ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


SUL SOCIALISMO DI MERCATO: UN DIBATTITO A QUATTRO VOCI
L'URSS e il Socialismo realizzato

A proposito di un libro edito da Bertell Ollmann, docente all’Università di New York

di Patrick Theuret
Direttore di Correspondances Internationales,
rivista dell’Istituto di Studi Socio-Politici (Francia)

Market socialismo, the debite among socialists, edito a cura del professor Bertell Ollmann, ha la caratteristica di esser costruito come un autentico libro-dibattito, con contraddittorio, articolato in quattro parti [1].

1. Due contributi alla sezione “pro” (ossia “a favore del socialismo di mercato”): uno di David Schweickart, docente di filosofia presso l’Università Loyola di Chicago, e autore di una tesi di matematica, l’altro di James Lawler, docente di filosofia all’Università di Buffalo, New York, presidente della Società per lo studio della filosofia marxista, intitolati rispettivamente “Socialismo e mercato: una difesa”, (pp. 2-22) e “Marx, socialista di mercato“ (pp. 23-54).

2. Due contributi alla sezione “contro”, di Hillel Ticktin, autore di una tesi presentata all’Università di Mosca, specialista di questioni russe ed est-europee, presidente del Centro per lo studio della teoria e dei movimenti sociali a Glasgow, e di Bertell Ollman, docente di scienze politiche all’Università di New York, inventore del gioco “Lotta di classe”, intitolati rispettivamente “Il problema è il socialismo di mercato” (pp. 55-80) e “La mitizzazione del mercato nella società capitalistica ed in quella socialista di mercato” (pp. 81-124).

3. La terza parte consiste nella critica di ciascun autore alle tesi contrapposte.

4. Nell’ultima parte, ciascuno si difende dalle critiche che gli sono state mosse.

Quest’opera, di duecento pagine fitte, trae origine da un dibattito tenutosi nell’aprile 1995 a New York, in cui gli autori avevano messo a confronto le rispettive ricerche.

L’obiettivo viene delineato nell’introduzione dal curatore: “Oggi non basta, se mai è bastato, sviluppare la nostra critica del capitalismo. I marxisti devono ora concentrare l’attenzione sul socialismo”, ponendo i quesiti: “Che cos’è il socialismo di mercato? Come può funzionare? Quali problemi tuttora irrisolti potrà risolvere il socialismo? E come? Quale rapporto col capitalismo? Come raffrontarsi alla visione più tradizionale del socialismo? Marx si è pronunciato in merito? E gli altri socialismi in che differiscono?”

Un socialismo vitale ed auspicabile

David Schweickart comincia con un paradosso: “In questi tempi, non è molto alla moda difendere il socialismo, comunque lo si intenda”, dandosi per scontato che “il socialismo è morto”. Ed invece, “Oggigiorno, l’economia più dinamica del mondo, che coinvolge un miliardo e duecento milioni di individui, è un socialismo di mercato” [2]. In quest’ambito, intende dimostrare che “a) il socialismo di mercato, o quanto meno una delle sue versioni, è un sistema economico vitale, chiaramente superiore al capitalismo, in base ai criteri adottati tanto dai socialisti quanto dai non-socialisti, e b) è l’unica forma di socialismo che risulta vitale e desiderabile allo stadio attuale di sviluppo dell’umanità”.

Respinge l’identificazione del mercato col capitalismo come “rovinoso errore”, comune ai conservatori ed agli oppositori di sinistra del mercato. Per i primi, è solo una tattica “far sempre l’apologia delle virtù del mercato e dei vizi della pianificazione centralizzata” per non dover difendere “gli altri due istituti che definiscono il capitalismo (...): lavoro salariato e proprietà privata”. Speculare la posizione di sinistra, giacché “è altrettanto facile attaccare il mercato in astratto quanto difenderlo, dato che il mercato ha pregi e difetti”.

Peraltro, la posizione di Schweickart è più sfumata ed empirica che categorica, il che lo conduce en passant a non disprezzare l’economia pianificata [3]; e tuttavia, Lawler legittima il socialismo di mercato proprio sulla scorta dei limiti della pianificazione, schematizzati “in quattro diversi problemi. Di informazione, di incentivazione, di autoritarismo e di imprenditorialità”.

