, la legna, non sono altro che differenti forme in cui si è trasformata l'energia solare. La stessa energia muscolare, umana ed animale, proviene dal ciclo solare di produzione di cibo.

Lo sfruttamento delle miniere di carbone, soprattutto in Gran Bretagna, permise di alimentare le macchine a vapore, che andavano diffondendosi specie dopo le migliorie introdotte da Watt. L'elevato potere calorifico del carbone (7.500 Kcal/kg, circa il doppio di quelle erogate dalla legna) consentiva di accumulare ovunque, in spazi relativamente modesti, grossi quantitativi di energia, disponibile quando fosse necessaria. E ciò grazie alla rapida diffusione delle locomotive, che trasportavano carbone per mezzo di carbone là dove veniva utilizzato, prelevandolo dai luoghi in cui la natura l'aveva accumulato. Per un secolo e mezzo il carbon fossile fu la fonte principale dalla quale si ottenne energia termica e meccanica: non è un caso che le regioni di maggior sviluppo industriale dello scorso secolo coincidessero con le regioni carbonifere (bacini carboniferi e siderurgici inglesi, francesi e belgi, la Ruhr in Germania, il bacino del Donetz nell'ex-URSS, la Pennsylvania negli USA, la Manciuria in Cina, ecc.).

Crescita della produzione industriale e crescita dei consumi di carbone per decenni andarono di pari passo. Migliorarono le tecniche di "coltivazione" delle miniere, se ne scoprirono di nuove, si adottarono nuovi sistemi per elevare il rendimento dell'estrazione in quelle esistenti. E siccome le leggi economiche che guidano l'estrazione dei minerali erano e sono le stesse che regolano l'agricoltura, l'intero sistema della produzione capitalistica fu fortemente influenzato dai suoi legami con la rendita, secondo le leggi scoperte da Marx.

"La teoria basata sul calcolo della grandezza del valore e delle sue parti nella produzione capitalistica, si contrappose fin dal suo sorgere a quella borghese della concorrenza, la negò e ne segnò la condanna, svelando fin da allora il carattere di monopolio di classe di essa economia. I fenomeni recenti hanno confermato la dottrina e le sue previsioni tutte, e la loro presentazione teorica e matematica anche nei settori industriali, si compie senza alcuna difficoltà mediante i rigorosi teoremi sulla rendita: essi furono fin dalla enunciazione applicati non alla sola agricoltura, ma a tutte le forze naturali; valgono quindi anche per la economia della macchina a carbone o benzina; di quella idroelettrica e della futura motrice nucleare, tutte attuali e prossime basi di sovrapprofitti e monopoli e di parassitismi redditieri, che aggravano la scompensazione della forma sociale capitalistica" (Mai la merce sfamerà l'uomo, cap. XV, 1954).

Il proprietario della miniera, pubblico o privato che sia, percepisce una rendita; l'impresa che si occupa dell'estrazione ricava un profitto; ai minatori resta il salario. Nel testo citato, a proposito della questione agraria, si afferma:

"Comunque crescendo gli uomini, e se volete il loro appetito, fino a che la terra non è limitata, ossia monopolizzata, la prima ovvia soluzione non è di ottenere più frutto da uno stesso terreno, ma di occupare altro terreno" (Cap. X).

In modo analogo, in Gran Bretagna si partì dalle miniere più superficiali e più abbondanti per poi coltivare quelle meno produttive. I proprietari delle miniere più "fertili", dato che il prezzo di vendita del carbone sul mercato, a parità di qualità, non variava, godettero di un primo tipo di rendita differenziale rispetto ai proprietari delle miniere peggiori. Al crescere ulteriore della richiesta di energia non si poté far altro che incrementare gli investimenti nelle miniere già esistenti, aumentando la produttività del lavoro con investimenti in impianti e macchine, dando così luogo a un secondo tipo di rendita differenziale. Il carbone, ancora trasportato a mano o per mezzo di cavalli verso la superficie, era venduto sul mercato allo stesso prezzo di quello trasportato con l'ausilio delle nuove macchine a vapore che muovevano treni di carrelli, azionavano pompe di drenaggio e ventilavano i cunicoli. Il lavoro a mano richiedeva una quantità di operai e quindi un monte salari decisamente maggiore rispetto a quello necessario nelle miniere più moderne, i cui proprietari ora intascavano un sovrapprofitto/rendita, dato che la produzione era cresciuta più che proporzionalmente rispetto al cresciuto anticipo di capitale. Ad un certo punto però, man mano che l'estrazione diventava più difficile e dispendiosa, le vecchie miniere iniziarono a chiudere, e così, dopo la fase di crescita tumultuosa, iniziò la rapida caduta della produzione di carbone, sintetizzata in figura 5.

Il massimo storico della produzione si ebbe nel 1913 con 287 milioni di tonnellate, il picco della curva regolarizzata nel 1923. Inizialmente, la curva della produzione era stata proposta da Hubbert come un modello puramente empirico. Successivamente si è compreso che dietro questo andamento vi erano fattori economici operanti in presenza di una risorsa fisicamente limitata e di un sistema economico che faceva della crescita un imperativo categorico. Il modello inglese si ripeté con regolarità negli altri bacini carboniferi (figura 6), e attualmente si sta ripetendo in Cina, paese che da poco è diventato il primo importatore di carbone sottraendo il primato al Giappone. In una prima fase, la risorsa è abbondante, e con bassi investimenti si riesce ad estrarla, con conseguente crescita esponenziale della produzione. Prevale la rendita differenziale del primo tipo che abbiamo visto nelle pagine precedenti. In una seconda fase, essendosi esaurite le risorse più facilmente utilizzabili, occorre investire massicciamente in capitale costante. La produzione continua a crescere ma con velocità decrescente. Prevale la rendita differenziale del secondo tipo. In una terza fase si raggiunge un picco di produzione cui segue un declino a causa del graduale esaurimento dei giacimenti che rende necessari investimenti sempre più elevati, al punto da non essere più sostenibili. In una fase finale, gli investimenti cessano del tutto in quanto l'attenzione si sposta su altre fonti di energia (nel caso concreto dal carbone al petrolio, ma il discorso può essere generalizzato), fino a che la produzione non diventa ridottissima o cessa del tutto. Dopo il picco, il periodo di crisi provoca perturbamenti accentuati della curva e i governi intervengono per stabilizzarla (figura 7).

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Figura 5. Produzione di carbone britannico dal 1815 al 2004. I dati sperimentali riportati nel grafico sono stati mediamente approssimati, ottenendo una perfetta curva di Hubbert. Fonti: Cook e Stevenson (1815-1860); Kirby (1861-1946); British Coal Autority (1947-2004).

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Figura 6. Curva storica della produzione di carbone in Pennsylvania, USA, considerata come modello valido a scala mondiale. Dati reali e interpolazione sovrapposta. Anche al variare delle condizioni rispetto alla Gran Bretagna, la forma a campana tipica del picco di Hubbert persiste visibilissima.

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Figura 7. Produzione di carbone britannico 1830-2010. Le perturbazioni storiche non modificano la forma generale della curva. Il periodo dell'ascesa esponenziale è più regolare di quello critico post-picco.

Confusi partigiani della decrescita

C'è chi contrappone teorie complesse dei limiti, come quella di Hubbert o come quella dei modelli dinamici di crisi elaborati dal MIT, alla teoria economica di Marx. C'è chi contrappone a quest'ultima non una teoria ma una mera affabulazione moralistica. L'argomento consiste nel considerare obsoleta la teoria marxiana in quanto figlia di un'epoca passata, nella quale vigeva ancora la crescita esponenziale del capitalismo, mentre oggi i limiti imporrebbero un ripensamento del concetto stesso di sviluppo. Ultima famiglia di critici è rappresentata dai "partigiani della decrescita", come si autodefiniscono i seguaci di Serge Latouche, secondo il quale nel marxismo "l'economia capitalista è criticata e denunciata, ma la crescita delle forze che essa scatena è qualificata come produttiva (mentre è almeno altrettanto distruttiva)". Come al solito i critici di Marx scrivono senza averlo letto o compreso. Non si spiega altrimenti questa cecità di fronte alla profonda differenza che passa tra una crescita puramente quantitativa, fine a sé stessa, e uno sviluppo della forza produttiva sociale che, anzi, segna la morte del "quantitativismo produttivo". Rimanendo nel campo della rendita, Marx analizza l'introduzione di macchine che permettono di economizzare lavoro umano e afferma che, a causa di limiti intrinseci, la decrescita può benissimo essere contemplata anche nel sistema capitalistico:

"Supposto che il macchinario atto a risparmiare lavoro, le sostanze ausiliarie chimiche, ecc., occupino qui uno spazio maggiore, che quindi il capitale costante cresca tecnicamente, non solo quanto a valore, ma quanto a massa, in confronto alla massa della forza lavoro impiegata, nell'agricoltura (come nell'industria mineraria) quel che conta non è soltanto la produttività sociale, ma anche la produttività naturale e spontanea del lavoro, che dipende dalle condizioni naturali di quest'ultimo. È possibile che l'aumento della forza produttiva sociale del lavoro nell'agricoltura si limiti a compensare o non compensi neppure la diminuzione della forza naturale – infatti questa compensazione può sempre agire solo per un certo periodo – cosicché ivi, nonostante lo sviluppo tecnico, il prodotto non ribassa di prezzo, ma ne viene solo impedito un rincaro ancora più forte. È anche possibile che, aumentando il prezzo del grano, la massa assoluta del prodotto diminuisca mentre cresce il sovra-prodotto relativo, e questo, in particolare, sia in caso di aumento relativo del capitale costante, che consta in gran parte di macchine o di bestiame, di cui si deve soltanto reintegrare il logorio, sia in caso di diminuzione corrispondente della parte variabile del capitale, spesa in salario, che dev'essere sempre reintegrata attingendo al prodotto" (Il Capitale, Libro III, cap. XLV).

