ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


E' DAVVERO MORTA LA PERESTROJKA?

Ha ancora senso parlare di "Stato di diritto" o di "Stato socialista di diritto"? Queste espressioni giuspolitiche, anche alla luce di quanto è accaduto nell'est-europeo, non stanno cominciando forse ad apparire come un tentativo per continuare a giustificare dei sistemi sociali (ivi inclusi quelli occidentali) che democratici non sono più e forse mai lo sono veramente stati?

Detto senza interrogativi, si ha come l'impressione che tenere uniti concetti come "Stato e democrazia" o "Stato e socialismo", o addirittura "Stato e diritto", sia diventato assolutamente deleterio per lo sviluppo dei rapporti sociali e umani. Questo perché l'evidenza sta lì a dimostrare che all'affermazione di uno dei due termini (lo Stato) segua necessariamente, quasi automaticamente, la negazione dell'altro.

La stessa perestrojka sembra essersi incagliata proprio su questo scoglio. Dopo aver sostenuto -a ragion veduta- che la formazione di uno "Stato socialista di diritto" è indissolubilmente legata alla promozione della democrazia, si è posta per così dire in attesa contemplativa dello sviluppo "spontaneo", naturale, della stessa democrazia, senza offrirne però gli strumenti più idonei. Addirittura si è arrivati a credere che per realizzare il socialismo autogestito sia necessario trovare una mediazione tra socialismo e capitalismo, tra pianificazione dall'alto e mercato dal basso.

Questi modi d'impostare il problema non hanno dato i frutti sperati. Si era detto: l'autogestione socialista del popolo non è possibile se non si garantisce il primato della legge o del diritto, che esclude l'arbitrio, l'anarchia e gli abusi dei funzionari statali o di partito.

Bene. Perché allora tutto questo si è fermato? La risposta forse è più semplice di quel che non si creda: perché alla pretesa identificazione di "Stato e popolo" non ha fatto seguito la vera democrazia sociale (o socialista), ma solo l'intenzione di crearla. Nel peggiore dei casi è venuto emergendo il rifiuto istintivo nei confronti non solo di tutto quanto è "statale", ma anche di tutto quanto è "popolare": di qui le tendenze corporative, etnocentriche, antisociali...

Cioè a dire, non si è ancora arrivati ad accettare l'idea che per realizzare la vera democrazia sociale, occorre superare non solo il concetto di Stato, che inevitabilmente amministra in maniera burocratica e piramidale tutta la società; non solo il concetto tradizionale di partito, che si serve appunto delle istituzioni statali per dominare, dividendo la società in "bianchi e neri"; ma va superato anche il concetto di diritto, che da solo non può far funzionare le cose, neppure se è il più democratico di questo mondo, riformato da intense lotte politiche.

La perestrojka l'aveva detto con precisione: occorre sviluppare, in modo organico, dal basso, la democrazia socialista attraverso il decentramento autogestionale e l'uso sociale, collettivo, libero (non imposto dalle autorità superiori) della proprietà, dei mezzi economici di produzione, trasformazione e distribuzione dei prodotti. La perestrojka era giunta a questa conclusione dopo aver costatato che lo Stato socialista non era migliore di quello capitalista, che cioè una proprietà statalizzata non è di per sé più efficiente di una assolutamente privata.

Detto questo però essa non ha fatto, con coerenza e decisione, il passo successivo: che è quello di convincersi che non può esistere vera democrazia sociale se questa non è diretta, immediata, gestita dal popolo, e che il popolo, per operare in maniera efficiente, non può più coincidere con la nazione o, peggio, con lo Stato. Il vero "popolo" è quello che coincide con una unità territoriale limitata, circoscritta anche nei confini geografici, aldilà dei quali la democrazia sociale non diventa -come spesso si dice- più "complessa" o "diversificata", ma diventa "formale" cioè invivibile, impossibile.

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Gli Stati moderni vennero istituiti, oltre che per motivi di "classe", dopo aver sperimentato che le forze sociali potevano produrre, attraverso la tecnologia, un benessere particolarmente elevato. L'organizzazione dello Stato moderno sarebbe stata impensabile in qualunque altra epoca, proprio perché nei confronti delle risorse naturali e umane non è mai esistito quell'incredibile sfruttamento cui ci ha portato la rivoluzione tecnico-scientifica e industriale del capitalismo.

