ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


LE TEORIE DEL SOCIALISMO COOPERATIVO

La teoria dei socialismo cooperativo è una variante delle idee piccolo-borghesi che sostengono la possibilità di passare dal capitalismo al socialismo senza lotta di classe. Suo fondatore fu il socialista utopico inglese R. Owen, le cui concezioni trovarono ampio spazio nel XIX e agli inizi del XX sec., grazie soprattutto alla propaganda del socialismo piccolo-borghese russo ed euroccidentale.

Le principali idee di tutte le scuole e correnti del socialismo cooperativo si riducono in pratica alle seguenti:

  1. abolizione del profitto capitalistico,
  2. sviluppo della cooperazione come organizzazione sovraclassista che unisce gli interessi di tutti gli strati sociali nella persona del consumatore,
  3. sviluppo pacifico della cooperazione in direzione del socialismo tramite varie riforme e trasformazioni nella sfera della circolazione dei prodotti,
  4. creazione, come risultato delle riforme nel settore cooperativo, di una società in cui gli interessi di tutto il popolo lavoratore siano armonicamente sviluppati.

Costretta da alcuni fatti storici e culturali piuttosto importanti (la crisi generale del capitalismo, l'ascesa del sistema socialista mondiale, il diffondersi delle idee del socialismo nel mondo capitalistico), la moderna ideologia borghese ha dovuto, almeno fino al crollo del cosiddetto "socialismo reale", far propri alcuni obiettivi del socialismo cooperativo. Le teorie di questo socialismo sono state propagandate, in un modo o nell'altro, da economisti come K. Hope e R. Goodman (Usa), P. Lambert (Belgio), B. Mathura (India), e da leaders politici come L. Senghor (Senegal).

Il leit motiv di questa teoria resta l'idea che le cooperative di consumo e di produzione liberano i lavoratori dei paesi capitalistici dal giogo dei monopoli; sono in grado di realizzare molte iniziative di carattere sociale; modificano la forma della proprietà; promuovono uno sviluppo pacifico verso il socialismo. L'economista americano Hope sostiene che "il socialismo cooperativo significa sostanzialmente un sistema solidaristico fra consumatori, produttori e Stato ( ... ) in cui i mezzi della produzione sono gestiti dai rappresentanti diretti o indiretti dei consumatori e dei produttori associati con lo Stato. Ciò è molto più rivoluzionario di un socialismo di Stato. La teoria del socialismo cooperativo si basa sul principio della subordinazione della produzione al consumo. Il controllo dei consumatori e i loro bisogni sono il motivo di fondo dell'attività economica".

Le idee del socialismo cooperativo predicate negli Usa e nei paesi capitalistici avanzati hanno cominciato a penetrare nei paesi emergenti d'Asia, Africa e America latina verso la metà degli anni '60 del Novecento. Con ciò si pensava di distogliere l'attenzione dei lavoratori dalla lotta di classe, avvalorando nel contempo la possibilità di poter costruire in quei paesi un socialismo non proletario, fondato appunto sulla cooperazione. In alcuni paesi africani l'idea del socialismo cooperativo è stata trasformata in quella del "socialismo africano", la cui base sarebbe la stessa comunità africana.

La vitalità dell'idea del socialismo cooperativo dipende dal fatto che la cooperazione è un'organizzazione abbastanza vasta dei lavoratori, sia nei paesi capitalistici industrializzati che negli Stati in via di sviluppo. Le cooperative dei farmers sono diventate comuni negli Usa. La loro funzione principale è quella di produrre beni agricoli per il mercato; alcune di queste dispongono di ingenti capitali. La proporzione delle cooperative nel complesso della produzione agricola per il mercato supera negli Usa il 40%, mentre nella produzione di burro e latticini la proporzione sale al 90%. Le cooperative agricole per il mercato si sono sviluppate ampiamente in tutti i paesi dell'Europa occidentale e in quelli emergenti.

Che la cooperazione, sotto alcuni aspetti, attenui l'oppressione dei monopoli, elimini i mediatori nella sfera della circolazione, offra opportunità ai soci di comprendere i vantaggi del lavoro collettivo, abituandoli a compierlo, sono certamente fatti che vanno presi in considerazione. Il socialismo marxista, in questo senso, ha sempre attribuito grande importanza al coinvolgimento attivo dei lavoratori nella gestione sociale di tipo cooperativistico e ha sempre promosso l'unità delle cooperative con altre forme di management del movimento dei lavoratori.

Quand'esso parla di alleanza del proletariato con i ceti medi della popolazione, e delle diversità di forme e modi nella realizzazione del passaggio al socialismo, ha sempre ritenuto che per la formazione di un fronte unito antimonopolistico le cooperative potessero esercitare un ruolo assai significativo come organizzazione di massa del popolo lavoratore.

Allo stesso tempo, però, va detto che è impossibile edificare il socialismo senza la lotta di classe. "Noi abbiamo ragione di considerare - diceva Lenin - questo socialismo cooperativo come del tutto fantastico, romantico e persino banale nel suo sogno di trasformare, mediante la semplice organizzazione cooperativa della popolazione, i nemici di classe in collaboratori di classe e la lotta di classe in pace di classe" (Sulla cooperazione).