La massa assoluta del prodotto può dunque diminuire purché cresca il sovra-prodotto relativo, cioè quella parte di prodotto il cui valore, eccedente quello del capitale anticipato, rende possibile la realizzazione del profitto. È un caso limite, ma reale. La soluzione rivoluzionaria non consiste in una semplice diminuzione quantitativa della massa del prodotto, consiste nella eliminazione del sovra-prodotto relativo, cioè del plusvalore. Nel campo della rendita, si sa che di energia fossile imprigionata nel sottosuolo ne esiste in grandissima quantità. Il guaio per il capitalismo è che non è sfruttabile fino a quando il sovra-prodotto relativo di cui la rendita si appropria non è garantito. Il carbone, che fu il protagonista della rivoluzione industriale, non è per nulla tramontato, se ne brucia ancora per il 40% dell'energia complessiva dissipata nel mondo. Ma è sempre più difficile e costoso da estrarre. E siccome per il petrolio vale lo stesso discorso, vedremo nei prossimi anni diminuire la massa assoluta del prodotto e aumentare il sovra-prodotto relativo che serve a garantire il sovrapprofitto.

Il primitivismo, in tutte le sue forme, è una mera reazione all'industrialismo quantitativo, e in quanto tale assolutamente incapace di comprendere che per la società futura la tecnica e l'industria sono la soluzione e non il problema. Solo la consapevolezza, il rovesciamento della prassi in quanto progetto, la disponibilità di mezzi tecnici adeguati ci permetteranno di raggiungere un rapporto armonico con ciò che ci circonda senza ritornare antropoidi involuti, per niente hopeful, promettenti. Noi come specie siamo natura, anche nell'età della massima dissipazione, e in quanto natura correggeremo le deviazioni dovute a una potenza acquisita che oggi non sappiamo controllare. Il primitivismo non è che un epifenomeno del capitalismo, è il Campeggio dei nudisti della società borghese:

"Le scienze naturali perderanno il loro indirizzo astrattamente materiale, o piuttosto idealistico, e diventeranno la base della scienza umana, così come ora sono già divenute – sebbene in figura di alienazione – la base della vita umana effettiva. E dire che v'è una base per la vita e un'altra per la scienza, questo è fin da principio una menzogna. La natura che nasce nella storia umana – nell'atto del nascere della società umana – è la natura reale dell'uomo. Dunque la natura come diventa attraverso l'industria è la vera natura antropologica" (Marx, Manoscritti).

La nostra corrente affrontò (Mai la merce sfamerà l'uomo, cap. X) il problema dell'intervento capitalistico sulla terra prendendo le distanze sia da coloro che ipotizzavano l'inesorabile decadimento dei terreni a causa dello sfruttamento intensivo che ne mina la fertilità, sia da coloro che trasferivano alla produzione agraria il carattere teoricamente illimitato della produzione industriale. Da una parte, giusta la legge di Liebig (intesa in senso biologicamente corretto), è possibile ridare alla terra il bio-chimismo che le si toglie; dall'altra è assolutamente impossibile "sfamare tutta l'Inghilterra coltivando solamente Soho Square", cioè una piazza di Londra, come disse Marx contro gli ottimisti dell'investimento agrario. Per quanto riguarda il settore minerario, trattabile come quello agrario dal punto di vista della rendita, nel primo caso non è possibile reintegrare ciò che si toglie alla crosta terrestre, formato e custodito per milioni e milioni di anni. Nel secondo caso si può impiegare quanto capitale costante si vuole, ma entro il limite di un saggio di profitto positivo. Le storiche miniere di carbone inglesi non sono state chiuse perché è finito il carbone, sono state chiuse perché non è stato più possibile ricavare da esse un plus-prodotto relativo. Anche in Italia ci sono ancora alcuni miliardi di tonnellate di carbone, ma non conviene estrarlo. Come disse l'ex ministro saudita del petrolio Zaki Yamani:

"Di qui a trent'anni ci sarà una grande disponibilità di petrolio e nessun compratore. Il petrolio sarà lasciato sotto terra. L'età della pietra non finì perché ci fu una mancanza di pietre, così l'età del petrolio non finirà perché mancherà il petrolio" (intervista rilasciata all'agenzia Reuters nel 2000).

Probabilmente non sarà così, sono già passati dodici anni e non si vede come si possa pervenire alla fine dell'era petrolifera fra vent'anni se non verrà spazzato via il capitalismo. Se esso resisterà ancora a lungo alla prova storica, di certo il prezzo che sarà richiesto all'umanità per continuare a bruciare fossili sarà tremendo. Forse inimmaginabile.

Ritorno di energia rispetto all'energia investita

Un parametro molto importante per quantificare il limite fisico della produzione, che non può essere oltrepassato nell'utilizzo di una data fonte energetica, è quello di EROEI: Energy Returned On Energy Invested, ovvero il rapporto tra l'energia ricavata e tutta l'energia spesa per giungere al suo ottenimento. Se questo rapporto è inferiore a 1, la fonte non può essere considerata primaria dato che per il suo sfruttamento si spende più energia di quanta se ne ricavi. Può accadere che per un periodo di tempo, ad esempio per effetto di sussidi statali, in regime capitalistico si possa trarre profitto dall'utilizzo di una fonte con EROEI minore di 1 (come per alcuni tipi di biocarburanti), ma è chiaro che nel lungo periodo la situazione sarebbe fisicamente insostenibile.

Sebbene la definizione di tale indice sia molto semplice, il calcolo da effettuare per ottenerlo è assai complesso poiché entrano in gioco il tempo, l'ambiente e altri fattori interpretabili in maniera variabile. Inoltre, data la concorrenza esistente tra i diversi produttori di energia che utilizzano fonti differenti, non è da escludere che si tenda a sovrastimare o sottostimare l'EROEI di una fonte a seconda degli interessi che si vogliono salvaguardare. L'associazione ASPO, che studia l'esaurimento delle fonti fossili di energia, ha prodotto la tabella riportata qui di seguito (figura 8), che riprende i lavori di David Elliott A Sustainable Future e di Ian Hore-Lacy, pubblicato in "Before the wells Run Dry". I valori più elevati di EROEI sono quelli dei grandi bacini idroelettrici, del primo petrolio estratto e, secondo alcuni, del nucleare. Negli ultimi anni ha avuto un rapido sviluppo la produzione di energia da fonti a bassa resa, come quella di etanolo da cereali o canna da zucchero, e di petrolio da sabbie bituminose. Vi sono studi tesi a dimostrare che queste fonti hanno una resa addirittura inferiore all'unità.

TECNOLOGIA

EROEI

(Elliott)

EROEI

(Hore Lacy)

EROEI

(Altri autori)

NOTE

Grande idroelettrico

50-250

50-200

 

Decade con il degrado dei bacini, specie quelli giganti.

Mini idroelettrico

30-270

 

 

Il dato fornito dalla Svizzera per i suoi impianti

Petrolio "anni d'oro"

50-100

 

 

Fino al 1970, circa. Vale ancora per un numero limitato di pozzi del Medio Oriente

Petrolio oggi

 

 

5-15

I pozzi in esaurimento e quelli di nuovo impianto rendono l'estrazione sempre più costosa.

Eolico

5-80

20

 

Dipende dai siti. Potrebbe essere un ottimo valore, 50 -100, per le coste del Mare del Nord. È minore (forse intorno a 20) per un tipico sito in Italia.

