ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


SUI CONCETTI DI "MISSIONE" E DI "ASSISTENZA"

E' assurdo andare a vivere all'estero volontariamente, allo scopo di sentirsi più importanti, per fare del "bene" agli altri. Come si può conoscere il "bene" di persone che non si sono mai viste né conosciute? Al massimo ci potrà essere una collaborazione temporanea, finalizzata a un determinato obiettivo, oppure ci potrà essere un gemellaggio, cioè uno scambio di esperienze alla pari. Al di là di questo, il concetto di "missione" appare come una mostruosità, in quanto non fa che riflettere l'esigenza di un imperialismo culturale, ideologico.

Chi pensa che nel Terzo mondo ci siano condizioni di vita che impongono alla coscienza morale una scelta missionaria, dimentica che quelle condizioni sono determinate, da secoli, nell'area occidentale del capitalismo. Se veramente si volesse fare del "bene" a quelle popolazioni, bisognerebbe modificare in Occidente questi rapporti di sfruttamento e dipendenza. In caso contrario il "bene" profuso non sarà altro che una forma di "assistenza", grazie alla quale, anche contro le migliori intenzioni di chi la pratica, non si farà altro che legittimare ulteriormente la realtà dello sfruttamento, poiché proprio con l'assistenza si tende a far credere che lo sfruttamento sia inevitabile o comunque sopportabile. E in ogni caso, anche se si volesse fare lo stesso dell'assistenzialismo, non ci sarebbe bisogno di andare in un qualche Paese del Terzo mondo: in Occidente i marginali (tossicomani, barboni, alcolisti, carcerati, zingari, immigrati...) sono tantissimi.

Il fatto però è questo: chi va nel Terzo mondo, spesso ha la consapevolezza di sentirsi superiore. Fare l'elemosina o l'assistenza in Occidente non stimola alcun sentimento di superiorità: al massimo può placare la "coscienza infelice" di chi si sente in colpa nel vedere tanta miseria umana e vuol fare qualcosa di concreto. Nel Terzo mondo invece le stesse azioni meritorie comportano immediatamente una valorizzazione di sé, non foss'altro che per la risonanza di questa scelta di vita fra gli amici e i parenti che si lasciano. Chi presta assistenza nel Terzo mondo sa subito di avere "ragione" rispetto a chi non fa nulla in Occidente e quando torna in Occidente per chiedere finanziamenti pretende d'essere ascoltato, anche se si limiterà a toccare i tasti della "coscienza morale", evitando di fare analisi di tipo economico e politico, in quanto teme che l'interlocutore non riesca più a commuoversi e a "scucire la borsa".

In Occidente fare o non fare assistenza può sembrare equivalente: i mass-media non ne parlano mai volentieri, poiché hanno la preoccupazione di far vedere che tutto funziona, altrimenti l'opposizione al governo ne potrebbe approfittare per rivendicare maggiori poteri; agli amici, per "pudore", non lo si dirà neppure, e se verranno a saperlo, penseranno al fatto che, entro certi contesti comunitari (ecclesiali soprattutto), l'assunzione di questi ruoli o funzioni è doverosa (naturalmente per un periodo limitato, a meno che il soggetto, grazie alla sua attività, non riesca a produrre risultati socialmente rilevanti, come l'allestimento di una comunità terapeutica o di un centro assistenziale).

Il marginale, dal canto suo, non migliorerà di molto la sua condizione: è lo stesso carovita che glielo impedisce, quello stesso carovita che tiene molte famiglie apparentemente normali sul filo del rasoio. Inoltre, se anche viene percepita come indispensabile dal marginale, l'assistenza, per essere efficace, in Occidente, essa ha sempre bisogno di continue sovvenzioni, pubbliche e private, per cui chi la presta deve spesso scendere a compromessi non del tutto onorevoli col potere politico ed economico. Il che, alla fine, può anche entrare in urto con l'esigenza di frequentare i marginali allo scopo di allontanarsi dalle dinamiche borghesi del vivere civile. Qui naturalmente non si prende neanche in considerazione chi si è servito del disagio per arricchirsi.

Nel Terzo mondo invece, anche se le condizioni di vita sono più difficili da sopportare, si avverte subito la consapevolezza d'essere una persona importante. Il fatto stesso che si cerchi continuamente d'imporre la propria cultura, religione, lingua... lo dimostra. Il missionario ha diritto d'essere finanziato proprio perché svolge anzitutto un servizio all'Occidente. Da noi non è raro il caso di vedere dei marginali divenuti tali proprio per aver rifiutato la mentalità dominante: difficilmente costoro sarebbero disposti ad accettare l'assistenza in cambio della fede in una nuova religione o in nuovi modelli culturali. Se lo fanno, devono pensare che si tratti di una loro scelta, non di un'imposizione.

Nel Terzo mondo, essendo marginali molto spesso dalla nascita, si è più disposti ad accettare qualunque contropartita pur di sopravvivere. In questo senso è facile, per noi occidentali, provare sentimenti di superiorità. Non è però significativo che quando in quei Paesi scoppiano delle rivoluzioni sociali, vengono presi di mira anche i centri assistenziali da noi là edificati?

Un'ultima cosa. Spesso si va nel Terzo mondo anche perché si rifiuta l'idea borghese che l'assistenza debba essere delegata a un'istituzione. L'assistente (o chiunque faccia esperienza di volontariato sociale o civile) vorrebbe vedere impegnati tutti i cittadini del suo Paese d'origine, ma sa che ciò è un'utopia. Scegliendo invece di andare nel Terzo mondo, egli sa in anticipo che qui è più facile mobilitare un impegno collettivo. Ma in tal modo, inevitabilmente, egli si trasforma in una "istituzione assistenziale" dell'Occidente, cioè diventa l'alibi che la coscienza borghese si dà per non fare cose più impegnative e risolutive nei suoi rapporti col Terzo mondo.

Fonti


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015