Descrive due modelli, quello di John Roemer [4] e quello che designa come Democrazia economica, basata su “autogestione operaia e proprietà ugualitaria dei mezzi di produzione.” “Nella Democrazia economica non c’è Borsa perché non vi sono azioni. I capitali fissi del paese sono intesi come proprietà collettiva, ma controllati dalla forza-lavoro che li impiega (…) Un’azienda non è un bene che i suoi lavoratori posseggono, bensì una associazione da essi governata”.

Seconda caratteristica di questo modello è che il finanziamento degli investimenti non si basa sul risparmio, perché “ogni impresa deve pagare una tassa sui capitali, come un affitto pagato alla società per accedere alla proprietà collettiva della società stessa”.

Terza peculiarità è l’esistenza di un mercato di beni e servizi. Ci si chiede se si tratti effettivamente di “socialismo”: “qui bisogna invocare una distinzione marxiana: il socialismo non va confuso con la forma più elevata del capitalismo. Il socialismo sorge dalle viscere del capitalismo e da tale origine è marchiato; non è una società perfetta, bensì un ordinamento economico non capitalistico, che preserva le migliori acquisizioni del capitalismo e ne supera i più gravi difetti”.

Marx, Engels ed il mercato

“Un’economia moderna, complessa, non può venir condotta efficacemente a partire da un unico centro di comando. Questa è stata la critica economica classica al sistema economico sovietico”. E James Lawler contrappone al “socialismo di Stato” centralizzato, che ha caratterizzato la sostanza della storia sovietica e che non si dovrebbe chiamare "socialismo", “il socialismo di mercato decentralizzato e connesso ad istituzioni democratiche e pluraliste”, che ritiene, “contrariamente alle concezioni tradizionali, rappresentare l’impostazione più vicina a quella di Marx ed Engels”.

Prima di definire “il socialismo di mercato”, ne enuncia contesto e precondizioni: “la classe dominante dev’essere il proletariato, che deve vincere la battaglia della democrazia (…) aziende dello Stato proletariato ed aziende borghesi coesisteranno sul mercato”.

Diversamente da quella di Schweickart, la tesi di Lawler cerca dal marxismo più legittimazione che non giustificazione, sulla scorta essenzialmente dello scritto di Engels Princìpi del comunismo, utilizzato per la redazione del Manifesto del 1848. In quel testo si trattava ancora di “intaccare la proprietà privata”, piuttosto che abolirla.

Secondo Engels, nota Lawler, “lo Stato proletario svilupperà la sua proprietà in concorrenza con le aziende capitalistiche, il che presume una maggior efficienza della proprietà socialista rispetto a quella capitalistica, per cui la prima dovrebbe vincere la competizione su di un mercato onestamente organizzato (…). La rivoluzione proletaria non sopprime immediatamente il mercato. Il socialismo ch’essa produce è un socialismo di mercato, ancorché di mercato statale”. (…)

“Il marxismo non è una variante del ‘socialismo nichilista’ – scrive Lawler – Marx concepisce invece il socialismo come una società nuova che sorge all’interno e attraverso la stessa, vecchia, società”. Lawler parla di una lunga transizione, e, arricchendo quell’analisi della transizione che prevedeva le due fasi classiche, trae dalle stesse opere di Marx ed Engels una concezione della transizione in “sei momenti di un unico processo di sviluppo comunista”.

1) Le leggi sull’industria sono state le prime reazioni coscienti e sistematiche della società contro la spontaneità di sviluppo del processo produttivo…

2) I primi germi di questa società sono state le cooperative industriali ed agricole…

3) La terza fase è un periodo postrivoluzionario di trasformazione dal capitalismo verso il comunismo…, che termina con l’eliminazione della proprietà capitalistica dei mezzi di produzione.

4) La quarta fase è quella dell’eliminazione finale della proprietà capitalistica. La produzione capitalistica non esiste più, ma i lavoratori non hanno ancora le capacità per dirigere essi stessi, oppure le condizioni di sviluppo tecnologico non hanno consentito una società di cooperazione ampia e diretta [5].

5) Ora, la società comunista si pone come un sistema completo (…) Marx sottolinea la necessità, come riferimento giuridico, del “diritto borghese” nella prima fase del comunismo (…) Come una società capitalistica utilizza istituti feudali (...) perché mai il comunismo, nei primi tempi, non potrebbe utilizzare il mercato?

6) Infine si raggiungerà una sesta fase di sviluppo comunista pienamente matura, allorché il libero sviluppo di ciascuno divenga condizione del libero sviluppo di tutti.