Nucleare

5-100

10-60

< 1

Com'è noto, sono infinite le controversie su questo valore. Secondo alcuni, la tecnologia standard dei "reattori ad acqua leggera", potrebbe avere una resa energetica inferiore a 1.

Fotovoltaico a film sottile

 

 

25-80

Le cifre fornite dagli osservatori e specialmente dai produttori non sono universalmente condivise.

Fotovoltaico convenzionale

3-9

4-9

< 1

Il valore < 1 è tratto da un lavoro di Odum del 1994 ed è sicuramente obsoleto.

Carbone

2-7

7-17

 

Il dato sorprendentemente basso per il carbone è contestato da alcuni osservatori, ad es. dell'Università di Pisa.

Gas Naturale

 

5 - 6

 

Si tratta della fonte che produce meno controversie a proposito della resa (trasporto via gasdotto).

Biomassa

3-5

5-27

 

Un miglioramento si ottiene in genere con la pirolisi.

Etanolo

 

 

0.6-1.2

Ci sono molte controversie sull'EROEI dell'etanolo. Secondo Patzek e Pimentel è minore di 1, ma altri autori ritengono che sia intorno a 1.2 con particolari accorgimenti.

Sabbie bituminose

 

 

< 1?

Anche sulle sabbie bituminose ci sono molte controversie. Può darsi che l'EROEI di estrazione sia maggiore di 1, ma è sicuramente basso e, secondo alcuni, minore di 1.

Figura 8. Energy Returned On Energy Invested per le diverse tecnologie di approvvigionamento energetico. Fonte: ASPO Italia.

La necessità del capitale di utilizzare sempre più macchine e uomini per produrre sempre più merci ha provocato una corsa a fonti sempre più inefficienti non solo per quanto riguarda la spesa energetica, ma anche l'impatto sull'ambiente e sul lavoro umano. La corsa a nuovi giacimenti e a nuove tecnologie di sfruttamento ha prodotto nel corso dei decenni un decremento dell'EROEI per la media delle fonti utilizzate.

I dati empirici dimostrano come, al diminuire dell'EROEI medio, aumenti più che proporzionalmente la quota di ricchezza da destinare al settore energetico e quindi diminuisca la quota di ricchezza da destinare agli altri settori. Un ritorno energetico di 15-20 a 1 o più è ottimale e non influisce molto sulla produzione di merci non energetiche, ma un ritorno medio che arrivasse ad un rapporto di 2 a 1 produrrebbe una situazione insostenibile, dato che circa la metà della ricchezza prodotta da una nazione dovrebbe essere utilizzata solo per ottenere l'energia necessaria a non fare inceppare, con le fabbriche, i trasporti, ecc., la società intera (figura 9). I miliardi di tonnellate di carbone che giacciono inutilizzati a più di 600 metri di profondità nel Sulcis, fornirebbero un rapporto inferiore a 2. Per questo al momento se ne stanno dove si trovano. Gli Stati Uniti, nonostante abbiano enormi riserve di carbone ben più accessibili di quelle italiane o inglesi, sono passati in dieci anni dal 6% circa del PIL destinato alle forniture energetiche al 10%, con un aumento del 66%. E producono il 60% della loro elettricità con il poco maneggevole carbone proprio perché ne hanno in casa e non devono pagare la rendita ad altri. È chiaro che superata una certa soglia il sistema tende al collasso: l'uomo non può soltanto costruire e alimentare macchine, deve poter sfamare anche sé stesso.

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Figura 9. Disponibilità di energia per la produzione di beni e servizi non energetici, al variare dell'EROEI in una economia da 100 QUAD (1 QUAD = 2,93 x 1011 Kilowattora). Fonte: Safe Energy Association. Il decadimento del sistema non è lineare ma progressivo.

Il picco dei combustibili fossili

Con l'esempio del carbone inglese si dimostra che, data una certa risorsa naturale, quando gli investimenti in capitale costante che determinano un incremento di produttività non riescono ad essere compensati dall'incremento di prezzo necessario a remunerare la produzione aggiuntiva, abbiamo inevitabilmente un picco. La produzione di una data risorsa in una data zona inizia a calare bruscamente e, se vi è la possibilità fisica, tecnologica e finanziaria, i capitali si spostano verso nuove fonti. Perciò, dopo il carbone, il petrolio e il gas naturale hanno assunto un ruolo fondamentale nel soddisfare il fabbisogno energetico complessivo: in totale (dato del 2006) le fonti fossili soddisfano l'85% del fabbisogno globale di energia. Per ogni previsione sul corso del capitalismo, assume quindi una importanza fondamentale comprendere quale sia l'andamento previsto della produzione di questi combustibili che, nel breve e medio periodo, appaiono per il capitale insostituibili. Nel numero 24 di questa rivista è stato già illustrato un grafico dell'Energy Watch Group relativo al petrolio: l'EWG prevede un crollo della produzione petrolifera al 50% nel 2030 di fronte a un consumo crescente.

Nel grafico seguente (Figura 10), tratto dal sito The Oil Drum, molto attento alle problematiche energetiche ed ambientali, si riportano varie previsioni fatte con differenti modelli: mentre quelle degli enti ufficiali (tipo CERA o EIA) tendono a dipingere un quadro ottimistico (vedi curve che salgono indefinitamente), quelle elaborate da studiosi indipendenti utilizzando diverse metodologie tendono tutte a mostrare, oltre che una notevole sincronia, un picco intorno al 2010-2015.

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Figura 10. Produzione mondiale di petrolio (petrolio greggio + liquidi di gas naturale) e varie previsioni (1940-2050). Fonte: "The Oil Drum".

Il Pentagono, che ha redatto lo studio "Joint Operating Environment 2010" per informare il Ministero della Difesa americano, sembra propendere per l'ipotesi del picco petrolifero ravvicinato:

"Assumendo come vero il più ottimistico scenario che prevede il miglioramento delle tecnologie di sfruttamento, lo sviluppo di petrolio non convenzionale (come gli scisti o le sabbie bituminose), le nuove scoperte di giacimenti, la produzione di petrolio sarà messa sotto forte pressione al fine di soddisfare la domanda futura di 118 milioni di barili al giorno".

La domanda attuale di greggio è di circa 90 milioni di barili al giorno. Per quanto riguarda il carbone, invece, l'Energy Watch Group ha analizzato i dati sulle riserve effettivamente recuperabili ai prezzi attuali, ed è arrivato alla conclusione che, entro il 2025, si avrà il picco massimo mondiale di produzione (figura 11). Attualmente le maggiori riserve di carbone si trovano negli Stati Uniti (120 miliardi di Tonnellate di Petrolio Equivalente), seguono la Russia (69 miliardi di TPE), l'India (61 miliardi di TPE) e la Cina (59 miliardi di TPE). La situazione di quest'ultima, che presenta un rapido incremento del fabbisogno energetico, appare particolarmente critica: la gran parte dell'energia di cui ha bisogno il gigante asiatico proviene infatti da questa fonte (70%). Con i 1.108 milioni di TPE di carbone prodotto ogni anno, è di gran lunga il maggior produttore mondiale (seguono gli USA con 575 milioni di TPE annue). Ciò implica che ogni dodici mesi la Cina consumi il 2% delle proprie riserve di carbone. Entro il 2020 si prevede che essa raggiungerà il picco di produzione (intorno ai 2.500 milioni di TPE annue), per poi avere un brusco calo, con grossi rischi per la sua macchina economica sempre più gigantesca.

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Figura 11. Andamento della produzione mondiale di carbone nel tempo e previsione fino al 2100. Fonte: "Coal Resources and Future Production", Energy Watch Group.

C'è da aggiungere che, per una stima più corretta, piuttosto che considerare le tonnellate estratte, andrebbe considerata l'energia effettivamente ricavata, la quale è legata al potere calorifico del carbone: col tempo, infatti, si tende ad utilizzare carbone di qualità sempre peggiore, con costi di estrazione crescenti. All'antracite e alla lignite, di qualità superiore, si sostituisce sempre più il carbone bituminoso e sub-bituminoso, decisamente più scadente. Considerando per esempio gli Stati Uniti, abbiamo il massimo della produzione in termini di energia nel 1988 (598 milioni di TPE), mentre già nel 2005, pur essendo aumentate le tonnellate estratte, si sono ricavati 576 milioni di TPE. Anche la produttività dell'industria estrattiva, dopo una crescita costante dagli anni '80 al 2000, ha subito un arresto e poi un declino: si è passati dalle 3 tonnellate inglesi per minatore del 1980 (parliamo del caso delle miniere superficiali) alle 11 tonnellate per minatore del 2000, per poi passare alle 10 tonnellate nel 2006: nonostante il crescente investimento in capitale costante, a causa del peggioramento della qualità e dell'accessibilità della risorsa non si riesce più ad aumentare la produttività.

