ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


EPISTEMOLOGIA DEI MERCATI FINANZIARI

Il filosofo non si intende di profezie (Hegel)

Introduzione

Negli ultimi anni, da ambiente per addetti ai lavori, i mercati finanziari si sono trasformati nel pane quotidiano di milioni e decine di milioni di persone. Essi sembrano rappresentare quanto di più moderno, tecnologico, dinamico esprime la società capitalistica nell’epoca della globalizzazione dei suoi pregi e dei suoi difetti.

In poco tempo, la crescita impetuosa delle borse dei paesi sviluppati e dei “mercati emergenti”, con il crollo del ‘97-’98 visto ormai come una breve parentesi, ha arricchito intere popolazioni. Non c’è un organo di informazione che non dedichi spazio crescente alle borse e alla “Internet-mania” e chiunque parli di quotazioni gonfiate, evidenti bolle speculative, citando questo o quel crack di anni passati, viene accolto come un residuato bellico, incapace di cogliere le evidenti e sconvolgenti novità connesse alle nuove tecnologie che rendono la situazione unica nella storia.

In questo lavoro non mi interessa entrare nei fattori psicologici dietro a questi episodi di rapida crescita e, finora, di ancor più rapido crollo. Lo hanno fatto magistralmente Kindleberger e altri.

Mi interessa invece affrontare aspetti metodologici, nel senso proprio del termine, dello sviluppo dei mercati finanziari, discutendo di alcuni dei più classici e noti temi della filosofia della scienza alla luce dell’Internet trading, per cercare di vedere se alcune vetustà del pensiero umano, come appunto arcinote questioni filosofiche, possano aiutare a comprendere meglio novità assolute, verità inesplorate, come il Nasdaq e price/earnings ratio a tre cifre.

L’accoppiata finanza/epistemologia sembra decisamente una “strana coppia”, da commedia hollywoodiana. Quale epistemologo, anche di quelli che si abbassano a discutere di economia, andrebbe a confrontare Platone con Wall Street, Popper con l’e-commerce? D’altra parte, quale trader vorrebbe mai approfondire questioni come il problema di Hume, l’esistenza o meno di giudizi sintetici a priori? Annuserebbe subito che è difficile estrarre dalle categorie kantiane un’indicazione su quale titolo vendere allo scoperto e lascerebbe perdere. Solo di fronte a un serio crollo azionario, gli operatori sarebbero inclini ad ascoltare le opinioni più disparate, in mancanza di meglio. Non a caso, i lavori che affrontano aspetti almeno parzialmente filosofici dei mercati finanziari escono tipicamente durante un crash (vedi Soros ‘98), come dire: l’interesse della finanza per la filosofia è fortemente anticiclico. Per questo, con perfetto tempismo, si è affrontato questo argomento nel momento in cui i mercati raggiungono i loro record storici e molti titoli decuplicano di valore ad ogni trimestre.

Realtà e mercati

Cominciamo dunque dai problemi più classici della filosofia tout court e della filosofia della scienza in particolare. Tutte le scuole filosofiche esistite fin qui possono dividersi, seppur a fatica, tra scuole che accettano l’esistenza di una realtà esterna fonte della conoscenza (materialismo) e scuole che connettono l’esistenza della realtà esterna al soggetto che la concepisce, arrivando sino a negare l’esistenza del mondo esterno in assenza di una qualche entità che lo pensi (idealismo soggettivo). Su questo fronte, la posizione di chiunque operi sul mercato finanziario sembrerebbe scontata: non si può lavorare su qualcosa che non esiste fuori da noi e la presenza di molti soggetti rende palese l’esistenza del mercato al di fuori della mente del soggetto (se un trader non si reca a contrattare, di sicuro non scompariranno per questo le azioni, i recinti delle contrattazioni, i computers ecc.). In questo senso, i protagonisti dei mercati finanziari sembrerebbero abbracciare istintivamente un sano realismo di buon senso che li rassicura sull’esistenza del meccanismo che li sfama anche quando se ne restano a casa.

Ma la faccenda diviene più complicata se discutiamo dello status delle leggi scientifiche. Un ingegnere che costruisce un ponte non ha dubbi sul fatto che le leggi della fisica da lui adoperate non dipendano dalla sua azione. Chiunque voglia costruire quel ponte o quella strada non potrà che tenere in considerazione quegli stessi fattori oggettivi. Se un ingegnere affermasse che l’aereo da lui progettato vola se il pilota ha sufficiente fiducia nella sua capacità di alzarsi in volo verrebbe preso poco sul serio e senz’altro tutti si affretterebbero a chiedere per quali compagnie volano questi aerei per evitarle accuratamente. Non così in economia. Concetti come fiducia, aspettative, minacce, che sembrano presi da una telenovela, formano una parte decisiva della moderna macroeconomia che non può nemmeno esistere senza di essi. Modelli che non tengano conto del “processo di formazione delle aspettative”, come si dice in gergo, non verrebbero neppure sfogliati da un referee. D’altra parte, a differenza di un pianeta o di un aereo, le persone cercano di comprendere la realtà che li circonda e non si possono paragonare ad automi. Ma se le opinioni che gli agenti hanno sull’economia modificano in un qualsivoglia modo l’operare delle leggi medesime, che ne è del loro status epistemologico? Sono sussunte dalla psicologia sociale? Veramente scompaiono quando gli agenti non vi pensano? Si tratta di un problema ben più spinoso dell’esistenza del mondo fisico, su cui, con buona pace di qualche eccentrico filosofo, nessuno può obiettare.

Questo feedback tra “leggi” e soggetti economici si accresce e complica nel tempo per due ordini di ragioni tra loro connesse: la concentrazione industriale e finanziaria e l’istituzionalizzazione dell’economia. Lo sviluppo di colossi che controllano quote consistenti di ogni settore economico mette in pericolo l’esistenza di leggi ‘impersonali’. Le tendenze dell’economia operano così sempre più per mezzo di qualche istituzione economica che dunque sembra esserne, prima facie, addirittura il creatore. Valga per tutti l’esempio della formazione dei tassi d’interesse. Il tasso d’interesse, come remunerazione del capitale monetario, è un fenomeno plurisecolare, da non confondersi con le operazioni di politica monetaria che hanno un qualche peso da pochi decenni. Eppure, quando oggi si discute di variazioni dei tassi, tutti gli occhi sono puntati su questa o quella banca centrale, come se fossero loro a determinare questa variazione. Il fatto che anche senza la Fed o la Bce i tassi avrebbero un determinato andamento (tipicamente pro-ciclico) è ormai quasi dimenticato. D’altronde è indubbio che l’esistenza di una legge di movimento del tasso d’interesse sia modificata dal ruolo di una banca centrale.