Il capitalismo ha partorito un mostro che, anche contro le sue migliori intenzioni, fa sentire i cittadini alienati e impotenti (inclusi quelli che -come dice Marx- fanno della propria alienazione un motivo per dominare gli altri). Semplicemente perché non si riesce più ad avere un rapporto organico con il contesto locale in cui si vive: ci si sente derubati delle proprie capacità decisionali, gestionali e di controllo. Cittadini e lavoratori sanno bene infatti che fra loro e il contesto locale si frappone sempre un elemento estraneo, che vuol farla "da padrone": è lo Stato.

La perestrojka ha tardato a comprendere il processo di autonomizzazione delle etnie, delle nazionalità e dei gruppi linguistici, religiosi ecc. Ha veduto in questo processo solo gli aspetti negativi della disgregazione, e non ha compreso ch'esso, in realtà, rappresenta solo la forma più istintiva, più irriflessa, di un altro processo, ben più vasto e imponente, che dovrà caratterizzare la democrazia nei prossimi secoli.

La stessa sinistra occidentale spesso non ha lo sguardo rivolto verso il futuro: si preoccupa dello sfascio del "socialismo reale" perché vede solo il dominio incontrastato degli USA, oppure se ne compiace al fine di legittimare la propria rinuncia alla fuoriuscita dal capitalismo. In entrambi i casi non ci si è sforzati di comprendere in che modo la nuova mentalità della perestrojka può portare il mondo intero, e quindi anche l'occidente, verso il superamento dell'antagonismo sociale e internazionale. Molta della stessa intellighenzia sudamericana progressista sembra non aver capito che il "socialismo reale" non poteva continuare a vivere nella stagnazione solo per impedire che il conflitto Est-Ovest si trasformasse in quello Nord-Sud.

Dobbiamo in sostanza capire che solo attraverso l'autogoverno del popolo (inteso come gruppo sociale circoscritto, dotato di autonomia politica e capacità decisionale a tutti i livelli) è possibile superare il mito di una legge imparziale o di uno Stato di diritto, democratico. La legge ha valore nella misura in cui la elabora chi la deve applicare. Chi la deve applicare -diversamente da chi fino ad oggi si è limitato ad elaborarla- sa bene che i rapporti sociali sono sempre molto più complessi di qualunque legge. Le leggi migliori, quelle che veramente rispecchiano gli usi e i costumi di una determinata popolazione, sono -come tutti sanno- quelle "non-scritte", quelle che ci si tramanda per consuetudine, di generazione in generazione, quelle che si cambiano al cambiare dei rapporti sociali, collettivi, di tutta la popolazione, in modo lento e progressivo. Il vero diritto -diceva Marx- dev'essere "disuguale", perché deve tener conto di bisogni diversi.

Si dirà: se nell'ambito locale vigono i rapporti antagonistici (frutto ad es. di un uso privato della proprietà), è impossibile che la legge promuova la democrazia, poiché chi la elabora non sarà mai la stessa persona che la deve applicare; oppure, se si tratta della stessa persona, quella più forte (economicamente) cercherà d'imporre delle leggi la cui applicazione non leda i suoi interessi.

E' vero, ma la storia ha dimostrato, tanto all'est quanto all'ovest, che lo Stato non è in grado di superare i rapporti antagonistici. Nel "socialismo reale" lo Stato cercò di eliminarli statalizzando, con la forza, la proprietà, ma finì col riprodurli nei rapporti tra società civile e Stato, poiché lo Stato e il partito dominavano una società impotente.

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Nei paesi capitalisti -come noto- l'antagonismo della società viene protetto dallo Stato, il quale cerca di renderlo meno insopportabile quando le masse reagiscono con scioperi e manifestazioni, e cerca invece di esasperarlo, togliendosi la maschera dell'interclassismo, quando esse reagiscono con insurrezioni e rivoluzioni.

Questo cosa significa? Che se non sono le masse a distruggere i rapporti conflittuali, che alienano gli uomini e li abbruttiscono, sostituendoli con quelli pacifici, egualitari e democratici, nessuno potrà mai farlo al loro posto. Nessuno cioè potrà mai creare uno Stato così democratico o una legislazione così giusta da rendere inutile il compito delle masse. La perestrojka non può essere costruita solo dall'alto.