Anche per il gas naturale alcuni ricercatori prevedono un andamento analogo a quello di petrolio e carbone: uno studio di Laherrere, tecnico che ha lavorato per 35 anni per la TOTAL ad alti livelli, segnalato dal sito The Oil Drum, riporta la previsioni fino al 2100. Secondo l'autore intorno al 2030 vi dovrebbe essere un picco di produzione, seguito da una rapida discesa (figura 12). Sono riportate anche le previsioni degli enti "ufficiali", come l'IEA, che danno fino al 2030 una crescita continua della produzione e sul poi tacciono. Va sottolineato il fatto che il trasporto del gas è circa 10 volte più costoso di quello del petrolio, quindi il raggiungimento del picco di produzione in ogni singola area del globo comporterà per ciascuna di esse delle criticità notevoli: la gran parte del gas è oggi trasportata tramite gasdotti, che hanno un costo elevato di realizzazione, mentre ancora marginale è il trasporto attraverso navi metaniere (impianti GNL).

Sommando le previsioni per le tre fonti fossili precedentemente analizzate, si ottiene il grafico di figura 13. La linea verticale separa i dati pregressi dalle previsioni. A partire dal 2020, la produzione complessiva di energia ricavabile da fonti fossili è destinata a contrarsi con una certa rapidità. Considerando la crescente necessità di energia dovuta al tumultuoso sviluppo del capitalismo nei paesi emergenti, è chiaro che tale andamento pone una sfida enorme alla perpetuazione dell'attuale paradigma economico.

L'abbaglio nucleare

Il secondo conflitto mondiale si era concluso con la spaventosa ostentazione di potenza delle armi a reazione nucleare, e siccome gli studi per le applicazioni civili erano avanzati in parallelo a quelli per gli usi militari, dopo la guerra si sviluppò nei paesi industrializzati l'illusione che si potessero risolvere i problemi energetici dell'umanità ricorrendo alla nuova fonte di energia. Oltre tutto la Guerra Fredda aveva stimolato ulteriori studi sulla potenza degli ordigni bellici, per cui le grandi potenze si avvantaggiarono della ricaduta tecnologica sul nucleare civile godendo di notevoli economie di scala nella ricerca e sviluppo.

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Figura 12. Andamento della produzione mondiale di gas (incluso quello non convenzionale) nel tempo e previsione fino al 2100. Fonte: "The Oil Drum", Jean Laherrère.

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Figura 13. Andamento della produzione di combustibili fossili nel tempo. Energy Watch Group per il carbone, The Oil Drum per il petrolio, Laherrère per il gas naturale.

L'illusione non era, allora, del tutto campata in aria. Un chilogrammo di uranio produce l'energia equivalente a quella generata da 3.000 tonnellate di carbone. Grazie quindi alla enorme quantità di energia che si riusciva a ricavare dalla fissione nucleare in un piccolo quantitativo di materia, sembrava che il futuro serbasse risorse infinite. Tuttavia problemi di sicurezza, smaltimento delle scorie e soprattutto costi collegati, attutirono di molto l'entusiasmo. Ancora oggi le centrali nucleari forniscono soltanto il 7% del fabbisogno energetico globale (il 17% se consideriamo solo il fabbisogno elettrico) e la percentuale tende a diminuire. La maggior parte dei 442 reattori esistenti al mondo ha più di venti anni d'età, sono tecnicamente obsoleti e stanno diventando pericolosamente insicuri. Nei paesi occidentali è sempre più difficile farli accettare dalle popolazioni e dagli stessi governi. Dopo il disastro di Chernobyl, ad esempio, un paese come la Germania, che pure ricavava dall'atomo una quota non trascurabile di elettricità (circa un terzo), mise in atto un piano di dismissione delle centrali esistenti. Negli ultimi anni, solo paesi come India e Cina hanno costruito un numero significativo di nuove centrali. Il recente gravissimo incidente di Fukushima ha dimostrato come il capitale non si fermi di fronte nulla pur di risparmiare sugli investimenti. Negli anni '50, in seguito a gravi incidenti minerari, chiamammo questa propensione del capitale "morte differenziale", in relazione alla teoria della rendita. Anche se nel corso degli anni il progresso negli apparati di controllo e nelle strutture per la sicurezza è stato notevole, il conseguente incremento dei costi di progetto, realizzazione e gestione ha perturbato la logica del profitto. Di conseguenza le imprese che hanno in mano il business delle concessioni governative nella sfera nucleare hanno tranquillamente violato i loro stessi capitolati d'appalto, sia nella costruzione e manutenzione degli impianti, sia nella gestione dei tremendi effetti del dopo "incidente". A Fukushima il disastro ha permesso di verificare che le cose sono andate in questo modo, ma non c'è ragione di pensare che altrove la situazione sia diversa, anche in caso di incidente. Perciò su quel versante non c'è da aspettarsi un rilancio della produzione energetica a costi compatibili con quelli del passato.

Anche l'uranio soggiace alle stesse leggi che regolano il ciclo del carbone e del petrolio (figura 14), ma il suo processo di produzione e utilizzo comporta problemi aggiuntivi. Nella teoria dell'analisi del rischio, quest'ultimo è definito dalla seguente equazione:

R = P • Vu • Val

dove P è la pericolosità dell'evento ipotizzato, ovvero la probabilità che un fenomeno accada in un determinato spazio con un determinato tempo di ritorno (tempo medio di attesa tra il verificarsi di due eventi successivi), Vu è la vulnerabilità, ovvero l'attitudine di un determinato elemento a sopportare gli effetti legati al fenomeno pericoloso (ad esempio, nel caso di terremoti la resistenza di un edificio alle onde sismiche) e Val è la perdita di valore – in termini economici, artistici, culturali o altro – cui è esposto l'elemento in questione. Nel caso del nucleare, anche se si riduce a valori molto bassi la probabilità che accada un grave incidente, abbiamo una grande vulnerabilità intrinseca (è molto difficile difendersi dalle conseguenze della fusione del nocciolo di un reattore e in genere dalle radiazioni). Inoltre, data la vastità dell'area che può essere coinvolta per decenni, la perdita complessiva di valore degli elementi esposti è notevole. Il rischio del nucleare, quindi, tende ad avere comunque valori molto elevati.

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Figura 14. Andamento della produzione di uranio nel tempo confrontata alla domanda (curva nera). Il gap è stato colmato dall'uranio derivante dallo smantellamento delle testate nucleari, specie dell'ex Unione Sovietica. Fonte: Energy Watch Group.

C'è da sottolineare che tutti gli studi sviluppati per valutare l'entità del rischio risentono, oltre che del peso economico di chi li commissiona, dell'ideologia della classe dominante che, considerando eterno questo sistema, tende a rimuovere o a sottostimare problemi che derivano dall'esistenza di classi sociali e di borghesie nazionali in lotta tra loro. In una situazione di caos sociale, derivante da guerre contro nemici interni ed esterni, per qualsiasi borghesia diventerebbe difficile riuscire a padroneggiare una tecnologia così complessa. Il danno prodotto dall'incidente di Chernobyl non solo ammonta a centinaia di miliardi di dollari,  ma ha impegnato sul fronte della neutralizzazione degli effetti risorse umane enormi, tanto che nel 2005 oltre il 5% delle spese statali in Ucraina e Bielorussia era ancora assorbito dalle spese per l'aiuto alle vittime (cfr. ONU, Chernobyl Legacy: Health, Environmental and Socio-Economic Impact). Ancora poco quantificabili ma probabilmente non meno gravi sono i danni causati dall'incidente di Fukushima, dove il devastante terremoto seguito da tsunami ha messo in crisi i sistemi di raffreddamento di quattro reattori, di cui tre presentano una parziale fusione del nocciolo. Il rilascio di materiale radioattivo all'esterno della struttura ha reso necessaria la completa evacuazione per un raggio di 20 km intorno alla centrale. Parte dell'acqua usata per le operazioni di raffreddamento è finita in mare, contaminando quella porzione di oceano. Migliaia di persone, in primo luogo i lavoratori delle squadre di soccorso che si alternano per riparare al disastro, sono esposte alle radiazioni e a tutt'oggi la situazione sembra ancora fuori controllo, tanto che non si sa se e come gli impianti verranno smantellati.

