ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


Supply Side Economics e New Classical Macroeconomics

I

La Supply-Side Economics e New Classical Macroeconomics sono le acquisizioni dell'economia politica borghese contemporanea degli anni Settanta e soprattutto Ottanta.

I sostenitori di queste dottrine insistono fortemente sul loro carattere "realista" e formulano delle pretese che superano il quadro della scienza economica. Così, ad es., l'economista americano J. Wanniski - uno degli ideatori della teoria dell'offerta - ritiene ch'essa dovrà essere accettata dai politici per almeno una o due generazioni (cfr. Supply-Side Economics, Washington 1981). Come noto, infatti, nel corso degli anni '80 gli appelli alla politicizzazione di queste teorie neo-conservative si sono realizzati nella politica economica reaganiana, poi proseguiti in quella dell'Amministrazione Bush.

Purtroppo il difetto principale di queste teorie sta proprio nella loro mancanza di "realismo". Friedman, ad es. - che ha elaborato i principi metodologici fondamentali della new classical macroeconomics - identifica gli studi empirici con i calcoli econometrici. Quest'ultimi cioè vengono usati solo come prova supplementare per convalidare i risultati finali della ricerca empirica. In altre parole, i calcoli non servono per smentire, se del caso, delle idee preconcette, ma solo per confermare i postulati da cui si è partiti e a cui non si vuole assolutamente rinunciare.

Per questi economisti l'unico vero problema è quello d'integrare il modo logico-formale di costruzione delle teorie con le ricerche empiriche, non è mai quello di verificare se i presupposti di partenza e le ipotesi di lavoro possono essere falsificati (si veda soprattutto l'opera di Frisch-Tinbergen, Econometrics and Quantitative Economics, Oxford 1984).

Naturalmente assai diverso è il loro atteggiamento nei confronti dei postulati di altre teorie economiche, non assimilabili ai loro schemi artificiosi. Qui i pregiudizi sono così forti che vengono considerate irrilevanti tutte le verifiche, incluse quelle econometriche. Per Friedman, l'unico test adeguato per la validità di un'ipotesi teorica è la comparazione delle previsioni della teoria con l'esperienza pratica. L'attendibilità o meno dei postulati teorici di partenza non ha alcuna importanza se i risultati finali della ricerca sono conformi alla realtà. Questo è il massimo che i neo-conservatori concedono.

La teoria insomma viene usata nella maniera più eclettica possibile, solo per giustificare (sempre e comunque) le realtà del capitalismo, mentre queste realtà vengono considerate una prova della validità di quelle teorie. Con ciò la tautologia raggiunge l'apice. Bene si applica alle loro concezioni un giudizio di Marx riferito a Proudhon: "Invece di considerare le categorie politico-economiche come delle astrazioni fatte sulla base di relazioni sociali reali, transitorie, storiche, Proudhon, per un'inversione mistica, non vede nei rapporti reali che delle incorporazioni di queste astrazioni. Queste stesse astrazioni sono per lui delle formule che hanno dormito nel seno del dio-padre sin dall'inizio del mondo".

Non a caso, infatti, i monetaristi e i supplysiders, riflettendo i principi dell'economia politica volgare, considerano lo scambio e la libera competizione borghese come fattori extrastorici, sovratemporali, né riescono a vedere gli antagonismi sociali inerenti al capitalismo o la natura di classe dello Stato borghese. Da questo punto di vista lo scontro tra i keynesiani e i neo-conservatori rispecchia soltanto le differenze d'interesse fra vari gruppi di monopoli.

Resta comunque il fatto che in questo scontro teorico i neo-conservatori stanno facendo di tutto per superare la strategia keynesiana della regolazione statale dell'economia.

II

La Supply-side economics enfatizza il ruolo dell'offerta (supply side) nello stimolare la crescita economica, in contrapposizione alle teorie keynesiane che, focalizzandosi sulla domanda aggregata di beni e servizi, sostengono che è compito dello Stato intervenire con misure di sostegno alla domanda, qualora la domanda aggregata sia insufficiente a garantire il pieno impiego o comunque il raggiungimento degli obiettivi di politica economica prestabiliti.

Viceversa il sostegno all'offerta deve avvenire, secondo Martin Feldstein e altri supplysiders (in particolare R. Barro, T. Roth e A. Laffer), attraverso l'effetto-incentivo di una minore tassazione, la quale stimolerebbe, in un circolo virtuoso, il risparmio e gli investimenti e quindi una maggiore crescita, che si rifletterebbe a sua volta in maggiori entrate fiscali, nonostante la diminuzione delle aliquote. Inoltre la supply side causerebbe effetti positivi sul tasso di inflazione grazie allo stimolo stesso dell'offerta.