Ogniqualvolta il popolo si attende la propria emancipazione o liberazione da parte di forze governative o statali, di sicuro non si realizza alcuna democrazia. Uno Stato che garantisce la democrazia, eo ipso la viola.

Tale assunto i paesi est-europei l'hanno acquisito prima di noi, perché politicamente, nonostante tutto, erano più maturi. Ciò che ancora difetta è la pars construens. Ancora in effetti non si vede da parte di quelle popolazioni un'energia, una capacità autorevole, sufficiente a delegittimare progressivamente le funzioni dello Stato e del diritto. Ancora cioè non si è capaci di trarre le logiche conseguenze dal principio affermato in sede teorica, secondo cui il valore politico fondamentale dello Stato di diritto è quello della sovranità popolare.

Come noto, la concezione dello Stato di diritto si è sviluppata in antitesi a quella retorica o demagogica di "Stato di tutto il popolo", che, a sua volta, aveva sostituito quella estrema, che lo stalinismo aveva protratto anche in tempi di pace, di "dittatura del proletariato". Dalla "dittatura sul proletariato" dello stalinismo si era passati allo "Stato per tutto il popolo" della stagnazione. Oggi si parla di "Stato di diritto" con una pretesa maggiormente realistica, imitando -sul piano dell'espressione formale- la giurisprudenza occidentale. Si afferma cioè che la legge deve essere uguale per tutti, che i diritti non vanno affermati solo sulla carta, ecc., e si aggiunge che il socialismo, a differenza del capitalismo, ha maggiori possibilità, se diventa democratico, d'essere coerente coi suoi principi.

La perestrojka però non avrà futuro se non avrà il coraggio di affermare non solo che lo Stato di diritto è tale solo se si lascia subordinare alla sovranità popolare, ma anche che esso deve accettare l'idea di una sua progressiva estinzione. Oggi infatti siamo arrivati al punto che un decentramento ha senso solo se contemporaneamente si ha un progressivo esautoramento delle funzioni statali, parlamentari e del governo centrale, a vantaggio dei livelli regionali e locali. Questo vale tanto all'est quanto all'ovest.

Quando Lenin, e prima di lui Engels, dicevano che lo Stato socialista deve estinguersi, in quanto non può essere abolito a colpi di decreti e meno che mai può esserlo finché esiste l'antagonismo sociale, sostenevano, in pratica, il primato della società civile (dando per scontato, naturaliter, ch'essa fosse già socialista).

Oggi inoltre sappiamo che la fine dello Stato o del diritto non può essere neppure la "logica" conseguenza di una rivoluzione politica, come si credette l'indomani dell'Ottobre. I bolscevichi hanno pagato cara l'illusione di credere che fosse sufficiente una rivoluzione politica per garantire la libertà a tutti gli uomini. La rivoluzione politica, in realtà, non è che il primo momento della liberazione, quello più elementare, più "facile" -se vogliamo-, poiché è il momento concepito come liberazione da un "nemico" (interno e/o esterno, politico e/o sociale), non è ancora il momento positivo della costruzione della libertà nella pace.

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Da notare, en passant, che il socialismo occidentale spesso si è vantato di non essere caduto nelle aberrazioni del "socialismo reale", mostrando d'aver capito in anticipo che il socialismo, per essere democratico, deve avvalersi delle conquiste giuspolitiche della democrazia borghese (che è "formale" per sua natura). In tal modo si è creduto e si è fatto credere che la transizione dal capitalismo al socialismo doveva necessariamente avvenire in maniera pacifica, non-violenta, senza traumi di sorta... Come se a priori si potesse stabilire una cosa del genere! Si è cioè sperato che la borghesia giungesse alla consapevolezza delle proprie contraddizioni e si facesse da parte spontaneamente, consegnando le chiavi del potere alle forze di opposizione. Si è insomma avuto l'ardire di criticare il "presente" del socialismo in nome del suo "futuro", l'essere in nome del dover-essere.

Già l'Ottobre, in verità, aveva evidenziato la precarietà di queste posizioni. Che cosa fu la rivoluzione bolscevica se non il tentativo di dimostrare che in una società dominata dall'oppressione, le classi che la subiscono non possono coltivare a lungo l'illusione di poterla sopportare?