Le centrali nucleari quindi hanno in tutti i sensi un elevato costo di realizzazione e gestione, che si proietta in modo amplificato a livello sociale nell'eventualità di un incidente. I tempi di ammortamento degli investimenti di questo tipo sono assai lunghi, per cui solo gli stati possono indirizzare risorse finanziarie adeguate, dato che i privati preferiscono di gran lunga investire in centrali a rapido ammortamento, come ad esempio quelle a turbogas. Comunque, costruita la centrale nucleare e messa in funzione, il prezzo medio del "carburante uranio", incide per circa il 10% sui costi complessivi. Questo minerale è presente in abbondanza nella crosta terrestre, ma le concentrazioni sfruttabili sono scarse, per cui la sua estrazione è spietatamente sottoposta alla legge della rendita: quello più facilmente estraibile è stato ormai già consumato e si è costretti a prelevarlo in zone sempre meno agevoli e sempre meno ricche di minerale. Ricompare inesorabile la curva di Hubbert. Negli ultimi anni è stato possibile soddisfare il fabbisogno delle centrali termonucleari attingendo abbondantemente al dismesso arsenale dell'ex URSS (nella fig. 14 è l'area bianca segnata come "Supply deficit" fra l'area grigia e la linea nera), ma tale quantitativo inizia ad essere insufficiente: in conseguenza al deficit di produzione che si è manifestato, diventa inevitabile un incremento del prezzo, al fine di garantire una rendita assoluta anche alla miniera meno "fertile". Nel 1981 l'ossido di uranio ricavato dalle miniere costava 33 dollari alla libbra; nel 2000 era sceso a meno di 10 dollari ma la costruzione di nuove centrali (28 fra il 2000 e il 2005, previste altre 168 entro il 2020) l'ha fatto scattare a 135 dollari nel 2007. Da allora, secondo alcune fonti, la domanda ha già superato l'offerta, compresa quella delle risorse secondarie (ex testate nucleari e scorte).

Si parla per il futuro di reattori autofertilizzanti o di reattori al torio (minerale più abbondante dell'uranio, che produrrebbe scorie meno radioattive); ma, allo stato attuale della tecnologia, è difficile immaginare che l'energia ricavata dalla fissione nucleare possa compensare completamente il calo della disponibilità di fonti fossili. Senza contare che non è affatto risolto, né forse lo può essere, il problema delle scorie radioattive, che possono avere un tempo di decadimento fino a 250.000 anni. Tanto per fare un esempio di come venga affrontata la questione, i detrattori del nucleare negano in modo assoluto che si possano accumulare senza pericolo milioni di tonnellate di scorie (una centrale da 1 GigaWatt ne produce annualmente 30 tonnellate), ma tengono poco conto del fatto che solo il 3% è altamente radioattivo e che i depositi in strati geologici stabili offrono un grado di sicurezza elevato per tempi geologici. D'altra parte è vero che è da irresponsabili lasciare alle generazioni future una simile eredità, ma i sostenitori del nucleare puntano sulla sicurezza dei metodi e minimizzano i pericoli. Uno degli argomenti più usati è l'esempio del reattore naturale di Oklo nel Gabon. Milioni di anni fa, in un giacimento di uranio si produssero 17 reattori nucleari naturali che portarono a fissione almeno 5 tonnellate di uranio 235, sviluppando un'energia di circa 1.000.000 di GWh in 10 milioni di anni. Analizzando le scorie prodotte dalla fissione naturale, si è visto che sono molto simili a quelle di un reattore odierno, comprese 2,5 tonnellate di plutonio. Data la stabilità degli strati, esse non hanno subito spostamenti significativi per milioni di anni, fino al decadimento totale. È chiaro che intervengono in queste discussioni forti elementi extra-scientifici.

Da decenni è allo studio la possibilità di utilizzare l'energia da fusione nucleare, ma vi sono problemi tecnici apparentemente insormontabili nella realizzazione pratica. Non possiamo qui affrontare il problema della fusione fredda, talmente spinoso da coinvolgere gli addetti ai lavori più sul piano ideologico che su quello fisico.

Le cosiddette fonti rinnovabili

L'umanità oggi dissipa ogni anno una quantità di energia equivalente a 11,2 miliardi di tonnellate di petrolio, quasi tutta ricavata da combustibili fossili (per ottenere l'equivalente in barili moltiplicare per 7,3). Il guaio è che non esiste alcuna possibilità di sostituire questa immensa quantità di energia con il suo equivalente ricavato dalle cosiddette fonti rinnovabili (nulla è completamente rinnovabile, altrimenti sarebbe possibile il "moto perpetuo"). Indipendentemente dalla forma sociale che ci daremo in futuro, dovremo semplicemente dissipare meno energia. Ma non si tratterà di dissiparne la metà o un quarto e nemmeno un ottavo, l'ordine di grandezza sarà del tutto incommensurabile.

Nessuno che sia sano di mente o non coinvolto nel business delle materie prime può sostenere che le fonti esauribili non siano un problema, non solo per il futuro della specie umana ma anche per il capitalismo stesso. Oggi, non domani. Il guaio è che oggi, se le fonti non rinnovabili sono il problema, le fonti alternative non sono la soluzione. Il tema è impellente, e quindi piuttosto ansiogeno. Di conseguenza il grande dibattito su di esso si colora inevitabilmente di ideologia e tende a prendere il sopravvento tutta una serie di (immaginarie) soluzioni popolari, compatibili con l'ideologia dominante ma non con il vero problema. Su questo punto occorre essere drastici: nel momento in cui alcuni elementi della borghesia stessa riconoscono che vi è contraddizione insanabile fra la crescita del capitale e la produzione utile alla vita, non ha più alcuna giustificazione la ricerca di ricette ecoriformiste, primitiviste, decrescitiste, ecc. Chi voglia adeguarsi a un percorso energetico ideale senza far lavorare troppo il cervello sul tema "rivoluzione" abbia il buon senso di elevarsi almeno all'altezza dei borghesi americani che ottant'anni fa immaginarono i soviet tecnocratici basati sullo scambio termodinamico al posto di quello monetario. Se quei borghesi erano e sono nostri nemici di classe, figuriamoci cosa possiamo pensare oggi di chi non è nemmeno in grado di capirli e non sa fare altro che sparare a raffica slogan completamente vuoti di contenuto sperimentale.

Fatta questa premessa, è naturale che il costo crescente delle fonti esauribili (fossili e uranio), unito alle preoccupazioni per la problematica del possibile riscaldamento globale, abbia risvegliato negli ultimi anni un interesse generale, interclassista, per le fonti rinnovabili. Il ricorso ad esse è antico, e abbiamo fatto l'esempio della legna, del vento, delle cadute d'acqua. Un paese come l'Italia ha per esempio beneficiato per secoli della conformazione geologica alpina per ricavarne energia meccanica (prima della macchina a vapore la metallurgia fu spiccatamente montanara) e poi elettrica. Fino al 1960 il 60% dell'energia elettrica italiana proveniva da due sole fonti rinnovabili: le cadute d'acqua e le zone geotermiche. Oggi il 75% dell'energia dissipata in Italia proviene dalle importazioni di idrocarburi, e in una situazione simile si trovano molti paesi (vedi figura 15).

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Figura 15. Energia dissipata in diversi paesi, proveniente da petrolio e gas d'importazione. Fonte: The Oil Drum.

Le potenzialità (capitalistiche) di ulteriore crescita del settore idroelettrico sono però limitate: in quasi tutte le aree del pianeta in cui erano favorevoli le condizioni per lo sfruttamento, sono già state realizzate centrali di ogni genere, quasi sempre con risultati catastrofici nel caso di grandi progetti che hanno profondamente modificato l'assetto idrogeologico di intere regioni. Uno sviluppo minimo sarebbe ipotizzabile soltanto con la rinuncia al gigantismo delle centrali, ma verrebbero meno sia un certo saggio di profitto che la rendita e quindi dovrebbe occuparsene lo stato. Tolti pochi esempi di grandi progetti a venire e di sporadiche realizzazioni in corso, con l'idroelettrico siamo ovunque vicini al culmine dello sfruttamento possibile e comunque assai lontani da possibilità sostitutive.

Per quanto riguarda il geotermico, si sta cercando di ampliarne il campo di applicazione sfruttando (per riscaldamento o raffreddamento) anche fonti a medio e basso scambio di calore, prima trascurate. Si sta inoltre cercando di riprodurre artificialmente le condizioni geotermiche con l'iniezione di acqua nelle rocce calde in profondità, recuperando poi il vapore per generare energia elettrica. Quest'ultimo sistema sembra abbia grandi potenzialità, ma al momento è ancora in fase sperimentale. In ultima analisi vale ancor più per il geotermico ciò che si è appena detto per l'idroelettrico.

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Figura 16. Numero di persone che potevano essere sfamate dal grano americano usato per produrre etanolo. Fonte: Earth Police Institute.