Niente a che vedere col socialismo

Da posizioni trozkiste, Hillel Ticktin impugna le precedenti analisi e svolge la sua contrapposizione dividendo la discussione di tutto il secolo XX in due campi.

Il socialismo di mercato “appare da principio sotto un altro norme, come forma del periodo di transizione tra il capitalismo ed il socialismo negli anni Venti, sotto gli auspici di Bukharin e di Stalin. Venne formulato più rigorosamente negli anni Trenta, e quindi adottato dai socialdemocratici nel dopoguerra e dagli stalinisti verso la fine dello stalinismo. Il fallimento dello stalinismo e della socialdemocrazia potrebbe considerarsi chiaro indizio del fallimento della teoria del socialismo di mercato. Tuttavia, l’apparente vittoria del capitalismo ha portato molti ex-marxisti ad adottare il mercato come caratteristica inevitabile di ogni economia. Il presente articolo argomenta che il socialismo di mercato è in pratica impossibile, non auspicabile, e non ha niente a che vedere col socialismo”.

La tesi opposta è ascritta “alla sinistra di Trockij e Preobrazenskij”, secondo i quali “mercato e pianificazione sono incompatibili (…) a partire dal 1923, con Bucharin e Stalin, piano e mercato coesistettero simbioticamente. Nel 1919 Stalin ruppe con Bukharin e dichiarò guerra al mercato [6]. Questa tendenza riapparve allorché Gorbaciov riabilitò Bucharin riconoscendovi il proprio precursore”. Questa tesi, il cui miglior sostenitore fu Alec Nove, si basava sulla “intellighenzia” e sulla “essenza della vecchia élite”. Ma la maggioranza dei sostenitori del socialismo di mercato all’Est pervennero a concludere ch’esso era fallito, e che solo il capitalismo integrale era possibile.

Dopo una definizione marxista del mercato come “sfera di azione della legge del valore”, Ticktin definisce il socialismo come segue: “per un marxista antistalinista, il socialismo si definisce in base al livello di pianificazione di una società. Qui per “pianificazione” si intende una regolazione cosciente della società da parte degli stessi produttori associati. Per un marxista, il socialismo implica l’abolizione della vendita di forza-lavoro, il controllo dei lavoratori tanto sull’economia quanto sulle aziende (…). Spariscono valore e denaro. Insomma, per un marxista, il socialismo di mercato è un controsenso (…) Il socialismo dev’essere un’economia guidata sulla scorta dei princìpi di soddisfazione diretta dei bisogni umani”.

“Per un marxista, nelle condizioni moderne il mercato non può sussistere senza il capitalismo, eccezion fatta per situazioni affatto peculiari e per brevi periodi, come nell’odierna Cina. Il mercato non è una tecnica né un meccanismo, ma uno specifico rapporto sociale capitale/lavoro [7]. Pertanto, la soluzione del mercato socialista non è nemmeno un programma. Esistono solo due sistemi vitali: socialismo e capitalismo. Vi possono essere molti sistemi non vitali nel periodi di transizione dal capitalismo al socialismo”.

Ticktin ritiene il mercato “decadente, corruttore e senza futuro. Non si può combinare il socialismo con una forma moribonda; inoltre, il mercato porta alla burocrazia (…) lo strato dirigente di funzionari è solo un’altra varietà di classe dominante, che gode di una certa autonomia dai governi eletti. (…) Nel corso del periodo di transizione al socialismo, fenomeni burocratici sono inevitabili”. La soluzione: “un regime di transizione può andare avanti purché sia ugualitario e quindi sostenuto da tutta la popolazione” [8].

Smitizzare il mercato

“Uno dei maggiori pregi delle società centraliste pianificate, per quanto antidemocratiche, comprese quelle che non funzionano molto bene, è la facilità di identificare i responsabili di ciò che va male: coloro che hanno elaborato il Piano. Lo stesso non vale per le economie di mercato, in cui anzi è importante che siano difficilmente comprensibili a quelli che ci vivono”.