Il confine tra “oggettivo” e “soggettivo” è dunque sempre più spinoso e impalpabile. La banca centrale rende cosciente una decisione che il mercato prenderebbe comunque? O modifica, almeno potenzialmente, l’operare della legge? Si consideri che lo stesso mercato anticipa le azioni della banca centrale, quando vi riesce. Questo fa tornare la legge “oggettiva” perché anonima o la rende definitivamente soggettiva perché risultante di un gioco psicologico tra governatori e investitori?

Un economista potrebbe osservare che, in ultima analisi, l’insieme dell’economia non è controllato da nessuno. Questa è l’essenza geniale e insieme nefasta del capitalismo, e qualunque “essere”, sia un contadino pakistano o Greenspan in persona, non può che inchinarsi a questo assunto. In caso contrario, verrebbe, come spesso si sente dire, “punito dai mercati”, i quali incarnano al giorno d’oggi anche il ruolo di divinità sanguinarie, con tutto un contorno di sacrifici umani, teofanie e caste sacerdotali atti a rafforzare il loro dominio.

Aspettative razionali

Si è detto che gli uomini provano a capire le condizioni ambientali in cui si trovano, a differenza di atomi e molecole e spesso meglio dei topi di laboratorio. Ogni uomo ha un qualche grado di conoscenza e una qualche convinzione sull’operare dell’economia e senz’altro adopererà queste conoscenze per trarne vantaggio. Seminerà in una certa stagione, comprerà determinati titoli. Se poi si ha una concezione particolarmente fiduciosa, e limitata, della mente umana, se cioè si è un economista ortodosso, si prenderà ogni uomo per un calcolatore perfettamente razionale che processa in modo ottimale gli input e ne estrae determinati output. Tutta l’economia verrà dunque ridotta alla formalizzazione dei processi con cui i diversi agenti economici ottimizzano il proprio benessere sulla base dei dati in loro possesso.

Tutto questo non inficia di per sé l’esistenza di processi oggettivi. Solo che questi processi sono incorporati nel comportamento degli agenti che agiranno in modo ‘razionale’. Sarebbe infatti problematica l’idea che un essere razionale usi in modo irrazionale le conoscenze in suo possesso. Se un determinato fenomeno esiste, sarà previsto. Le azioni delle persone incorporeranno perciò l’utilizzo ottimo delle leggi che governano l’economia. Gli agenti razionali si serviranno della “vera” teoria economica (che per una fortunata coincidenza è quella accettata dai propugnatori di questa teoria, cioè dell’ipotesi delle aspettative razionali). In questa ottica, eventuali inefficienze dei mercati sono da ricondurre ai ben noti problemi di “asimmetrie informative”. In ogni caso, ognuno farà il meglio con le informazioni che ha. Questo tuttavia, non risolve il problema della natura di queste informazioni. Se, ad esempio, un soggetto sa che il proprio concorrente decide quanto e cosa produrre sulla base dei consigli di un indovino, sarà ottimale per lui cercare di conoscere questi consigli, che vi creda o meno. Per lui saranno comunque informazioni utili a ottimizzare il proprio benessere e così torniamo al punto di partenza: esistenza o meno di leggi oggettive.

Rimane però un problema: nella concorrenza standard dei libri di testo, quello che fa un concorrente è del tutto indifferente per gli altri, supposti numerosissimi “competitors” (eventualmente solo potenziali, se i mercati sono ‘contendibili’). Che quel pazzo si serva pure dell’indovino, andrà presto in rovina. Ma che succede se sul mercato i concorrenti sono solo tre? O due? Allora le motivazioni dietro alle scelte anche di uno di essi divengono decisive. Non è un caso che negli ultimi anni si sia avuto un massiccio ritorno della teoria dei giochi nella scienza economica e da allora il suo trionfo. Lo stato dell’arte oggi è che banca centrale, aziende, sindacati, o qualsiasi altro agente di un qualsivoglia modello economico, non sono che protagonisti di una qualche forma del dilemma del prigioniero.

Questo sviluppo ha in qualche modo destrutturato la natura delle teorie. Infatti, che valore oggettivo ha l’opinione che un giocatore si fa sugli altri? Forse che è una legge paragonabile alla gravitazione universale la ferma convinzione che l’altro giocatore “confesserà”, per restare alla denominazione del gioco originale, o piuttosto “non confesserà”? O si desume dalla razionalità degli agenti il loro comportamento, e allora al posto del gioco si può mettere l’equazione che riassume come funzionano le cose (tipicamente una qualche “AS” con curva di Phillips annessa), oppure si discute sulle probabilità dei “tipi” di agente, oppure semplicemente la teoria si riduce alle opinioni dei giocatori che determinano in toto l’esito del processo. In ogni caso ci sarà un’interazione tra “leggi” e giocatori. La numerosità dei giocatori sembra così influire sulla natura delle leggi economiche: tanto meno soggetti tanto meno significativa la legge.

Il mondo della finanza

Quando i ‘veri’ scienziati (fisici in testa) sono condotti a discutere della teoria economica, ne evidenziano lo status epistemologico alquanto incerto e variegato, confrontandolo con la costruzione granitica della meccanica classica o della relatività. In parte questo dipende dal diverso ruolo e contenuto dei due rami del sapere umano, ma in parte è colpa dell’epistemologia stessa che, come diremo brevemente, confonde più spesso di quanto chiarisca. Non a caso, non vi sono episodi in cui il metodo prescelto abbia permesso a uno scienziato di compiere scoperte strabilianti che gli sarebbero state precluse altrimenti. Sembra piuttosto che nella stragrande maggior parte dei casi la scuola epistemologica sia scelta ex post, sulla base della moda del momento, della cerchia di amici che lo studioso si ritrova nel dipartimento di filosofia o cose simili.