Si è perciò appuntata l'attenzione anche su altre fonti, come le biomasse, l'energia eolica e l'energia solare, il cui sfruttamento presenta negli ultimi anni alte percentuali di crescita, grazie soprattutto a politiche di incentivazione degli Stati, che hanno praticamente garantito ai produttori di energia rinnovabile un prezzo/unità-di-energia maggiorato.

Sui disastri causati dall'incentivazione dell'utilizzo delle biomasse per la produzione di biocarburanti abbiamo già scritto nei numeri 22 e 23 della rivista (Perché gli agrocarburanti affameranno il mondo e Piccolo bilancio sugli agro-carburanti). Nonostante si sia presto esaurita l'infatuazione di alcuni pseudo-ambientalisti verso questa fonte (lo stesso Al Gore si è detto pubblicamente pentito del suo appoggio alla causa), la produzione di energia ricavata dalla trasformazione di materia vivente continua a crescere: nel 2009 gli Stati Uniti hanno utilizzato il 25% della produzione di cereali per produrre etanolo. Un quantitativo sufficiente a sfamare oggi 300 milioni di persone è finito nei motori delle automobili (figura 16). L'incremento record dei prezzi dei generi alimentari, che ha contribuito a scatenare le rivolte della "primavera araba" è dovuto sicuramente anche a questo fattore, come ha del resto denunciato persino la FAO, un ente che non ha alcun potere.

Un'accusa analoga a quella mossa all'utilizzo delle biomasse per la produzione di carburanti inizia ad essere rivolta agli impianti per l'energia solare, che in alcuni paesi, tra cui l'Italia, sta conoscendo una crescita molto rapida. In effetti, grazie a sostanziosi incentivi concessi agli investitori dallo Stato (il quale ovviamente non fa che drenare denaro presso la popolazione e concentrarlo a quello scopo), sono stati realizzati impianti di grosse dimensioni, che a volte hanno sostituito terreni fertili, utilizzati precedentemente per fini agricoli. C'è da dire che, a differenza delle colture bioenergetiche, i pannelli solari possono essere posizionati anche su superfici improduttive, per cui una dislocazione ottimizzata richiederebbe una politica di pianificazione delle installazioni. In Italia è stato appena emanato un decreto che toglie gli incentivi per l'installazione di impianti su terreno agricolo; ma a parte il fatto che un decreto potrebbe essere cancellato domani, come è successo per varie leggi contro la cementificazione delle aree verdi, gli incentivi hanno garantito un reddito superiore a quello fornito persino da colture di pregio, come certi vigneti; e quindi molto danno è già stato fatto. In generale nessun agrario può resistere di fronte alla possibilità di intascare una rendita differenziale messa gentilmente a disposizione dallo stato intercettando valore nella società, specialmente quello prodotto con il supersfruttamento dei proletari. E oltre ai contadini, entreranno in azione le lobby dei produttori di pannelli, come dimostra il tono degli articoli sui loro siti internet. Inoltre: molti proprietari di terreni non li coltivano direttamente ma li danno in affitto a titolo praticamente gratuito, quindi dagli impianti ricaverebbero un guadagno netto pur senza incentivi.

La quantità di energia che il Sole invia sul suolo terrestre è enorme, circa diecimila volte superiore a tutta l'energia usata dall'umanità nell'unità di tempo; ma è poco concentrata. Se si vogliono raggiungere potenze significative è necessario raccogliere energia da aree molto vaste, dato che per captare mediamente un Megawatt di energia alle nostre latitudini occorrono impianti fissi a pannelli fotovoltaici di circa 2 ettari di superficie. La ricerca negli ultimi anni ha fatto dei progressi ma, sia per il fotovoltaico che per il solare termico e termodinamico, esistono dei limiti fisici di efficienza non superabili; e, in ogni caso, l'irraggiamento medio (considerando l'ambiente europeo) è di solo 200 W/mq. Ciò implica che la quantità di lavoro umano necessaria a sfruttare questa fonte sarà sempre molto elevata. I keynesiani possono anche ritenere questo aspetto un fatto positivo, in quanto incentivando una produzione locale e parcellizzata di energia si incrementano i posti di lavoro, come con lo "scavar buche al solo scopo di riempirle di nuovo". Ma in un'ottica rivoluzionaria l'obiettivo è liberare tempo di lavoro a vantaggio del tempo di vita; perciò si mirerà anche a ridurre il più possibile lo sforzo che gli uomini debbono compiere per mettersi in armonia con le forze della natura.

In ogni caso, se pur fosse possibile in futuro ridurre significativamente i costi di produzione dell'energia solare, sorgerebbe in ogni caso il problema di come immagazzinare l'energia in eccesso prodotta nei momenti di scarsa richiesta per utilizzarla in quelli di maggior fabbisogno: questa fonte (come anche l'eolico) non è programmabile, e la produzione subisce notevoli variazioni nel corso della giornata. Al sistema di produzione capitalistica, che necessita di un flusso costante e concentrato di energia, mal si addice la variabilità delle condizioni meteorologiche. Altro sarebbe il discorso nel caso in cui la produzione potesse, entro certi limiti, adattarsi ai cicli della natura, come accadeva nelle società comunistiche originarie, quando ancora non esisteva la "filosofia" industriale del just-in-time.

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Figura 17. Petrolio convenzionale. Divario crescente fra le scoperte di nuovi giacimenti (bianco) rispetto a quelle del passato (grigio) e alla produzione (nero). Fonte: The Oil Drum.

Un notevole sviluppo ha avuto negli ultimi anni l'energia eolica, che rispetto al fotovoltaico e alla coltivazione di biomasse ha il vantaggio di occupare in misura ridotta il territorio agricolo permettendo fra un generatore e l'altro eventuali colture o pastorizia. In alcuni casi di ventosità intensa e costante i "parchi eolici"  dimostrano già di avere costi competitivi rispetto a quelli delle fonti tradizionali. Si è passati dai 18.000 MW installati a livello mondiale nel 2000 ai 175.000 MW censiti al giugno 2010, circa il 2% dell'energia elettrica di cui il mondo necessita oggi. Negli ultimi anni c'è stato uno sviluppo notevole di installazioni in mare aperto, che sfruttano la regolarità del vento con un impatto paesaggistico inferiore. In generale, però, vale anche per l'energia eolica il discorso che abbiamo fatto a proposito del solare sull'intermittenza della fonte e sulla difficoltà di accumulo dell'energia prodotta. Molti si chiedono come mai, anche in presenza di vento, le pale sono ferme durante la giornata, anche per molte ore: la risposta è appunto che l'intermittenza del consumo di energia si somma con l'intermittenza della generazione, per cui gli impianti eolici vengono disattivati.

Aumenta la fame di energia, cresce la rendita

Abbiamo visto che la crescita del fabbisogno energetico a livello globale sta conducendo all'utilizzo di fonti (tradizionali) sempre più difficili da sfruttare: nonostante si realizzino piattaforme petrolifere sugli oceani profondi, si trasporti gas da giacimenti posti in aree sempre più inospitali, si scavi a chilometri di profondità sotto la superficie terrestre, il divario fra produzione, sfruttamento delle riserve esistenti e scoperta di nuove riserve si fa insostenibile (figura 17). Per garantire che anche sui giacimenti più scadenti vi sia un ritorno economico, è necessario che il prezzo di vendita della materia prima salga. Nel sistema capitalistico ciò comporta che però aumenti anche il prezzo di vendita della materia ricavata dal giacimento più "fertile", che quindi godrà di una rendita differenziale.

Supponiamo che il mercato abbia bisogno di 1000 barili di petrolio, e ipotizziamo che per produrre gli ultimi 10 che mancano per arrivare a 1000 sia necessario estrarre il petrolio che giace sotto ai ghiacci della Groenlandia, il quale ha un costo di estrazione (prezzo di costo, nella definizione di Marx), per esempio, di 200 dollari al barile, mentre la media attualmente è 100. Se anche questa attività fosse svolta da benefattori, che non volessero ricavare alcuna rendita o profitto dall'operazione, essi rischierebbero ugualmente di mandare a gambe all'aria l'intero sistema capitalistico. Tutti i produttori dei restanti 990 barili, infatti, tenterebbero di vendere a 200 dollari, anche se il prezzo di costo di questi ultimi barili è restato invariato. I 10 barili aggiuntivi, facendo una media ponderata, non hanno significativamente alterato il costo di estrazione, eppure possono determinare un notevole incremento del prezzo di mercato (prezzo di produzione), che in gran parte si trasforma in rendita petrolifera percepita dai proprietari dei giacimenti, statali o privati che siano. Vale per il campo estrattivo la stessa considerazione fatta per l'agricoltura: il prezzo di mercato del prodotto è sempre maggiore del prezzo di produzione (prezzo di costo medio + profitto medio, C+v+p) perché alla rendita va un sovrapprofitto (C+v+p+r). A differenza di ciò che succede nella sfera industriale, dove il prodotto sociale viene mediamente venduto al prezzo di produzione, ossia al valore calcolato in tempo di lavoro, che in questo caso è uguale al prezzo di mercato (cfr. Mai la merce sfamerà l'uomo).

