CHE COS'E' IL NEOCOLONIALISMO?


Ancora non è chiaro -neppure a certi ambienti della sinistra- che il concetto occidentale di "libero mercato" è relativo al concetto di "sfruttamento neocoloniale". Tale connessione risulta poco chiara per due semplici ragioni: 1) l'Occidente capitalistico per più di un secolo ha dovuto sostenere le proprie posizioni contro il socialismo scientifico (che all'ovest si è manifestato in chiave soprattutto teorica, mentre all'est anche in modo pratico, per quanto il socialismo statale sia oggi in via di superamento a favore di un socialismo più democratico. Non dimentichiamo però che il crollo del socialismo reale oggi offre al capitalismo l'opportunità per ribadire il valore del proprio "libero mercato"); 2) il secondo motivo è che i Paesi del Terzo mondo ancora non riescono a far valere i loro diritti in ambito occidentale, cioè non riescono a dimostrare in quale rapporto di dipendenza sono costretti a vivere.

In tal modo, a noi occidentali il benessere pare la logica conseguenza del "libero mercato" e non ci rendiamo assolutamente conto che senza il corrispettivo "sfruttamento neocoloniale", le contraddizioni e i conflitti di classe nella nostra area geografica sarebbero enormemente superiori. Chi riesce a intuire, in qualche modo, la totale dipendenza del Terzo mondo dai nostri interessi, non arriva neanche a chiedersi: "Cosa possiamo fare?", perché a questa domanda pensa che non vi sia risposta (o che almeno l'uomo comune non possa darla). Siamo così abituati a ragionare in termini "occidentocentrici" che non riusciamo neppure a fare cose del tutto elementari, che potrebbero avere anche un grande effetto politico (ad es. se Israele opprime i palestinesi, smettiamo di comprare i pompelmi Jaffa; se in Sudafrica 18 milioni di neri non hanno peso politico, smettiamo di comprare oro e diamanti, e così via). Questi semplici collegamenti siamo tardi a farli a causa dell'ignoranza che ci caratterizza (non conosciamo i termini della questione neocoloniale), oppure per pigrizia (crediamo che altri ci penseranno o che debbano pensarci), o per scetticismo (pensiamo che in ultima istanza un boicottaggio economico servirà a ben poco), o addirittura per convenienza (atteggiamento, questo, che riguarda chi fa affari col Terzo mondo). E così, o non ci accorgiamo che la nostra ricchezza dipende per buona parte dalla povertà del Terzo e Quarto mondo, oppure, anche se ce ne accorgiamo, non facciamo niente per modificare questa situazione.

Da noi la borghesia è persino riuscita a convincere l'opinione pubblica che non siamo noi ad aver bisogno del Terzo mondo ma è il contrario. Siamo noi che inviamo i generi alimentari, i macchinari, i professionisti, che concediamo loro i crediti necessari... Le logiche dell'imperialismo e del neocolonialismo sfuggono completamente alla comprensione sociale ed economica del comune cittadino. Si pensi solo ai nostri tecnici e professionisti che vanno a lavorare in quei Paesi, soprattutto quelli petroliferi: essi si sentono autorizzati a chiedere, per il "disturbo", degli stipendi assolutamente esorbitanti. Le aziende che li inviano cioè si sentono in grado di pretendere qualunque cosa, ben sapendo che il Paese petrolifero non ha alternative (almeno fino a quando non fa una rivoluzione politica, come di recente è accaduto in Somalia, dove prima l'Occidente faceva affari sfruttando o dove adesso spera di poterli rifare minacciando di non concedere alcun aiuto a una nazione disastrata a causa della guerra).

Se le nazioni del Terzo mondo rifiutano la nostra "collaborazione" rischiano, per come vivono adesso, di piombare nella rovina più totale (tutta la loro produzione è finalizzata alle esigenze del mondo occidentale); se però continuano ad accettarla non usciranno mai dal circolo vizioso della dipendenza neocoloniale, poiché in ultima istanza chi detiene le leve del potere economico mondiale è l'Occidente. Il Terzo mondo non può conservare gli attuali rapporti di dipendenza sperando di emanciparsi economicamente: basare un'economia prevalentemente sull'export significa camminare sul filo del rasoio. Basta vedere cosa è successo al Brasile, che oggi ha raggiunto il 7o posto nella classifica mondiale dei paesi sviluppati e che ha ben 130 milioni di poveri! Da cosa dipende la ricchezza di una nazione: solo dal PNL o anche da un'equa distribuzione dei profitti?

In tantissimi Paesi del Terzo mondo si esporta solo quello che l'Occidente è disposto a comprare. Ciò comporta l'enorme estensione delle monocolture (tipo caffè, cacao, zucchero, thè, soia, ecc.). Il paradosso del Terzo mondo è diventato di questo tipo: quanto più si esporta tanto più aumenta la povertà per molti e la ricchezza per pochi. L'export infatti, per essere competitivo, deve appartenere a grandi aziende, le quali, tutte private e dotate di grandi mezzi, tendono a inghiottire i piccoli appezzamenti, pagando dei salari da fame ai loro dipendenti. I contadini hanno poco o niente da mangiare, o perché non hanno la terra in proprietà o perché ne hanno in misura insufficiente (quella che coltivano -di proprietà dei latifondisti- produce beni alimentari destinati all'export e non al loro fabbisogno alimentare), oppure perché i salari che ottengono come braccianti agricoli sono troppo bassi per poter comprare gli stessi prodotti alimentari al mercato urbano o altri prodotti occidentali importati. Ecco da dove proviene il nostro benessere, ecco come si regge in piedi il concetto di "libero mercato".

Bisognerebbe popolarizzare il concetto di sfruttamento neocoloniale mostrando che per sfruttare una nazione si fa più uso della finanza, della tecnologia, della professionalità che del "cannone". Bisognerebbe rendere accessibili queste perverse logiche al cittadino comune, partendo ad es. dalla quotidianità: zucchero, caffè, cacao, riso, cotone... da dove provengono? Quanto paghiamo questi prodotti? Il prezzo è giusto? Rispecchia effettivamente la quantità e la qualità del lavoro svolto? In quali condizioni hanno vissuto i lavoratori che li hanno prodotti? Cosa vendiamo al Terzo mondo? A quali condizioni? A quali prezzi? e così via.

Oggi il neocolonialismo è molto sofisticato, ma questo non può impedirci di conoscerlo nei dettagli. In fondo se oggi in Occidente il peso di certe contraddizioni non è così esplosivo, dipende anche dal fatto che l'abbiamo trasferito in altre aree geografiche. Le contraddizioni del capitalismo oggi, che è imperialistico, stanno soprattutto nei suoi legami organici con la periferia, più che al suo interno. Sono questi legami che gli permettono di sopravvivere.

Enrico Galavotti - Homolaicus - Economia