Secondo Ollman, “solo la critica della mistificazione del mercato ci consentirà di prendercela con chi se lo merita, ossia il mercato capitalistico e la classe che lo dirige, e di chiarire al popolo l’esigenza di trovare una nuova via per organizzare produzione e distribuzione della ricchezza sociale (…). Intendo con “mistificazione” una sorta di comprensione totalmente errata, dovuta alla combinazione del carattere occulto delle cose, della sua distorsione, misinterpretazione e confusione, ed occasionalmente anche della menzogna”. Per esempio, “i prodotti vengono concepiti come pronti da consumare (…) Non c’è alcun bisogno di sapere che ciò avviene durante la produzione per spiegare la natura del mercato. Invece, grazie al marxismo “stando vicini alla produzione, emerge la natura sociale della vita umana, la nostra condizione comune e le sue caratteristiche, non le differenze e preferenze individuali, che è ciò che risalta in primo piano nel capitalismo. La divisione sociale del lavoro. La divisione della società in classi”.

E citando Marx ed Engels (Ideologia tedesca): "In apparenza gli individui sono più liberi sotto il dominio della borghesia (cioè il mercato) di prima, perché le loro condizioni di esistenza sono ad essi contingenti; ma in realtà sono meno liberi in quanto molto più sottoposti ala violenza delle cose".

Ma l’obiettivo principale di Ollman è dimostrare l’attualità di questa tesi anche sul piano politico, per cui egli denunzia l’illusione di uno Stato che “apparterrebbe ugualmente a tutti i cittadini, che sarebbe un arbitro imparziale di giustizia, (…) il che fa della nostra società, malgrado le sue pretese democratiche, una dittatura, la dittatura della classe capitalistica. “Alla strategia del movimento sociale, che si fonda su di una coalizione di tutti i gruppi oppressi allo scopo di ottenere una più equa divisione della torta”, contrappone, fondandosi su Marx, “la priorità della classe operaia, non perché soffra più delle altre vittime, ma perché la forma specifica della sua oppressione (sfruttamento ed alienazione) dà ai lavoratori al contempo l’interesse e, mediante la loro collocazione nella produzione, il potere di sopprimere tutte le oppressioni attualmente associate al capitalismo”.

In questa lotta, è per lui fondamentale la smitizzazione: "la svolta dei popoli verso il socialismo si opererà solo a partire dal rigetto di ogni rapporto di mercato". Essenziali sono le dieci critiche che egli muove al socialismo di mercato:
"1) Separazione ingiustificata e rovinosa tra il mercato ed il resto della società, specie la produzione, e tra il socialismo ed i periodi che lo hanno preceduto e seguito immediatamente;
2)
la mancanza di trasparenza, propria delle condizioni capitalistiche, viene trasposta nel socialismo;
3)
mantenendo il mercato, si protrae la contraddizione principale del capitalismo, quella tra produzione sociale ed appropriazione privata;
4)
anche se il socialismo di mercato potesse funzionare, non rappresenterebbe un progresso rispetto alla situazione precedente, perché continuerebbe ad esistere l’alienazione dei lavoratori, comproprietari delle loro aziende, che acquisirebbero qualche forma capitalistica di alienazione;
5)
proseguendo la prassi di utilizzo del denaro per razionare i beni, si conserverebbero molte disuguaglianze del sistema attuale;
6)
per fortuna o sfortuna, è impossibile il socialismo di mercato come compromesso col capitalismo, giacché i capitalisti, perdenti in tale riforma, lo combatterebbero con ugual tenacia come se fosse socialismo autentico;
7)
se il socialismo di mercato è impossibile nelle condizioni esistenti, non sarà necessario dopo la rivoluzione socialista;
8)
la critica mossa dal socialismo di mercato alla pianificazione centralizzata si fonda quasi esclusivamente sull’esperienza, molto poco significativa, dell’URSS;
9)
il socialismo di mercato mina la critica di fondo del capitalismo, prerequisito per un’efficace lotta di classe, e semina confusione nel popolo circa il nefasto ruolo del mercato;
10)
Marx era con tutta evidenza incrollabile oppositore del socialismo di mercato”.

Dibattiti incrociati

Ai contributi iniziali seguono i dibattiti incrociati. Nella discussione tra Ticktin e Schweickart, questo critica quello, tra l’altro, per la contraddizione tra la sua opzione a una pianificazione totale (che per lui sarebbe sinonimo del socialismo). E inoltre gli rimprovera il suo rifiuto dello stalinismo; l’assenza di un abbozzo di spiegazione delle modalità di una pianificazione non centralizzata che coinvolgerebbe milioni di persone; il trascurare la pianificazione capitalistica, ed una definizione troppo idealizzata del socialismo. Invece, per lui “possono esserci società socialiste buone e cattive”.