Nel grafico di figura 18 sono riportati gli anticipi di capitale (c+v) e il plusvalore (profitto + interesse + rendita) riguardanti il petrolio estratto da vari paesi e con diverse tecnologie. Considerando che le imprese che operano nel settore avranno un tasso di profitto medio simile, è chiaro che spostandoci dal petrolio più inaccessibile a quello più facile da estrarre e di migliore qualità, avremo un incremento della rendita petrolifera, che è massima per il petrolio saudita, iracheno, libico ed iraniano.

Per riuscire ad avere il petrolio che giace, ad esempio, sotto i ghiacci artici, l'umanità è quindi costretta, in regime capitalistico, a pagare una tangente sempre più alta a tutti gli altri detentori della risorsa: è chiaro che il drenaggio di ricchezza dalla classe proletaria e da quella borghese a favore di quella dei rentier petroliferi non può essere illimitato. Tra le cause della crisi che si è innescata nel 2008 vi è anche la salita del prezzo del petrolio fino ai 147 dollari a barile, poi sceso bruscamente a 40 con l'inizio della recessione. Al momento in cui scriviamo esso è risalito intorno a 100 dollari al barile e molti temono che tale fattore possa stroncare le possibilità di ripresa auspicate specie per i paesi a capitalismo avanzato.

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Figura 18. Composizione del prezzo di produzione del petrolio a 100 $ al barile in base alla provenienza. In nero il prezzo di costo, in grigio profitto e rendita. Fonte: nostra elaborazione su dati della International Energy Agency (World Energy Outlook 2008).

La crescita della rendita, come già si è potuto osservare a seguito della crisi petrolifera degli anni '70, porta a squilibri nel flusso dei capitali, che abbandonano i paesi più poveri di risorse, provocandone spesso il tracollo economico e sociale. Se guardiamo all'Unione Europea, osserviamo che la dipendenza dal petrolio in termini di approvvigionamento energetico è in media molto alta. Se ritorniamo un attimo alla figura 15, vediamo che i paesi con più forte dipendenza energetica sono nell'ordine: Irlanda, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, esattamente i famigerati PIIGS, che sono sull'orlo del collasso. In questa situazione di vampiresco drenaggio di valore da parte dei produttori di petrolio, il controllo dei flussi di capitale originati dalla rendita diventa fondamentale, più del controllo della risorsa fisica stessa: è da questa esigenza che nascono guerre come quella recente in Libia, paese che ha goduto di una favolosa rendita petrolifera, dovuta all'ottima qualità del suo greggio, totalmente controllata dal tanto odiato Gheddafi. Di tale controllo avevamo già parlato nel n. 6 di questa rivista:

"Finita l'epoca delle conquiste territoriali, e anche quella della conquista dei mercati su determinati territori, nell'era della cosiddetta globalizzazione, cioè della generalizzazione del capitalismo e del mercato mondiale, lo scontro avviene per la ripartizione del plusvalore prodotto dal proletariato nelle varie aree. Per questo gli Stati Uniti non hanno bisogno di conquistare fisicamente il territorio controllato, gli basta tenere saldamente in mano il flusso di capitali, cioè il flusso di merci, cioè il flusso di valore. Per questo, come vedremo, è sbagliato pensare che gli Stati Uniti scatenino guerre per il petrolio come si scatenavano guerre per le colonie. Il petrolio c'entra soltanto come tramite di valore. Quindi la guerra moderna non ha più come obiettivo principale la conquista di un'entità fisica, territorio, popolazione, risorse, frontiere sicure ecc., ma la conquista del flusso di valore che permette lo sviluppo, se non addirittura la sopravvivenza, del capitalismo nei paesi coinvolti nello scontro".

Eliminare la dissipazione, cioè il capitalismo

Di fronte alla diminuzione della disponibilità di fonti di energia fossile che si prospetta per i prossimi anni, i borghesi più attenti immaginano un futuro apocalittico. È nata persino una letteratura intorno al concetto di picco del petrolio, la quale descrive uno scenario di barbarie, in cui la scarsità di risorse scatena i peggiori istinti degli individui. In effetti, restando all'interno delle logiche del sistema capitalista, poche appaiono le vie di scampo. Abbiamo visto che le fonti rinnovabili, pur in fase di rapida crescita, presentano delle enormi criticità, specie quando occupano terra agraria ed entrano in competizione con la produzione di cibo; e quindi sono in grado di affamare milioni di esseri umani. Esse non potranno fornire a costi ragionevoli un flusso continuo e crescente di energia in grado di compensare quello delle fonti tradizionali. Può sembrare un ritornello un po' scontato ripetere che solo una società senza logiche del profitto, del mercato, ecc, ecc., potrà offrire all'umanità uno sbocco positivo, ma non esistono dati, anche forniti dai più fanatici ottimisti del capitale, che possano smentire la necessità di questo passaggio. Anche se sarà inevitabile una fase di drammatica discontinuità, la rigenerazione dell'umanità dovrà passare da un "potere" di specie e non di classe, capace di risolvere per sempre il problema dell'energia. Un primo punto fondamentale, che i borghesi non possono neppure comprendere, è che l'enorme quantitativo di energia di cui il sistema ha bisogno, finalizzato alla crescita dei profitti, non può per sua natura soddisfare bisogni umani. Una drastica riduzione del traffico inutile con lo sviluppo del trasporto collettivo (cfr. l'articolo Evitare il traffico inutile nel n. 10 di questa rivista) ed un'ottimale allocazione delle attività produttive porterebbero ad un calo considerevole del fabbisogno nel settore di trasporti, che assorbe la gran parte della domanda di combustibile liquido. È solo un esempio fra i tanti possibili, ma oggi i semilavorati che daranno poi vita al prodotto finito spesso sono fabbricati a distanze enormi, al fine di sfruttare serbatoi di manodopera a basso costo, producendo un traffico insensato per tutto il globo. La produzione di manufatti con massimo valore d'uso (e quindi massima durata nel tempo) e l'abolizione delle mode pubblicitarie, che oggi portano ad una produzione immensa di oggetti inutili, ridurrebbero enormemente la quantità di rifiuti, che altro non sono se non l'effetto materiale di una dissipazione di energia. Un esteso piano di riqualificazione del patrimonio abitativo e, successivamente, un approccio completamente diverso alla costruzione dei nuovi edifici, porterebbe prima ad una notevole riduzione dell'energia necessaria al mantenimento di una certa temperatura negli ambienti, poi l'inserimento delle costruzioni in un piano generale basato non tanto sul "risparmio" energetico" quanto sulla razionalità di ogni parte per ottenere la razionalità del tutto. L'insieme di questi particolari momenti del piano complessivo, qui appena accennati, consentirebbe in un primo tempo l'utilizzo ottimale delle fonti attualmente disponibili, in modo da soddisfare per tutta la durata della transizione gli autentici bisogni materiali dell'umanità. In un secondo tempo consentirebbe l'armonizzazione degli scambi di energia. In fondo il nostro "rovesciamento della prassi" non è altro che una iniezione di informazione nel sistema sociale in modo da conseguire un minimo di entropia, cioè un minimo di caos, di anarchia, di dissipazione.

Scienza e società avanzano per rotture rivoluzionarie

La scienza attuale sa fare mirabili calcoli, ma i suoi sacerdoti, gli scienziati, non appena mettono il naso nelle questioni sociali non si distinguono affatto dalla stragrande maggioranza degli abitanti della Terra: che lavorano, consumano, votano, si riproducono, si arrabbiano e magari s'indignano, ma pensano che viviamo nel migliore dei mondi possibili e si lasciano sfruttare o perlomeno gabbare dalla classe al potere. Lo scienziato costruisce sofisticati modelli della realtà basati, poniamo, sulla "dinamica dei sistemi", ma quando i modelli dicono che il sistema attuale sta andando a rotoli non pensa a cambiarlo, pensa a rattopparlo. I tecnocratici americani erano giunti a capire che questo sistema ha falle dovute alla sua propria natura. Ricercatori attuali capiscono benissimo quali siano i suoi limiti termodinamici. Quanto sia pericolosa l'instabilità intrinseca di una complessità non governata. Quanto possa essere promettente un nuovo ordine emergente dal caos. Come i processi auto-catalitici che hanno dato luogo agli organismi viventi siano riprodotti anche a livello sociale, per cui noi siamo sempre cellule di un organismo vivente, sia questo un embrione sociale che nasce o un cancro che getta metastasi. Capiscono che c'è una "fisica della storia", si battono per una fusione della conoscenza che superi il ridicolo dualismo fra le cosiddette scienze della natura e scienze dell'uomo. Ma tirano l'acqua al mulino della borghesia cercando di assicurarsi uno stipendio senza troppi pensieri a proposito del più grande problema scientifico del mondo: il cambiamento storico dei rapporti entro la specie umana.