Prendiamo ad es. il cosiddetto "effetto Laffer", che detiene un posto centrale nella supply-side theory. La sua principale idea (con cui convinse Reagan) era che la diminuzione delle tasse stimola il business e, alla lunga, gli investimenti, l'occupazione e il gettito fiscale. Ebbene, l'analisi econometrica effettuata dagli avversari del neo-conservatorismo mostrò che per scattare l'"effetto Laffer" il tasso minimo delle imposte sul reddito doveva raggiungere almeno il 70% (negli Usa), poiché solo in questo caso la sua diminuzione avrebbe procurato i risultati previsti. Ma negli States il tasso delle imposte su reddito era in quel momento di circa tre volte inferiore!

Alcuni esponenti di questa teoria economica entrarono nell'amministrazione Reagan, provocando non solo una diminuzione del prodotto interno lordo, ma anche l'aumento della disoccupazione e un indebitamento colossale del paese. La cosa proseguì nell'amministrazione Bush ed entrambe cercarono di porvi rimedio in tre modi:

  1. il primo è stato quello di permettere alla banche e agli istituti finanziari di compiere speculazioni di ogni sorta, a condizione che si facesse incetta di capitali da tutto il mondo, offrendo tassi di interesse assolutamente appetibili ma anche rischiosissimi (il che ha provocato sconvolgimenti borsistici e crac finanziari e bancari di notevole entità);
  2. il secondo modo è stato quello di vendere il debito pubblico dello Stato a paesi finanziariamente molto forti, come Giappone, Cina e paesi arabi, che però non sarebbero stati in grado di ricattare il paese in quanto più deboli militarmente, anche se certamente sarebbero stati in grado di influenzarlo economicamente (impedendogli p.es. di praticare qualunque forma di protezionismo o di ostacolare i flussi immigratori);
  3. il terzo modo è stato quello di far vedere che gli Usa sono in grado di fare guerre regionali in qualunque parte del pianeta e quindi di controllare grandi giacimenti petroliferi.

Le critiche alla Supply-side economics

L'idea che una minore pressione fiscale faccia aumentare l'offerta di lavoro è stata criticata da chi sosteneva che non vi sono mai state evidenze empiriche in grado di dimostrare che una diminuzione delle imposte, volta a stimolare l'offerta, può far crescere l'attività economica al punto tale da compensare il minor introito fiscale. La diminuzione dell'inflazione durante i primi anni di presidenza Reagan andava attribuita alla politica monetaria e non alla politica fiscale, e comunque la riduzione delle imposte non ha prodotto alcuno stimolo capace di far crescere l'attività economica e le entrate fiscali.

La possibilità di accumulare più capitali, estorcendo plusvalore, non implica in maniera automatica l'esigenza di fare reinvestimenti produttivi: l'impresa può anche limitarsi a fare speculazioni di tipo finanziario. Spesso anzi un aumento esponenziale di capitali può portare un'impresa o una banca ad associarsi con un'altra più debole, obbligando quest'ultima a far pagare la propria inevitabile ristrutturazione ai propri lavoratori, anche con licenziamenti in massa.

In condizioni del genere pretendere - come volevano Feldstein e gli altri supplysiders - che gli Stati facciano pagare meno tasse alle imprese per ottenere più offerta di lavoro e che riducano al minimo gli interventi sociali (assistenza, previdenza, ecc.), per indurre i risparmiatori a reinvestire il loro reddito in maniera produttiva, può portare all'acutizzarsi di gravi conflitti sociali.

L'economia politica neoconservativa non si rende conto:

  1. che per ottenere un'analisi scientifica bisogna prendere in esame non fatti isolati ma l'insieme dei fenomeni relativi alla questione esaminata, senza alcuna eccezione, altrimenti le valutazioni soggettive finiscono inevitabilmente col manipolare il materiale statistico (una tesi può essere apparentemente fondata sul piano statistico-matematico e nel contempo lontanissima dalla realtà);
  2. che in un'economia basata sull'industria il fatto di concedere un'importanza esagerata, per la risoluzione delle crisi più gravi, alle questioni monetarie e finanziarie può portare a effetti distorsivi (illusori) nella valutazione dei problemi;
  3. che le crisi vissute dal capitalismo nascono dalla sua stessa struttura antagonistica e non sono semplicemente effetti congiunturali di un particolare momento sfavorevole, cioè il più delle volte nascono in maniera indipendente dalle linee politiche di questo o quel governo (nel capitalismo è l'economia che domina la politica);
  4. che le crisi vissute nell'ambito del capitalismo monopolistico di stato (in cui cioè lo Stato interviene per sanare le situazioni conflittuali causate dai monopoli), non possono essere risolte con "ricette" che potevano andar bene in una fase economica precedente a questa (quella concorrenziale o quella del laissez-faire), proprio perché l'attuale forma di capitalismo è venuta maturando in conseguenza delle contraddizioni insanabili della fase precedente (le quali non a caso portarono alle due guerre mondiali).

L'economia politica neoconservativa dovrebbe in sostanza rendersi conto che il sistema post-bellico di regolazione statale dell'economia capitalistica (keynesismo) ha fatto oggi il suo tempo e che bisogna trovare nuove soluzioni, che non ripetano gli errori già fatti nel socialismo statale, ma che non rinuncino neppure a considerare la contraddizione di capitale e lavoro come la principale da risolvere.

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Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015