Il magistero di Alain

Dario Lodi


La vita è un lavoro che bisogna fare a piedi. (Alain, da “Cento e un ragionamenti” – a cura di Sergio Solmi, Einaudi)

L’ovvietà è una cosa delle più difficili da trattare. Si rischia continuamente di cadere nel ridicolo. Questo, intendiamoci, se l’ovvietà fosse davvero patrimonio comune. Ovvero, se il principio etico facesse parte, come la pelle, come il sangue, di ogni uomo. Alain (Émile-August Chartier, 1868-1951) immaginò che l’etica fosse davvero come pelle e sangue, solo che rispetto ai due era più nascosta, più dentro, nei meandri della coscienza: “semplicemente” s’impegnò a portarla in superficie.

L’impegno era facilitato dalla sua professione d’insegnante, che tuttavia non concepiva come un mestiere, bensì come una missione. Nulla di romantico e di svenevole. Alain era una persona coerente e amava la concretezza. I suoi “Propos” (Propositi, ma la traduzione non rende) sono articoli brevi e concisi, iniziati nel 196, impastati di buonsenso: diresti, già ma questo è ovvio e invece sei incalzato da una prosa intelligente, acuta, spiazzante. Priva di retorica e di pedanteria. Sono chiacchierate intorno ad un argomento a scelta. Alain s’interessa a tutto. La sua, però, non è tuttologia, è ricerca di consapevolezza della base del tutto.

Sono circa tremila gli articoli in questione. Il nostro scrittore ebbe lettori entusiasti, quali Raymond Aron (un esempio di pacifismo e di umanesimo moderno, razionale e appassionato) e Simone Weil (una paladina della morale fra i più credibili del secolo scorso). Alain va al sodo e ragiona con la lucidità tipica degli illuministi, ma con uno stile ancora più conciso e semplice. Importante per apprezzarlo in Italia è il volume “Cento e uno ragionamenti” a cura di Sergio Solmi (un intellettuale esemplare), edito da Einaudi.

L’etica è una parola praticamente sconosciuta in questo mondo dominato dalla finanza brutale, ma senza di essa – recepita per lo meno a livello formale – non c’è storia per l’umanità. Quest’osservazione non nasce da un sentimentalismo convenzionale, ma è frutto (o vuole essere frutto) di considerazioni serie e sentite. L’uomo non è solo istinto, bensì è anche sentimento e ragione. È con sentimento e ragione che si è evoluto ed è con la ragione che si emanciperà, probabilmente, dalle leggi naturali.

Alain non predica l’emancipazione, si “accontenta” di una prima, significativa, stabilizzazione. Egli dice che vi sono delle regole facili da imparare, capaci di far vivere meglio. Il problema sta nel rispettarle. L’ovvietà, a questo punto, diventa meno ovvia perché non si è abituati a fare ciò che si dice sino in fondo, ma certo si potrebbe. Alain è un risvegliatore di coscienze e come tale invita a dubitare di tutto ciò che si fa: ciò che si fa è corretto? Perché si agisce in questo modo? C’è un modo migliore?

Può apparire strano, per via delle abitudini, ma un modo migliore c’è di sicuro. Intanto, indaghiamo sulla realtà che viviamo. Alain, naturalmente, si riferisce al suo periodo, ma sa prenderlo ad esempio per la formulazione di un discorso generale. La sua esperienza diventa una sorta di trattato filosofico esposto bonariamente, ma non per questo superficiale, anzi. La letteratura incipriata storce un po’ il naso di fronte al dettato del nostro scrittore, ma, prigioniera del proprio mito, sbaglia, si perde molto a non prendere come maestro di pensiero un campione di conoscenza interiore dell’uomo quale fu Alain. Rimanga con i suoi schemi consunti, verrebbe da dire. Meglio stare con il Nostro.

Di capitale importanza, per comprendere il carattere del nostro personaggio, è il suo libro “Marte o giudizio sulla guerra”, anno 1921. Alain era un pacifista, ma non sfuggì alla chiamata alle armi. Nel 1917 fu mandato a casa per una grave ferita a un piede. Lui caporale (non volle mai un grado maggiore), osservò e descrisse con straordinaria vivezza la terribile esperienza della trincea. La sua sofferenza maggiore era il senso di schiavitù. Da qui il disprezzo per gli ufficiali, che trattavano le persone come bestie. Gli assalti erano vere e proprie mattanze e i comandi ne erano del tutto indifferenti.

Alain, irreligioso, ammirava il Vangelo e concepiva il Cattolicesimo come un abbraccio fraterno fra gli uomini, affidandosi al significato etimologico del termine. Non è cosa da poco che persone come lui sanno tenera viva, non da un punto di vista ideale, magnifico ma astratto, quanto razionale. La fratellanza porta a sostanziare il concetto di umanità che ha successo se le risorse intellettuali di ciascuno vengono messe a frutto, a disposizione degli altri. Alain va a scavare nella certezza di trovarle e nella speranza, robusta e coinvolgente, di vederle sbocciare e fiorire ininterrottamente.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015