Le ricerche effettuate nel settore energetico, come quelle in ogni altro campo, nelle università, nei centri di ricerca statali, negli uffici tecnici delle aziende, seguono le logiche di profitto immediato da parte delle società che operano nel settore e finanziano la ricerca, in feroce concorrenza tra loro. Il risultato è un sapere frammentato, disorganico, senza il retroterra di una teoria della conoscenza:

"Il progresso della conoscenza è una menzogna, sono in errore quei compagni che dubitano della nostra critica corrosiva dei portati scientifici e tecnologici strombazzati dalla società capitalistica. Noi neghiamo persino che la tecnica, l'ingegneria, le scoperte delle università e dei laboratori siano utili per liberare l'uomo dall'ignoranza e dalla fatica. Non ci lasciamo suggestionare dagli esperimenti sensazionali dei corpi lanciati nello spazio, o delle particelle bombardate dai giganteschi acceleratori. La sperimentazione becera, a suon di dollari e senza teoria è un regresso, perché la misura del progresso è per noi alla scala sociale non alla scala di una conoscenza che sta fra l'accademia, l'arraffamento di denaro e la pubblicità da circo a favore del capitalismo" (Amadeo Bordiga, Rovesciare la piramide della conoscenza, 1960, nel n. 15-16 di questa rivista).

Com'è sempre successo nella storia, solo una rottura rivoluzionaria può dare una nuova spinta alle conquiste scientifiche. Questo assunto non porta certo a rinnegare in senso primitivistico quanto l'umanità ha faticosamente prodotto nel suo cammino, ma a integrare a un nuovo livello di conoscenza ciò che l'umanità ha raggiunto, sfrondato dalle componenti ideologiche. Le teorie di Galileo e Newton sono rimaste immortali passando come casi particolari della teoria di Einstein, depurate dalle ingenuità del primo e dai traffici alchemici del secondo. La conseguenza teorica è la previsione di un avanzamento in campo scientifico conseguente all'esplosione e alla liberazione delle immense energie sociali oggi soffocate, represse e corrotte da rapporti di produzione non più coerenti con uno sviluppo produttivo immenso. Le conoscenze esistenti, quelle consolidate e provate, saranno inglobate in un sistema che meglio corrisponde alle nuove esigenze dell'umanità. Questa società è arrivata da tempo al suo apice e ormai produce insensatamente plusvalore, separandolo definitivamente da qualsiasi beneficio per l'umanità, compreso lo sviluppo della forza produttiva sociale che fu la bandiera della rivoluzione passata. Basti pensare al tentativo spasmodico di trovare vie alternative all'asfittico profitto industriale nel mondo della speculazione finanziaria. È il canto del cigno di un sistema:

"Siamo in un periodo storico non di avanzata, ma di piatta decadenza e rinvilimento della scienza e della tecnica ufficiale, di basso ciarlatanismo nella dottrina e nella applicazione. E con elenco di fatti inoppugnabili smentirà la corrente opinione sul preteso vertiginoso crescere in quantità e qualità delle attuazioni in tutti i campi. […] Di tutti gli idoli che ha conosciuto l'uomo sarà quello del progresso moderno della tecnica che cadrà dagli altari col più tremendo fragore" ("Politica e costruzione", in Prometeo nn. 3-4 del 1952).

La sindrome di Rapa-Nui

Rapa-Nui è una piccola isola nel Pacifico, più conosciuta come Isola di Pasqua. Mai abitata prima, fu colonizzata in tempi storici, 1.000 o 1.200 anni fa da migranti polinesiani che diedero vita a una comunità semplice, probabilmente a carattere tribale. Il terreno era eccezionalmente fertile e quasi tutta l'isola era coperta da una foresta di palme giganti e altri alberi. Si presume che vi fossero circa 10 milioni di alberi d'alto fusto. L'eccezionale fertilità del suolo, il clima favorevole, il mare pescoso, la scarsa densità di abitanti e la presenza di un'enorme quantità di legname permisero lo sviluppo di una comunità in grado di orientare il proprio surplus, per scopi cerimoniali o altro, alla realizzazione, a partire dai fianchi rocciosi delle montagne, di enormi statue, scavate, trasportate, rifinite ed erette su grandi piedistalli tutto intorno all'isola. Al culmine dello sviluppo, dopo appena tre o quattro secoli dall'arrivo dei primi colonizzatori, la società dell'isola aveva raggiunto i 15.000 abitanti, s'era divisa in gruppi distinti e probabilmente in proto-classi, aveva liberato dalla foresta molto terreno agricolo, allevava pollame e costruiva a ritmo serrato gli enigmatici monoliti antropomorfi, alcuni alti anche 10 metri (uno, incompiuto, è alto 21 metri). Era una micro-civiltà che consumava proporzionalmente troppa energia in confronto alla limitatezza del'isola. Bruciava legna, usava tronchi per spostare ed erigere le grandi statue, era troppo "ricca" per lasciare il tempo alla natura di rigenerarsi. Soprattutto non aveva avuto il tempo di sviluppare antidoti sociali che rappresentassero una possibilità di controllo su sé stessa come invece era successo a grandi civiltà che avevano raggiunto equilibri millenari. Perciò gli alberi finirono, il clima cambiò, la terra fertile subì l'erosione degli agenti atmosferici, scoppiarono guerre intestine che decimarono la popolazione, e le grandi statue rimasero incompiute nelle cave, mentre quelle già erette furono abbattute. L'archeologia testimonia che, al culmine della crisi, vi furono persino casi di cannibalismo.

La sindrome di Rapa-Nui è spesso evocata dagli ambientalisti come monito per mettere in guardia contro i disastri provocati dall'insensato consumo di risorse. Va bene come monito, ma il modello non regge il confronto con quello capitalistico, che non solo è più complesso ma ha anche prodotto la sua propria antitesi. Le antiche civiltà, per quanto longeve, collassavano, alcune addirittura sparivano. Il capitalismo collasserà, ma la società umana ormai è globale, non sparirà. E questo perché la società futura agisce sul presente come una realizzazione futura agisce sul progetto che la deve approntare, compreso il "ciclo di lavorazione" per giungervi. Noi sappiamo quale sarà il percorso per giungere alla società comunista: organismi immediati, partito, questione del potere, stadio di transizione, estinzione delle classi e dello stato. Gli isolati abitanti di Rapa-nui non avevano questo privilegio. Se non fossero arrivati gli europei, si sarebbero estinti o avrebbero ricominciato daccapo. Essendo tagliati fuori dal mondo e dal futuro, non avrebbero potuto rivoluzionare la propria società per la semplice ragione che non avrebbero neppure potuto pensarlo.

Oggi il capitale, sempre più autonomo rispetto agli uomini, nel tentativo incessante di ingigantirsi ha trasformato il mondo intero in una rete inestricabile nella quale gli individui sono obbligati a vendersi ad una forza che li domina, costringendoli a sacrifici senza senso e deprivandoli del frutto del loro lavoro. Questa sua opera gigantesca, compiuta in un lasso di tempo infinitesimo rispetto a quello che la natura impiega per le proprie trasformazioni, mai sarebbe stata possibile attingendo alle sole forze fisiche di uomini e animali. L'uomo ha dovuto necessariamente attingere alla linfa vitale custodita nelle viscere della Terra. Prodotta grazie al contributo del Sole che trasformò materia inorganica in materia vivente, fu accumulata nel sottosuolo per diventare nuovamente materia fossile, minerale. Questa linfa non è illimitata. Il pianeta che ci ospita, in cui la materia si è trasformata e si è organizzata in forme sempre più complesse fino ad arrivare alla nostra specie, inizia a dare chiari segni di esaurimento. I limiti fisici posti dalla natura al capitalismo ci portano a concludere che esso non può essere in alcun modo eterno, ma allo stesso tempo ci mettono in guardia da un ottimismo meccanicista. Senza un'entità cosciente che rovesci la prassi in tempo utile ed organizzi la vita della nostra specie in modo consapevole, faremmo davvero la fine degli abitanti di Rapa-Nui. E sarebbe completa utopia il passaggio "dal regno della necessità a quello della libertà":

"La libertà […] può consistere soltanto in ciò: che l'uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa" (Marx, Il Capitale, Libro III, cap. LXVIII).

Fonte: www.quinterna.org


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015