Alle incertezze filosofiche generali l’economia aggiunge i dubbi connessi al ruolo del fattore soggettivo, fattore crescente per il processo descritto di istituzionalizzazione dei processi economici. La concorrenza ha da tempo lasciato il campo a una qualche forma di coordinamento esplicito tra i produttori (oligopoli, governi); banche centrali e altre autorità vigilano, a volte con successo, sull’ordinato sviluppo della circolazione monetaria, del credito, dei flussi di capitale. Non è così scontato che tutti questi protagonisti incarnino solo l’agire cosciente di leggi oggettive, come fa un chimico che sfrutta leggi naturali per produrre quello che occorre al suo esperimento. Non a caso, lo studio dell’interazione strategica è nata dall’analisi dell’oligopolio (Cournot), mentre le leggi della concorrenza, in quanto impersonali e non ‘strategiche’, sono sempre state plasmate in analogia con le leggi delle scienze naturali.

Ad ogni modo, l’irrompere di Internet e della finanza fai-da-te ha cambiato i termini della faccenda. La macroeconomia, che parla di “produzione” come fossimo ancora ai tempi del vapore e del carbone, puzza decisamente di vecchio. Perché occuparsi di settori come l’edilizia, la siderurgia, quando una qualsiasi banda di informatici può quotare al Nasdaq un’idea partorita durante una bevuta del sabato sera raccogliendo milioni di dollari in poche ore? Dove vanno a finire tutte le discussioni su perequazione del tasso del profitto, legge del valore, ciclo economico, di fronte a questa evidente vittoria della finanza sulla forza di gravità? Merci che hanno un valore d’uso intrinseco incontrano dei limiti oggettivi alla crescita della domanda. Ad esempio, nessuna persona può mangiare un quintale di pane al giorno. Moltiplicando un quintale per gli abitanti della Terra abbiamo un generoso limite superiore al valore aggregato dell’industria mondiale del pane.

Ma che dire dei soldi? C’è forse un limite intrinseco alla ‘domanda’ di denaro? In ultima analisi, quando il denaro viene riconvertito in merci, sì, ma si tratta comunque di un confine elastico e vago, rispetto al nostro quintale di pane. I mercati finanziari, nella loro crescente complessità, si possono comunque ridurre a scambio di denaro oggi contro denaro condizionato domani (questo vale per obbligazioni, azioni e derivati e anche per i titoli ‘strutturati’ più ingegnosi che la fervida mente degli operatori finanziari crea in ogni momento). Nel capitalismo è insita la tendenza a occuparsi solo di denaro. La produzione di merci è un fastidio da cui occorre passare per valorizzare il proprio capitale. La finanza promette, e sembra mantenere, la compressione del fastidio fino alla sua eliminazione, per mezzo di un mondo virtuale slegato da residui di barbarie quali fabbriche, sindacati, magazzini pieni di merci, tasse.

La teoria economica che si occupa di merci senza valore d’uso, cioè dei mercati finanziari, è dunque intrinsecamente più portata ad abbandonare il riferimento a leggi oggettive di funzionamento del sistema, in cambio degli umori, degli animal spirits ecc. La teoria economica marcia così nel suo complesso verso una visione epistemologica soggettivista per due fattori: la citata crescente concentrazione industriale e finanziaria, il crescente peso della finanza sull’intera economia. Entrambi questi fattori aiutano la sostituzione delle leggi con quella dei comportamenti e delle aspettative dei protagonisti.

Finanza e teoria economica

Le scuole dominanti della teoria economica del mondo “reale” (la Nuova Macroeconomia Classica, la Nuova Economia Keynesiana con i loro figli, fratelli e cugini) si vanno interessando sempre più alla finanza. Non solo, ma la struttura delle teorie è sempre più derivata dalle caratteristiche della finanza. Si pensi, ad esempio, al crescente peso delle aspettative, mutuato storicamente dallo studio dell’incertezza (Knight, Keynes) e dell’ottimalità delle fonti di finanziamento (teorema di Modigliani-Miller). Il mondo della finanza, da parte sua, non ha una posizione di principio sulla teoria economica. Tipicamente odia l’interventismo keynesiano, anche se non c’è una crisi finanziaria e bancaria che non venga ripianata dallo Stato.

Le privatizzazioni di aziende statali sono state un ottima fonte di profitto, ma lo erano anche i titoli pubblici anni addietro. Il taglio alle pensioni aiuta lo sviluppo delle borse tramite i fondi pensione, ma se un popolo risparmia poco, lo farà anche in assenza della pensione pubblica. Una banca centrale ‘indipendente’ abbassa l’inflazione, ma è mai esistita una banca centrale indipendente dal mondo della finanza? La banca centrale è ‘autonoma’ solo nei confronti degli elettori e, parzialmente, del potere politico, ma mai dal sistema finanziario di cui è genitore amorevole e insieme servitore obbediente, dunque l’enorme mole di letteratura sull’indipendenza della banca centrale non incide particolarmente sulla vita finanziaria. Tutto questo esemplifica l’atteggiamento interessatamente scettico della finanza verso le mode della teoria economica.

A ciò si aggiunge il totale irrealismo su cui la moderna scienza economica è costruita (ipotesi inverosimili, tecnicismi mutuati dalla matematica più avanzata e astrusa, conclusioni deboli e inconcludenti). Gli operatori finanziari hanno una mentalità costruita sulla necessità di uccidere o essere uccisi in frazioni di secondo. Questo li rende refrattari a tutto ciò che non è chiaro e univoco[1]. La teoria mi può dire a quale strike price conviene comprare un’opzione call sul petrolio? Se la borsa brasiliana crollerà entro la settimana? Se il T-bond trentennale resterà stabile tutto l’anno? Disquisizioni su possibili effetti nell’una o nell’altra direzione sanno di confusione.

D’altra parte, gli economisti anche più influenti non possono, almeno non direttamente, terminare la recessione in un paese o dimezzare la disoccupazione in un altro. I grandi investitori invece possono. Possono lanciare il mercato all’assalto di un titolo (e persino di un paese), possono iniettare un’enorme mole di liquidità in un settore provocandone un boom. Tutto questo rende la finanza naturalmente più soggettivista? Non è così facile. Innanzitutto, perché gli operatori più sobri riflettono su inflazione, disoccupazione e l’armamentario standard dei macroeconomisti, ma soprattutto perché, nel tempo, l’analisi finanziaria ha sviluppato delle proprie teorie che, in alcuni casi, sono rigidamente “oggettiviste”.