Quando Marx valutava le funzioni che le fattorie cooperative avevano esercitato nella metà del sec. XIX, scriveva nel Capitale (notando peraltro che la cooperazione era come una precondizione del socialismo all'interno della società capitalistica): "Le fattorie cooperative dei lavoratori rappresentano all'interno delle vecchie forme i primi germogli delle nuove, sebbene esse naturalmente riproducano, e devono riprodurre, ovunque, nella loro attuale organizzazione, tutti i limiti del sistema dominante".

Le precondizioni infatti non sono ancora il socialismo. Il carattere della cooperazione - come Lenin sottolineò - è determinato dalle relazioni produttive prevalenti in una data società: sotto il capitalismo una cooperativa non è che un'impresa collettiva capitalistica.

Il capitale finanziario, estendendo il suo dominio all'agricoltura, subordina a sé le stesse cooperative agricole. I monopoli concludono vantaggiosi contratti con le cooperative per le forniture di prodotti agricoli, offrono contributi allo sviluppo della cooperazione, ma solo per avere in cambio un rapporto preferenziale e per controllare il giro d'affari delle stesse cooperative.

A loro volta, molte cooperative si trasformano in società per azioni dotate di enormi capitali, chiedono di poter entrare nel listino della Borsa valori, s'impegnano in attività speculative ad ogni livello. Il patrimonio della cooperativa americana Farm Land Industry Inc. agli inizi degli anni '70 superava i 400 milioni di dollari: il che conferma la tesi di Lenin secondo cui sotto il capitalismo le cooperative, "essendo delle istituzioni puramente commerciali, soggette alla pressione delle condizioni competitive, hanno la tendenza a degenerare in compagnie a partecipazione borghese".

In effetti, le cooperative hanno bisogno per sopravvivere di realizzare grandi profitti: il capitalismo non ha pazienza con i deboli. E i loro soci più facoltosi hanno spesso solidi legami finanziari con le corporazioni affiliate a quelle stesse cooperative. I depositi versati dai soci (le quote d'obbligo e i versamenti per ottenere degli interessi) vengono impiegati di regola in operazioni finanziarie e creditizie, al pari di una banca o di una società finanziaria.

Le cooperative realizzano dei profitti commerciali che vengono distribuiti su basi meramente capitalistiche (nulla di più mistificante in questo senso è lo slogan «La coop sei tu, chi può darti di più?»). Le principali caratteristiche dell'impresa capitalistica sono tipiche in genere di tutte le cooperative, ossia la competizione, lo sfruttamento del lavoro, la ricerca del profitto, gli antagonismi di classe, la differenziazione dei soci, ecc.

Le ideologie neocorporative che pervadono il più delle volte queste strutture di consumo non solo sono alquanto lontane dall'auspicare un nuovo tipo di società, ma non riescono neppure a ostacolare la sempre maggiore propensione al consumo, allo spreco e all'inquinamento che caratterizza le nostre società occidentali. Basta vedere la misera fine che hanno fatto le campagne per la frutta biologica, per i detersivi senza fosforo, per le sportine della spesa in cartone o tela, ecc. Questo dimostra che la semplice diffusione della contro-informazione non basta a garantire alcunché.

Viene qui in mente (a proposito di cosa voglia dire in Italia l'informazione a favore del consumatore) la trasmissione televisiva "Di tasca nostra". Cosa è successo a questa trasmissione ch'era così brillantemente condotta dal giornalista Tito Cortese? E' successo che quando l'informazione è tale da mettere in pericolo gli interessi dei produttori e la credibilità dei politici e degli amministratori che li difendono, è meglio non "drammatizzare" e cambiare argomento (o all'occorrenza cambiare addirittura l'impostazione del programma, come poi in effetti si è fatto).

Ancora oggi, quando si parla di consumi, si vede il consumatore lamentarsi di avere scarse o cattive informazioni, di avere poche possibilità di effettivo controllo, e subito dopo gli si fa notare, tramite l'esperto di turno, di essere uno sprovveduto, cioè di non avere abbastanza furbizia, tempismo, cognizione di causa ecc., salvo dover costatare che il mondo della produzione è più o meno libero di fare i prezzi che vuole, di comportarsi come meglio crede e che per questo motivo le leggi che regolamentano il marketing vengono sempre "dopo", ecc. Insomma, una vera beffa.

L'informazione trasmessa dai programmi televisivi serve soltanto ad illudere l'inerme consumatore, vittima dell'assoluto arbitrio del produttore, serve ad assicurargli che una tutela dei suoi interessi è in definitiva impossibile in questa società.

Come osserva con acume R. Canosa in Diritto e rivoluzione (edito da Mazzotta), il socialismo cooperativo è "pericoloso ideologicamente, perché oscura i contrasti di classe che sono alla base degli istituti fondamentali del diritto civile, è incapace di realizzare un'effettiva tutela dei consumatore contraente più debole, che pur afferma di voler proteggere. Costretto in permanenza a fare i conti con la produttività del sistema e con la redditività delle imprese, il suo ruolo resta in ogni caso assai marginale, anche dal punto di vista della idoneità a raggiungere gli obiettivi parzialissimi ch'esso si prefigge".

Fonti


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015