Ticktin oppone a Schweickart una triplice controcritica: “dice che la Cina è socialista, presume che il socialismo sia la prima fase del comunismo, ed infine, sembra ritenere che la pianificazione centralizzata non possa mai aver successo, in quanto necessariamente inefficiente”. A suo parere, non Marx, ma Stalin introdusse la distinzione tra socialismo e comunismo, e giudica che la pianificazione socialdemocratica e quella stalinista sono entrambe destinate al fallimento.

Lawler trova Ollman carente di dialettica, per esempio per il fatto di trascurare le cooperative come forma essenziale, a suo avviso, nella fase di transizione. Invece si complimenta con il suo interlocutore perché questi ammette il concetto di una transizione della durata di 4-5 decenni.

A sua volta, Ollman rimprovera a Lawler la caricatura dell’inefficienza del Piano, di cui riconosce qualche successo in URSS, la fede in un mercato addomesticato, l’illusione di un sistema cooperativo che condurrebbe al comunismo, il carattere di necessità del mercato socialista, e l’invocazione dell’autorità di Marx in proposito.

Ma cerca pure punti di accordo [9], punti che avvicinano Schweickart, Lawler ed Ollman soprattutto riguardo al concetto di un periodo intermedio postrivoluzionario, in cui si possano far coesistere piano e mercato, periodo più o meno lungo, più o meno armonico, ma per gli Autori auspicabile.


Note

1 Bertell Ollman (Ed.): Market Socialism, the debate among socialists.Routledge, New York-London, 1998.

2 Il bilancio che Ollman trae della Cina è misto di ammirazione per i risultati economici e “le condizioni materiali reali del popolo reale” e di ripudio del sistema politico.

3 “È assurda l’affermazione secondo cui (…) un socialismo centralmente pianificato sarebbe impossibile. Il fatto stesso che l’URSS abbia edificato un’organizzazione economica che è durata per tre quarti di secolo, pur con la permanente ostilità internazionale e l’invasione tedesca, e che è riuscita ad industrializzare un immenso Paese semi-feudale, dando vitto, vestito, alloggio, educazione alla cittadinanza, e creando una struttura scientifica di livello mondiale, impedisce di parlare di impossibilità. Ma il contrario di impossibile non è ottimale”.

4 Secondo Schweickart è un modello assai vicino al capitalismo, con cinque eccezioni: le azioni distribuite nell’insieme della popolazione possono venir scambiate ma non vendute; le banche sono nazionali; la direzione aziendale viene nominata da un Consiglio di Amministrazione formato da rappresentati delle banche, salariati ed azionisti; il governo ha un ruolo negli investimenti; le aziende capitalistiche classiche sono autorizzate, ma al di là di una certa soglia vengono immediatamente nazionalizzate.

5 Engels, nei Principi del comunismo, sottolinea che molto tempo dovrà trascorrere perché i lavoratori diventino capaci di amministrarsi da soli: “L’esercizio comune della produzione non può essere attuato da uomini come quelli di oggi”.

6 In seguito, Ticktin scrive che “Trockij non negò la possibilità di una soluzione di mercato. Ammise apertamente che poteva aver successo, ma sostenne che poteva rivelarsi antagonistica rispetto al socialismo”.

7 Peraltro, nota che “Lenin e Trockij giustamente invocarono metodi capitalistici, compreso il taylorismo, per migliorare la produzione. Forme di controllo democratico esistettero fino a poco prima del 1920, e quelle che vi sopravvissero furono soppresse durante la NEP”.

8 Ticktin ripudia “i paesi stalinisti dalla Cina a Cuba passando per l’ex-URSS, che hanno poco in comune col socialismo. L’idea di edificare il socialismo in un solo paese, che è l’essenza dello stalinismo, è sempre stata utopistica”.

9 Ollman cerca di formulare una piattaforma comune in due occasioni. Elenca principi marxisti quali: l’obiettivo del comunismo; il socialismo come transizione, che comporterebbe elementi del capitalismo; la dittatura democratica del proletariato come forma politica di transizione… Schweickart scrive in merito che “sostenitori ed oppositori del mercato devono conservare un’apertura mentale ed ascoltarsi reciprocamente”.

Questo articolo proviene dal Circolo A. Gramsci di Cagliari
L'url per questo intervento è:
www.gramscicagliari.org//modules.php?name=News&file=article&sid=40

Fonti

Piano e mercato possono coesistere?
Per un socialismo democratico
L'interdipendenza globale e locale
Lenin e l'economia di mercato


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015