“Fondamentalisti” ed analisti tecnici al tribunale di Popper

Parliamo, ovviamente, della cosiddetta “analisi tecnica”[2]. Sorvoliamo sul reciproco totale disprezzo tra economisti che si basano sui “fondamentali” (inflazione ecc.) definiti appunto “fondamentalisti”, e analisti che si basano sulla forma stessa del grafico di un titolo, traendone indicazioni operative. Il paradosso sta nel fatto che queste tecniche analitiche sono addirittura parossistiche nel loro asserito oggettivismo. Utilizzano una determinata configurazione grafica e numerica (la presenza di quattro onde per prevedere la quinta, la proporzione dei numeri di Fibonacci ecc.) per prevedere l’andamento di un titolo.

Dietro a queste asserzioni non c’è nessuna teoria se non il grafico e i numeri stessi. Gli analisti tecnici non discutono di eventuali “variabili nascoste” dietro ai movimenti dei prezzi, talché sembrerebbe logico dedurre che tutta la loro scienza si riduca a previsioni che si autorealizzano. La teoria economica definisce “sunspots equilibria”, equilibri da macchie solari, proprio la situazione in cui se tutti credono a una teoria, quella effettivamente si realizza[3]. Secondo molte correnti economiche, e filosofiche, questo coordinamento nelle aspettative non può comunque invertire l’andamento di fondo dei mercati. Ma sui mercati finanziari una piccola inversione basta e avanza per creare e distruggere fortune, e dell’andamento “vero” dei mercati a chi potrebbe mai interessare? Nel lungo periodo “we are all dead”, scrisse un economista morto e sepolto di cui nessuno si occupa più, e per un trader il lungo periodo è più o meno domattina.

L’analisi tecnica si basa sullo studio di un grafico, vi aggiunge una delle tante teorie che la animano (le onde di Gann, i cicli di Elliot ecc.) e formula una previsione. E qui dovrebbe intervenire l’epistemologo a dirimere il tutto, se solo avesse lui stesso le idee chiare. In realtà, l’epistemologia moderna è frammentata almeno quanto l’analisi tecnica. L’ultima scuola che ha preteso di distinguere scienza e metafisica sulla base di un criterio semplice, unico e di immediata percezione, è stato il falsificazionismo. Una teoria è scientifica se può essere falsificata da specifiche asserzioni singolari, se offre il collo alla mannaia, nella colorita espressione originale del creatore del falsificazionismo, Karl Popper. In questo senso, l’analisi tecnica è una manna per un epistemologo falsificazionista, perché fornisce concrete e semplici indicazioni operative: il titolo scenderà ancora, il titolo salirà ecc.

E' appena il caso di dire che ogni giorno centinaia di analisti producono migliaia di previsioni una parte importante delle quali si dimostra subito o poco dopo errata. Non c’è una teoria dell’analisi tecnica che non venga falsificata centinaia e migliaia di volte ogni anno. Ci si può divertire a alle spalle dei diversi ‘guru’ della finanza e vedere con quali scuse spiegano la propria magra figura[4]. Eppure..., eppure il successo di queste teorie è crescente. Nessuna smentita, per quanto incontrovertibile, sembra ridurne l’ascesa. Questo non falsifica il falsificazionismo? Non dimostra che i fatti non decidono le sorti di una teoria, ma è piuttosto l’ambiente sociale complessivo a decretare il successo o meno di un modo di pensare? Le borse vanno bene, le teorie che parlano della borsa in termini entusiasti vanno bene e tanti saluti al criterio di demarcazione di Popper o di chiunque altro.

D’altro canto, il falsificazionismo, come diremo, è naufragato in primo luogo nelle scienze ‘dure’, la fisica, la chimica, e perché mai la teoria della finanza dovrebbe passare sotto le forche caudine di una scuola abbandonata da tutti? E, d’altra parte, vi sono forse criteri alternativi al falsificazionismo? Popper ha demolito quelli a lui precedenti (il ‘verificazionismo’, la filosofia analitica ecc.) e dopo di lui nessuno ha osato un’impresa simile. Dunque, quale aiuto può venire dalla filosofia della scienza a chi voglia attaccare lo status scientifico di cicli, onde, canali in up-trend ecc.? In fondo, commenterebbe sconsolato un macroeconomista vecchia scuola, non ci sono milioni di persone che leggono gli oroscopi? Questo non li rende meno aria fritta. Ma l’esempio fatto conduce proprio al cuore del problema: la scientificità dell’analisi tecnica muta sulla base di quanto consistente è la parte del mercato che ci crede?

La pietra filosofale dell’analisi tecnica

Se una persona, seguendo il proprio oroscopo del giorno, non esce di casa per evitare un pronosticato “grave danno” e passa così la giornata in tranquillità, avrà fornito una conferma scientifica all’oroscopo? Allo stesso modo, poniamo che alcuni operatori (possibilmente di una certa rilevanza) siano convinti dall’analisi tecnica che stia terminando il ciclo rialzista di una certa borsa. Per uscire prima del ribasso cominceranno a vendere. Sarebbe ingenuo pensare che gli altri trader rimarranno a guardare perché la valutazione del titolo avrebbe “basi oggettive” indipendenti dal suo prezzo attuale. Non c’erano prima, non ci sono ora. Un brusco calo farà uscire molti altri per evitare il peggio che ovviamente ne seguirà di necessità. A questo punto, l’analista tecnico potrà fregiarsi di un’altra previsione corretta.

Ovviamente gli operatori sono troppo scaltri e cinici per credere ciecamente in qualcosa, sia pure l’analisi tecnica, e non seguono in modo pedissequo nessuna indicazione. Ma rimane l’aspetto filosofico di fondo: la capacità peculiare della finanza, ma presente anche in altri settori dell’economia, di fare previsioni autorealizzantesi. Una cosa al di fuori della portata di qualsiasi altro scienziato (terremoti, eclissi, maree, quale fenomeno si realizza per il solo fatto di essere previsto?). La stessa cosa vale per le scelte delle banche centrali e di altri organismi internazionali. Se domani Greenspan annunciasse di avere la certezza che la borsa americana crollerà entro la fine dell’anno, che succederebbe a Wall Street? Gli economisti chiamano ‘effetto annuncio’ il ruolo di queste dichiarazioni, che rappresentano in modo palpabile il processo che è stato descritto in precedenza di istituzionalizzazione dell’agire delle leggi economiche.

