ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


LA VERA DEMOCRAZIA

Qualunque forma di centralizzazione dei poteri porta inevitabilmente a una burocratizzazione della vita sociale. La centralizzazione politica è spesso una rivendicazione di quei ceti intellettuali che mal sopportano l'arretratezza delle masse e che vorrebbero realizzare celermente i loro ideali. Essi infatti temono che proprio quell'arretratezza diventi l'ostacolo maggiore al progresso sociale e culturale.

Tuttavia, una società gestita dall'alto porta ben presto alla morte della democrazia. E' preferibile un lento sviluppo della vera democrazia piuttosto che un veloce sviluppo del centralismo. Con quest'ultimo infatti si possono imporre dei ritmi di sviluppo che facilmente arrivano a produrre dei risultati disastrosi per gli interessi delle masse.

Non bisognerebbe mai dimenticare la differenza tra indici economici di sviluppo e qualità sociale della vita. Farli coincidere è un errore, anzi è mera demagogia far dipendere la qualità della vita (che è questione sociale) dagli indici di sviluppo (che sono calcoli economici sulla produttività).

Di regola ogni forma di centralizzazione dei poteri si accompagna a una sopravvalutazione dell'importanza degli indici economici, i quali peraltro vengono ridotti a meri indici finanziari, all'interno dei quali i cosiddetti "ammortizzatori sociali" svolgono il ruolo di "disturbo", di interferenza che andrebbe minimizzata al massimo. Tant'è che quando si ha anche un lieve abbassamento degli indici di sviluppo relativi al Pil, gli imprenditori paventano subito la possibilità di una crisi, con inevitabili conseguenze sull'occupazione, al punto che possono verificarsi delle reazioni del tutto sproporzionate rispetto all'effettiva gravità dei problemi sociali (licenziamenti, crolli di borsa, fusioni di aziende, esportazione di capitali...).

Tutto ciò avviene perché l'economico non viene considerato come un aspetto del sociale, ma solo come l'ambito prioritario in cui misurare l'entità del fatturato. In realtà i fattori di calcolo, pur avendo la loro importanza scientifica, non possono di per sé indicare il livello di benessere sociale di una popolazione. Altrimenti si sarebbe costretti a dire che una popolazione con bassi indici di sviluppo economico è necessariamente una popolazione primitiva, priva di aspettative, destinata alla marginalità. Tutte cose che rischiano purtroppo di essere vere se questa popolazione è soggetta a rapporti neocoloniali con l'occidente.

Insomma, l'importante è che le masse vengano poste di fronte a delle responsabilità e che non siano guidate nelle scelte più di quanto esse non debbano guidare se stesse.

La transizione a una società più democratica può avvenire o a partire da un rivolgimento dei poteri istituzionali (soluzione politica), oppure con una lenta trasformazione del costume, della mentalità, dei valori popolari (soluzione culturale): che è poi la differenza che esiste tra soluzione leninista e soluzione gramsciana. In realtà si può partire da ciò che si vuole se l'obiettivo finale è quello di arrivare a un effettivo autogoverno delle masse.

Il concetto di democrazia non perderà mai di attualità. Il fatto stesso che in occidente esista solo la democrazia politica e solo in forma parlamentare, cioè delegata, indiretta, è un chiaro indizio di quanto attuale sia il concetto di democrazia sociale, popolare, gestita in maniera diretta.

La più grande tragedia dell'umanità può verificarsi solo quando il popolo, in piena consapevolezza, decide di rifiutare la democrazia in favore del centralismo.

Democrazia antica e moderna

E' impensabile che nei regimi antagonistici gli aspetti positivi del senso di umanità dell'uomo possano prevalere su quelli negativi. Quest'ultimi anzi diventano col tempo sempre più gravi, al punto che assumono le sembianze di vere e proprie catastrofi sociali e ambientali, fino al crollo di intere civiltà.

Finché nelle società antagonistiche esiste una lotta tra classi sociali con interessi opposti, c'è la speranza che qualcosa possa cambiare per il meglio, ma nella misura in cui questa lotta si attenua, ecco che gli aspetti negativi tendono a prevalere nettamente sugli altri.

L'attenuazione della lotta di classe può anche essere un effetto dell'accresciuta democrazia, ma può anche essere la conseguenza di un arretramento da parte delle forze progressiste rispetto alle posizioni faticosamente acquisite.

I dirigenti delle classi oppresse, quando non più abituati a essere controllati dalla base che li ha eletti, tendono a corrompersi, a compromettersi con le forze egemoniche, e proprio nel momento in cui mostrano di accontentarsi dei risultati raggiunti.

Quando poi la corruzione si estende sino al punto in cui gli uomini non sono più capaci di trovare in loro stessi la forza morale e l'intelligenza per risolvere i loro problemi di sopravvivenza, facilmente finiscono con l'affidarsi alla volontà di popolazioni straniere. Come i romani oppressi dallo Stato totalitario, che ad un certo punto preferirono sottomettersi al dominio di quelli che fino a poco tempo prima venivano definiti col termine spregiativo di "barbari".

Il meglio di sé la Roma antica lo diede sotto la repubblica. Durante l'impero le idee della democrazia furono portate avanti, con tutti i limiti che conosciamo, dal cristianesimo.

Le istituzioni romane imperiali, proprio per aver rifiutato le esigenze della democrazia repubblicana, portarono la civiltà a una progressiva rovina, al punto che se non ci fosse stato il cristianesimo la rovina sarebbe stata definitiva.

L'incontro della cultura cristiana, che esprimeva una certa istanza democratica, con la cultura barbara, che esprimeva anch'essa una sorta di democrazia sociale, produsse una civiltà - quella feudale - che sul piano dei valori umani costituì un indubbio progresso rispetto alla civiltà romana.

Forse avrebbe potuto esserci una transizione ancora più democratica dallo schiavismo romano al servaggio feudale, ma è fuor di dubbio che questo non sarebbe potuto avvenire senza il concorso delle masse.

Molto meno democratica o comunque molto più ipocrita fu la transizione dal feudalesimo al capitalismo, poiché qui, pur essendoci un diritto civile formale, ovvero una libertà giuridica sbandierata ai quattro venti (la cui estrinsecazione principale era costituita dalla contrattazione salariale), di fatto l'operaio nullatenente si troverà a vivere una situazione che sul piano pratico non era molto diversa da quella dell'antico schiavo romano. Anzi, ai più diritti acquisiti faceva da contrappeso una minore garanzia di sopravvivenza: sotto il capitalismo il lavoratore per la prima volta sperimenterà il diritto di morire di fame.

L'imprenditore è riuscito a convincere l'ex-servo della gleba che in nome della contrattazione l'operaio poteva sentirsi libero di scegliere la propria vita. Pur non disponendo che della forza delle proprie braccia, l'operaio si sentiva un cittadino libero, facendo così risparmiare all'imprenditore le spese del mantenimento domestico dell'ex-schiavo.

Noi ancora non abbiamo visto tutti gli effetti devastanti di questa assurda civiltà. Due guerre mondiali non sono state sufficienti per convincere gli uomini a pretendere un suo decisivo superamento. Infatti, l'illusione di una libertà che nella sostanza è meramente formale, e che a tutt'oggi viene pagata dalla gigantesca schiavitù dei popoli terzomondiali, non ha ancora prodotto gli effetti devastanti che tutte le illusioni sociali, collettive, generalmente producono sulle civiltà.

Fintantoché quei popoli non si saranno emancipati, noi occidentali continueremo ad usufruire di quel sufficiente benessere che serve appunto ad alimentare le illusioni sulla sua effettiva provenienza.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015