Il fatto è purtroppo che, puntando più sulla centralizzazione e meno sulla democratizzazione, ad un certo punto la rivoluzione ha impedito che la verità affermata sull'estinzione dello Stato potesse realizzarsi in modo adeguato. L'ultimo Lenin comprese sì la necessità del decentramento e dell'autogestione, ma ai fini del rafforzamento dello Stato non della sua scomparsa progressiva. In questo, certo, egli era condizionato da un mare di problemi: l'arretratezza economica della società e culturale delle masse, l'interventismo straniero, la guerra civile... Era facile in quei momenti pensare che la controrivoluzione sarebbe stata meglio combattuta col centralismo che non con la democrazia. Meno giustificazioni ebbe lo stalinismo, che finì col distruggere tutta l'esperienza dei Soviet, la NEP e qualsiasi forma di decentramento e di autogestione.

Reagendo poi allo stalinismo e alla successiva stagnazione, la perestrojka ha avuto l'occasione di comprendere che la vera, profonda, libertà è quella che si vive in maniera sociale, nell'ambito dei rapporti umani, in un contesto in cui l'antagonismo dovuto alle differenze di classe, di ceto o di proprietà sia risolto non solo politicamente (ché se la rivoluzione si ferma a questo livello non ottiene nulla), ma anche socialmente.

Il primo passo è certamente quello della rivoluzione politica (anche il gramscismo, se non tende a questo fine, è un'illusione), altrimenti l'edificio dei nuovi rapporti sociali è impossibile costruirlo. La spontaneità della transizione è un criterio che può essere accettato in via di fatto: in fondo, tutte le opposizioni a un sistema oppressivo nascono spontaneamente. Ma non la si può accettare come metodo, poiché così nessun sistema oppressivo è mai stato e mai verrà vinto.

La spontaneità, al massimo, la si può accettare, come metodo, dopo che la rivoluzione politica è stata compiuta, dopo che la democrazia sociale messa in atto ha raggiunto una certa maturità, dopo che la responsabilità delle masse, che sentono il collettivo come parte integrante della loro vita, appare come garanzia sufficiente contro il ritorno ai vecchi sistemi. Ma perché questa maturità si formi occorre tempo, molto tempo.

Oggi il compito che attende la sinistra è quello di organizzare un'opposizione consapevole al sistema politico ed economico di questa società capitalistica, che abbia come metodo l'affronto delle contraddizioni a livello locale (per costruire e strutturare il consenso), e come fine l'edificazione di una società autogestita, in cui il livello locale-regionale abbia un primato funzionale, operativo, su quello centrale-nazionale.

In questo senso, un partito che lotta per la transizione, non può essere semplicemente un'organizzazione politica, dev'essere anche uno strumento di promozione dei diritti umani, della cultura, dei rapporti sociali, dell'ambiente... Non nel senso che il partito deve gestire in proprio queste cose, ma nel senso ch'esso deve promuoverle, stimolarle, o raccordarle, se già ci sono.

La democrazia non può più essere intesa solo in senso politico, come spazio da rivendicare per garantire il rispetto di determinati diritti. Essa va intesa in senso globale, complessivo, per il recupero di un'identità perduta e non solo di un diritto violato. E ognuno si rende conto da sé che per recuperare tale identità occorrono anche i livelli sociale e culturale, oltre a quello politico, ovvero la valorizzazione delle risorse naturali, la tutela delle minoranze etniche, la cultura della diversità, la lotta contro il consumismo e tante altre cose non meno importanti.

Il nuovo soggetto democratico e socialista, nel volere l'estinzione dello Stato, non va a cercare dei mezzi efficaci, a livello giuspolitico, validi di per sé, per cercare d'impedire, con sicurezza, che in futuro si ripresenti la violazione della legalità.

La nuova mentalità sa, anzi deve sapere, che non esiste alcuna possibilità d'impedire ope legis una tale violazione, né, tanto meno, servendosi di mezzi repressivi e polizieschi. L'unico modo d'impedirla, infatti, sta nella possibilità che ogni volta ch'essa si presenta, le masse (intese come collettivo e come unità di singoli) si facciano carico della responsabilità necessaria: una responsabilità che deve muoversi in tutte le direzioni. Non c'è altro modo.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015