Ma accanto all’aspetto peraltro noto (Soros lo definisce “riflessività” dei mercati), ve n’è un altro che potremmo definire il “problema della pietra filosofale”. Nel Medioevo gli alchimisti credevano nell’esistenza di una pietra in grado di trasmutare un metallo in oro. Una simile pietra, questo era il ragionamento, avrebbe arricchito facilmente chi l’avesse trovata. Quale ingenuità!, avrebbero arguito per ragioni opposte Ricardo e un economista neoclassico. Se infatti esistesse un metodo che trasforma il ferro in oro senza costi (la pietra filosofale), l’oro varrebbe come il ferro. D’altra parte, anche gli economisti che non partono dai costi di produzione ma dalla scarsità per determinare il valore delle merci giungerebbero alla stessa conclusione: stessa scarsità relativa per ferro e oro, dunque stesso prezzo. In entrambi i casi, lo scopritore della pietra filosofale si troverebbe a distruggere completamente il valore dell’oro, portandolo a quello del ferro.

L’analogia con una teoria che trae la sua efficacia dall’essere creduta è evidente. Se tutti credono all’analisi tecnica e ne praticano le previsioni, il trader non farebbe una lira, trovandosi sempre in mezzo alla corrente anziché anticiparla con profitto. Il senso dell’analisi tecnica: guadagnare sull’imprevidenza altrui, si perderebbe e si tornerebbe a una situazione diciamo di piena efficienza dei mercati in cui nessuno può sperare, in media, di fare meglio del suo vicino di casa. Nella realtà, questo pericolo non si corre perché le correnti di analisi tecnica sono diverse e contrastanti e in concorrenza con altre teorie, tra cui le diverse sette di macroeconomisti.

Resta il fatto che l’ipotesi centrale di tutta la macroeconomia moderna, l’efficienza e ottimalità dei mercati, che si traduce nell’uso razionale delle informazioni (aspettative razionali), si scontra frontalmente con qualsiasi tecnica atta a trarre indicazioni che consentano di anticipare il mercato. L’esistenza di consulenti finanziari sembrerebbe di per sé una negazione dell’efficienza dei mercati (a meno che non vivano tutti di insider trading). Non è facile concludere che, poiché c’è chi fa consulenze finanziarie e anticipa il mercato con profitto tutti i giorni, la macroeconomia è da buttare e la teoria operativa della finanza è la teoria da seguire, sulla base di questo sbrigativo criterio di demarcazione epistemologico. E' importante però osservare che teoria economica e pratica finanziaria se prese teoreticamente sul serio, sono logicamente incompatibili.

La sorte del falsificazionismo

Si è detto della scarsa capacità del falsificazionismo nel dirigere lo sviluppo scientifico, almeno nella battaglia tra analisi tecnica ed economia “vera”. Uno sguardo alla storia di altre scienze può permetterci di generalizzare questa osservazione. Sebbene nel dopoguerra, almeno per qualche anno, quasi tutti gli scienziati abbiano fatto professione di fede falsificazionista (soprattutto nelle scienze sociali, come sempre le più provinciali), il falsificazionismo non ha mai retto le sorti di alcuna disciplina. Non si può dire che questo derivi dalla sua eccessiva novità (si ritrovano molte tesi falsificazioniste in Hume e persino nell’Organon di Aristotele), né in alcune debolezze tecniche (l’asimmetria tra asserzioni universali e individuali nel falsificare una teoria è invece un’osservazione brillante).

Non siamo nemmeno d’accordo con l’idea mutuata dalla sociologia della conoscenza e dalle tesi dell’anarchismo metodologico di Feyerabend che una teoria ha successo solo sulla base di considerazioni politiche, della bravura pubblicitaria dei suoi aderenti, ecc. Va invece difesa con forza l’idea di fondo del falsificazionismo che la crescita della conoscenza è un processo razionale, con basi oggettive. Il totale rifiuto di questa idea, seguito al declino del falsificazionismo vecchio e nuovo (Popper, Lakatos) non ha condotto a un criterio migliore, ma a un frammentarsi della filosofia della scienza in analisi socio-politiche spesso assai povere, in studi linguistici o nella semplice, eppure fondamentale, descrizione della vera storia della scienza (Kuhn).

Questo è un segno di crisi della filosofia moderna, non certo di sviluppo. Resta il fatto che il grande progetto positivista e neo-positivista di demarcare in modo oggettivo, inconfutabile, la scienza dalle chiacchiere è fallito. Si può imputare il fallimento alle debolezze di ogni singola scuola. Ad esempio l’incredibile rifiuto che Popper fa del ruolo dell’induttivismo (arrivando a sostenere che la conoscenza è solo deduttiva) ha mutilato le possibilità dell’epistemologia moderna di comprendere il reale sviluppo della scienza. Ma al di là di questi limiti singoli, che potrebbero essere superati, resta il deragliamento della lunga marcia della filosofia: scienza e ‘metafisica’, i laboratori e i bar non sono mondi separati. Forse sono addirittura mescolati. Tale sviluppo, di per sé, non è un bene.

Il Sole di Hume

La vera filosofia ha sempre rappresentato la crescita della conoscenza come un’interazione complessa di induzione e deduzione. Tutti gli scienziati, a prescindere da quello che dicevano di fare, hanno utilizzato induzione e deduzione nelle loro ricerche. E' ben noto che rigorosi deduttivisti hanno compiuto numerosi esperimenti (Descartes e i razionalisti in genere) e che fautori della tabula rasa più assoluta sono partiti da teorie ben strutturate (Bacon e gli altri empiristi britannici). Lo sapeva bene il vecchio Aristotele e la filosofia successiva è riuscita, quando andava bene, a raggiungere la saggezza dello Stagirita. Quando è andata male, una delle due gambe su cui marcia la scienza è stata amputata, con prevedibili conseguenze. Si sono avuti così i tentativi più curiosi di dimostrare che la scienza è solo deduttiva o pura induzione. Non è difficile peraltro, evidenziare le debolezze relative di induzione e deduzione.

L’induzione non ha nessuna necessità logica: mille corvi neri non rendono necessario che il corvo mille e uno sia nero. Quello che occorre è un’ipotesi (i corvi sono neri in base all’evoluzione della specie) che deriva sì dai casi osservati, ma li trascende, generalizzandoli. La deduzione, per canto suo, non apporta nessuna nuova conoscenza, ma serve solo a inserire il caso specifico nella legge già data per buona. I sillogismi, la quintessenza della deduzione, non sono altro che questo. In questo secolo, la demolizione reciproca di un approccio unicamente induttivo e unicamente deduttivo è stata completa. L’assiomatismo hilbertiano, la vetta più alta mai raggiunta dall’approccio deduttivo, è stato ferito a morte dai teoremi di Godel. Popper, riprendendo Hume, ha dimostrato conclusivamente la carenza logica dell’induzione.

In mezzo a tutto ciò la scienza ha fatto passi avanti mai visti nella storia umana, dimostrando la propria completa autonomia dalla metascienza che si è dimostrata complessivamente superflua.

Questo breve riassunto della triste sorte di svariate scuole filosofiche aveva la sua ragione: fornire qualche suggerimento ‘filosofico’ per interpretare lo sviluppo più recente delle borse. Tutti gli economisti, siano essi keynesiani o variamente monetaristi, hanno più volte criticato duramente l’esplosione dei valori azionari. Non c’è un professore di economia che non abbia additato le quotazioni di Yahoo.com e aziende simili come esempio da manuale di una bolla speculativa. Eppure, dopo tre, quattro anni di questo refrain, il Nasdaq continua a macinare record, azzittendo un professore dopo l’altro. Non è forse questa la vendetta di Hume contro l’induttivismo? Non aveva forse avvertito Hume che il sorgere del Sole giorno dopo giorno non implicava affatto che il Sole sarebbe sorto sempre?, ovvero, in generale, che la generalizzazione induttiva è pericolosa e, rigorosamente parlando, arbitraria? Il capitalismo è passato di bolla speculativa in bolla speculativa, dall’Olanda dei tulipani al Giappone delle finanziarie anni ‘80, passando ovviamente per il crack del ‘29. E allora? Come mille corvi neri non ci permettono automaticamente, logicamente, l’estensione del nero a ogni corvo, così le bolle speculative del passato nulla ci dicono sul futuro. Almeno, non logicamente.

Le borse crolleranno?

Ovviamente, non c’è nessun dubbio che domani, e per ogni ragionevole orizzonte temporale utile ai mercati, il Sole sorgerà ancora. Ma l’aspetto metodologicamente rilevante è che anche tra i propugnatori del “nuovo paradigma” ed economisti vecchio stile (e lo stesso vale tra macroeconomisti e analisti tecnici) si svolge una battaglia tra posizioni teoriche complessive. Quello che si scontra qui non è un “fatto” contro una “teoria”, questo non accade mai, ma due visioni complessive differenti. Il “nuovo paradigma” propone una visione diversa della tecnologia, del mercato del lavoro, della globalizzazione, della politica monetaria servendosi della crescita delle borse. In nessun modo questo paradigma deriva automaticamente dai fatti.

Nessuna teoria è costruita automaticamente a partire dai fatti. Questa conclusione di qualche millennio di epistemologia sembrerebbe una conferma della finanza contro la macroeconomia. Se l’interpretazione che si da ai fatti non è neutrale, ma deriva dall’ipotesi con la quale gli stessi sono vagliati, che ne è dell’efficienza dei mercati? La ‘razionalità’ degli agenti non sarà un meccanico programma di ottimizzazione vincolata, perché non è affatto pacifico come valutare gli input dello stesso. Di più: non esiste affatto un’unica teoria. Ogni persona può interpretare gli stessi fatti in modo diverso, rendendo difficile valutare la conseguenza di una nuova informazione sulle azioni degli agenti economici.

Dire che i fatti non dirimono le sorti delle teorie di per sé non basta. Espone anzi a un rischio ugualmente pericoloso: negare l’esistenza dei fatti tout court. Non appena gli epistemologi si sono accorti che non c’era nessun metodo logico, indisputabile, per determinare l’impatto dei fatti sulle teorie, ne è scaturito un profondo pessimismo su tutta l’impresa scientifica. Il soggettivismo più fantasioso ha conquistato l’accademia. Così i fatti, che una volta erano i giudici delle teorie, sono diventati secondo l’epistemologia più recente, i sottoprodotti addomesticati delle stesse. Ogni teoria si costruisce, o almeno interpreta, i fatti secondo la propria visione, non confrontabile con le altre. Le teorie sarebbero così “intraducibili” (Kuhn) l’una nell’altra. Quello che un epistemologo può aspirare a fare è al più descrivere l’andamento della scienza: prima dominava questa scuola poi tutti si convertirono a quest’altra ecc. Questo è lo stato dell’arte della filosofia della scienza all’alba del terzo millennio.

Tutto questo ci porta ancora una volta alla conclusione che, sulla base delle più recenti conquiste filosofiche, la previsione del crollo delle borse non ha nessuna base logica.

Informazioni e mercati

Si è descritta la contraddizione di fondo tra l’assunto base della moderna teoria economica (l’efficienza dei mercati) e l’ovvia constatazione dell’esistenza di un’intera industria che prospera su quello che per la macroeconomia ortodossa è la non efficienza degli stessi. Ricondurre il tutto ad asimmetrie informative sarebbe francamente un understatement eccessivo. Parimenti debole sarebbe ridursi all’annosa questione della differenza tra rischio e incertezza (con relativa non misurabilità ‘razionale’ delle alternative nel secondo caso), o addirittura al problema dell’incertezza radicale cara agli economisti ‘neo-austriaci’. A mio giudizio, una teoria che voglia porsi il compito di spiegare i mercati finanziari deve partire dall’ipotesi che i meccanismi di produzione e di distribuzione delle informazione funzionino e che, nonostante questo, o forse grazie a questo, vi siano intermediari finanziari.

Si tratta del problema che possiamo definire delle ‘two opinions’ (Keynes). Per esistere, un mercato finanziario (cioè un mercato in cui si scambiano merci senza un valore d’uso intrinseco) deve basarsi su due opinioni diverse, appunto quelle del venditore e del compratore. Queste due differenti visioni non sono dovute necessariamente alla trasmissione delle informazioni ma proprio alle diverse scelte che due soggetti compiono sulla base dello stesso set di informazioni. Se si accetta questa possibilità, alcune informazioni avranno un effetto indeterminato, ex ante, rispetto all’outcome sui mercati. Con il che, ancora una volta, si conferma il rigetto di un paradigma costruito sull’univocità delle risposte degli agenti, e dunque dei mercati, a determinati input. L’agente rappresentativo non abita a Wall Street, e forse, nemmeno altrove.

Fatti e teorie

Il rapporto tra informazioni, soprattutto se impreviste, e movimenti dei mercati si lega ancora una volta alla riflessione metodologica ‘classica’ del rapporto tra fatti e teorie. La maggior parte degli studi sul rapporto informazione-movimento del mercato considera medie e varianze condizionate (con analisi uni o multivariate, strutture Var, Garch ecc.) all’interno di una popolazione di agenti che hanno tutti la stessa idea sul legame medesimo. L’informazione fa dunque muovere il mercato in una certa direzione e da questo movimento si ricava una impulse function. Dietro a questa idea vi è l’ipotesi, che deriva come detto dalla Nuova Macroeconomia Classica, che gli agenti razionali compiano scelte basandosi sul ‘modello vero’ (e unico) del sistema economico corrispondente per l’appunto al modello proposto dalla NMC stessa. Questa ipotesi è proprio quanto viene negato dall’esistenza di un mercato finanziario.

Esistono invece diverse teorie che si contendono gli agenti economici con alterni e mutevoli successi. Ogni nuovo fatto viene letto dai diversi agenti alla luce della teoria a cui fanno riferimento. Vi sono dunque due aspetti:

a) al di fuori di una teoria, un evento non può essere compreso. Su questo anche i teorici della NMC sarebbero d’accordo, solo che considerano incompatibile con l’ipotesi di razionalità degli agenti che diversi soggetti seguano diverse teorie;

b) l’esistenza di diverse teorie che prescrivono comportamenti diversi al verificarsi di un evento ha un impatto su tutto il mercato. Questa è di nuovo la “riflessività” di Soros. L’esito finale di un evento (incorporato in un’informazione) sul mercato e sull’economia dipende da come reagiscono gli agenti economici, ovvero dalle teorie che hanno a disposizione.

La storia della filosofia della scienza, brevemente tratteggiata sopra, ci ha insegnato che non esistono metodi inconfutabili di scelta tra teorie rivali. Questo significa che è possibile la coesistenza di teorie anche contrastanti pur senza negare la razionalità degli agenti (d’altra parte, perché altrimenti le banche terrebbero ‘fondamentalisti’ ed insieme esperti di analisi tecnica?).

Constatare l’esistenza di teorie differenti tuttavia non basta. Occorre discutere della loro evoluzione proprio in rapporto con i fatti. Si è detto che molte scuole epistemologiche sono giunte al rifiuto dell’esistenza di fatti in sé, al di fuori di una teoria. Per aversi un fatto prima si deve possedere la teoria che permette di inquadrarlo in qualche struttura conoscitiva. Le vecchie ingenuità empiriste sono state giustamente rigettate, ma ora, come si è accennato, l’epistemologia corre il rischio opposto: il ritorno all’idealismo più impotente. Il rapporto tra fatti e teorie è molto complesso, ma è possibile trovare un modo per farli ‘convivere’. Proprio come induzione e deduzione, occorre procedere con entrambi. In ultima analisi, le teorie deriveranno da una generalizzazione dei fatti stessi alla luce di qualche principio generale. Normalmente, il successo di una teoria dovrebbe essere legata alle sue capacità analitiche e previsive. Ma la storia della scienza dimostra che una visione darwiniana non è adatta a spiegare il successo di una teoria, nemmeno nel lungo periodo. Il rapporto tra teorie e società è molto complesso e non basta desumere dal successo “di critica e di pubblico” di una teoria la sua correttezza oggettiva.

Da un lato, ogni informazione non può nemmeno venire interpretata di per sé, al di fuori di un contesto che ne consenta l’assimilazione, ovvero al di fuori di una teoria. D’altra parte, le diverse teorie vengono anche messe alla prova dalle nuove informazioni e modificate o rigettate del tutto se si dimostrano inadeguate. Questo è però un processo tipicamente lungo e difficoltoso.

Nelle scienze sociali poi, le ipotesi di partenza sono ancor più decisive nell’interpretazione e addirittura nella valutazione sull’esistenza di un fatto. Secondo la macroeconomia ortodossa, ad esempio, la disoccupazione volontaria è in contrasto con la razionalità degli agenti e dunque va rigettata per ipotesi. Qualsiasi “fatto” contrario, come una disoccupazione a due cifre, non intaccherà minimamente la struttura logica della teoria. Semplicemente, la storia mostra che quando una teoria si mostra inadeguata a spiegare la realtà, viene messa da parte senza grandi complimenti, epistemologia o non epistemologia.

Così durante la crisi del ‘29-’37 i monetaristi di allora (Lord Robbins ecc.), vennero azzittiti senza perdersi dietro a questioni come l’analisi della solidità logica delle loro teorie. Decenni dopo, a crisi passata, i loro eredi (Friedman e altri) hanno potuto permettersi di affermare che il monetarismo spiegava bene anche la crisi del ‘29. Lo stesso accadde negli anni ‘70 con le ricette keynesiane affondate dall’esplodere dell’inflazione. Nelle scienze sociali dirimere controversie teoriche, rimanendo nell’ambito della loro validità logica, non è solo difficile, è completamente inutile. Tecnicamente parlando, anche negli anni ‘30 le teorie monetariste erano più logicamente fondate del nascente keynesismo. Solo che erano completamente false e dannose.

Tutto ciò è ulteriormente complicato dal fatto che sui mercati finanziari agisce, come detto, la “riflessività”, che significa semplicemente che, spesso per un lungo periodo, le convinzioni degli agenti possono influenzare pesantemente i mercati. Questo rende l’uso di conferme o disconferme empiriche del tutto impossibile. Alla fine, il giudizio di Kalecki, secondo cui l’economia consiste in leggi teoriche che nessuno ha verificato e di leggi empiriche che nessuno può spiegare, è persino troppo ottimista.

Conclusioni: concorrenza, mercati, banche centrali

Il capitalismo è nato dalla liberazione dell’iniziativa economica dalle consuetudini dell’economia feudale. Questa rivoluzione venne rappresentata con metafore, come la guerra di tutti contro tutti, la circolazione sanguigna, le leggi di movimento che richiamano analogie con una legge fisica o con l’evoluzione delle specie perché operava in modo impersonale. Dalla fine del secolo scorso, il formicaio della concorrenza è stato rimpiazzato definitivamente da un branco di pachidermi che dominano l’economia mondiale in ogni settore. Nella finanza il processo è ancora più sviluppato e, con gran dispiacere dei romantici che mitizzano Internet, il trading on line è un aiuto per gli elefanti, non per le formiche (esclusa quella formica su mille che per l’appunto diverrà un elefante). La teoria economica, che della realtà dei mercati è una rappresentazione idealizzata, ha fatto di necessità virtù. Nella sua parte più astratta e idealizzata, la microeconomia, ha continuato a ripetere le vecchie litanie delle “n imprese”, giungendo a risultati apprezzabilissimi per un topologo o un algebrista, disarmanti per un trader. La macroeconomia, pur nelle sue svolte più o meno “microfondate”, ha utilizzato alcuni strumenti matematici (principalmente la teoria dei giochi) per dare conto della nuova realtà.

La concorrenza negò le corporazioni medievali e l’assolutismo monarchico. I monopoli rappresentano il rovesciamento e insieme lo sviluppo di questa situazione (la negazione della negazione, come avrebbe detto Hegel). I monopoli conservano le strutture fondamentali di funzionamento del capitalismo ma ne riproducono i problemi a un livello più alto, proprio come la fisica di Einstein conserva e insieme nega i principi fondamentali della meccanica classica portando a un livello più alto la comprensione scientifica dell’universo. I meccanismi di finanziamento dell’espansione economica e di circolazione monetaria si sono sviluppati nella creazione di autorità monetarie e di vigilanza che s’incaricano di comprendere l’economia a tal punto da superare, così si suppone, i guasti più plateali dell’economia di mercato[5], purché ne interpretino in maniera consona le necessità e i dettami. Così, di boom in boom, ci si avvia verso un radioso futuro senza recessioni e senza preoccupazioni.

Per concludere, possiamo formulare una modestissima opinione su borse e filosofia della scienza. Come detto, nonostante tremila anni di dibattiti e ricerche, la filosofia non può dimostrare né logicamente né empiricamente l’esistenza di una gigantesca bolla speculativa sopra il cielo di New York. Non basta nemmeno il buon senso, che comunque solo una minoranza di filosofi ha conservato e che la maggioranza degli economisti non ha mai avuto. Per argomentare sulla cosa non rimane dunque che ritornare alle vetuste, preistoriche, leggi fondamentali di funzionamento del capitalismo. D’altronde, l’economista morto e sepolto che si è citato in precedenza aveva ammonito che ognuno di noi, senza saperlo, è preda delle idee di qualche oscuro pensatore defunto decenni e secoli prima. Tutto sommato è meglio averne coscienza.

Bibliografia

  • Farmer R., Macroeconomics of Self-Fulfilling Prophecies, MIT Press, Cambridge, 1999
  • Giorello G., Introduzione alla filosofia della scienza, Bompiani, Milano, 1994
  • Kindleberger C., Euforia e panico. Storia delle crisi finanziarie, Laterza, Bari, 1981
  • Kuhn T., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 1978
  • Mas-Colell A. et alii, Microeconomic Theory, Oxford University Press, New York, 1995
  • Metelli F., Il rischio finanziario, Edizioni Il Sole 24 Ore, Milano, 1995
  • Murphy J., Analisi tecnica intermarket, Edizioni Il Sole 24 Ore, Milano, 1996
  • Oldroyd D., Storia della filosofia della scienza, Il Saggiatore, Milano, 1991
  • Ormerod P., I limiti della scienza economica, Comunità, Milano, 1998
  • Popper K., Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino, 1970
  • Soros G., La crisi del capitalismo globale, Ponte alle Grazie, Milano, 1998
  • Strange S., Denaro impazzito, Comunità, Milano, 1999
  • Tagliagambe S., L’epistemologia contemporanea, Editori Riuniti, Roma, 1991
  • Visco I. (a cura di), Le aspettative nell’analisi economica, Mulino, Bologna, 1985

  • [1] In una pubblicità su un giornale dedicato all’analisi dei mercati azionari della fine ‘99 si legge: “diamo raccomandazioni operative e non facciamo analisi cervellotiche e di dubbia applicabilità, non pretendiamo di essere i migliori ma pubblichiamo le tabelle dei risultati precedenti perché fare trading significa misurarsi tutti i giorni con il mercato”. E' facile capire a chi si riferisca l’accusa di analisi cervellotica.

    [2] Per chi non conoscesse l’analisi tecnica rimandiamo al libro di Murphy citato in bibliografia. In breve si può dire che per gli analisti tecnici contano solo i movimenti dei prezzi (che dunque incorporano tutte le informazioni utili sul titolo in questione) che vengono studiati con una multiforme varietà di teorie, molte delle quali piuttosto esoteriche, altre, come le reti neurali e la logica ‘fuzzy’, di moda anche tra i macroeconomisti.

    [3] L’origine storica dell’espressione è nella teoria del ciclo economico di Jevons, che l’economista inglese legava appunto al ciclo delle macchie solari. In seguito gli equilibri ‘sunspots’ e ‘bootstrap’ hanno significato un equilibrio basato su una previsione autorealizzantesi. Per lo sviluppo contemporaneo di queste teorie si veda il libro di Farmer citato in bibliografia e relativa letteratura.

    [4] Poiché questa gente si guadagna lautamente da vivere vendendo queste previsioni, è ovvio che tenterà di tutto per attribuire gli errori a questo o quel fattore di disturbo che non può cancellare la profonda giustezza della loro teoria (ma fanno così anche i fisici). Alcuni analisti “credono solo in ciò che è scientificamente dimostrabile”, mentre altri “preferiscono un approccio fideistico alla materia” (citazioni tratte dall’articolo, alquanto significativo “Fede e ragione si confrontano” del 2/2/1999 di Borsa e Finanza, un giornale dedicato alla materia. Vi è solo da aggiungere che per la moderna epistemologia è il secondo gruppo di analisti ad avere teoreticamente ragione perché nessuno sa che cosa significhi dimostrare scientificamente). Ben diverso è l’atteggiamento di chi, con senso della proporzione e dello humour, difende l’economia di mercato da 150 anni. Ci riferiamo a The Economist, che non ha nessun problema a riconoscere i propri macroscopici errori (vedi “We woz wrong”, The Economist 18.12.1999).

    [5] “Banking crises? What banking crises, Greenspan has abolished them” ha scritto ironicamente il Financial Times.

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    Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
    Aggiornamento: 22/04/2015