La versione di Djuna Barnes

Dario Lodi


Djuna Barnes (1892-1992), scrittrice newyorkese, è nota per il romanzo “Nightwood” (“Bosco di Notte” o “Foresta di notte”: varie le edizioni italiane, l’ultima è del 1983 di Adelphi, a cura di Giulia Arborio Mella). Il romanzo è del 1936 e parla di una vicenda complicata, con personaggi luciferini, disinvolti, disinibiti. Molto sesso, ortodosso e no (quest’ultimo al calor bianco) e tanto barocchismo. E ancora, intrighi, questioni sociali e razziali, tanto capitalismo, tanta borghesia malata, spleen e reazione fisica improvvisa.

Il testo gode di un’introduzione di T.S. Eliot. Forse un gesto di amicizia, certo anche di stima per la persona che i contemporanei descrivono bella, sicura di sé, altera, un po’ insolente. Il noto scrittore ammirò sicuramente anche la storia, la sua complessità, quell’incedere con il bisturi in mano, quell’affondare e trattenersi, quel compiacersi delle ferite, più della scoperta del marcio.

Perché, in fondo, la Barnes è pur sempre un’autrice convenzionale, seguace della prosa raffinata del tempo, dove crudezza e concettosità andavano a braccetto e dove la ricerca del marcio era un imperativo categorico, lo volesse o no l’autore. Il pubblico di lettori, allora ristretto, un circolo, si aspettava certe denunce e pretendeva considerazioni morali, memore delle pretese vittoriane, approdate anche in America, parimenti puritana. Il cordone ombelicale con l’Inghilterra è dimostrato dalla prosa assai simile a quella della Barnes (tranne l’amarezza fondamentale a favore dell’autrice inglese) della grande Virginia Woolf. Entrambe si sono ispirate al clima culturale di quell’ambiente speciale, ereditato dai circoli vittoriani e opportunamente aggiornato secondo approfondimenti letterari.

Quell’aggiornamento ha determinato psicologismi estremi, analisi accademiche baciate, anche troppo, da protagonismi salvifici nei confronti dell’equilibrio intellettuale e nei confronti di una morale più decorosa di quella, oscurantista, del periodo precedente: la morale a sostegno del valore del pensiero e del comportamento personale. Perché ciò avvenisse, era necessario mettere in piazza una volta per tutte la situazione vergognosa della società borghese. Solo riconoscendo il male si può arrivare al bene. La nostra scrittrice, che di questa borghesia faceva parte, arriva vicino alla denuncia definitiva, ma poi, per così dire, si ravvede limitandosi a creare dei casi, come faceva Lombroso nei suoi studi. Il male è lì, sembra dire, rimuoviamo quei brutti ceffi.

La Barnes rischia di cadere nel pettegolezzo, nel lubrico e nella trattazione facile, tradizionale, di temi (come il razzismo) che richiedono ben altra attenzione, ben altro coraggio e molto più scrupolo. La nostra scrittrice è molto disinvolta, manipola con sapienza la narrazione, ma non va molto oltre la superficie delle cose e non si fa coinvolgere da ciò che racconta. Lei, borghese come i borghesi di cui dice peste e corna, assume il ruolo di coscienza superiore, si prende la licenza di giudicare in modo inappellabile. E ci prende gusto pagina dopo pagina.

La nostra scrittrice muove i personaggi come burattini e gira le cose come vuole: burattini e cose non si formano strada facendo, conquistando comunque una loro dignità (com’è nel caso di un vero scrittore, ad esempio Dostoevskij), ma nascono a tavolino: ecco perché intorno a tutto questo la Barnes ha modo di sciorinare una prosa scintillante, sapiente, intelligente, in continuo crescendo, come guidata da un desiderio di affabulazione corposo.

Non bisogna esagerare con le negatività: il romanzo ha momenti splendidi, invita alla lettura, ma è una questione formale non sostanziale. La Barnes non dice nulla di nuovo, benché sia tesa a farlo, e persegue una morale che non si stacca dalle frasi fatte, dalle parole consunte.

La prosa notevole e la disinvoltura delle descrizioni, sembrano rivalse femministe. L’apparenza viene via via confortata da una scrittura sostanzialmente sopra le righe, continuamente vogliosa di stupire: ecco la padronanza della frase, ecco quella del concetto. Notate come so le cose e come le so raccontare. Riesco a nobilitare anche la volgarità. Inoltre, mostro un distacco da tutte queste miserie terrene. Invece ne era coinvolta, suo malgrado, come tutti.

Lettura, dunque, interessante, come dimostrazione di una fama non usurpata, ma per motivi che non hanno niente a che vedere con l’introduzione di un letterato allora in voga, Eliot, appunto. Capita. Lo richiede la galanteria, ma certo non bisogna esagerare. Dire che “La foresta della notte” è un romanzo epocale pare veramente troppo. Non fa bene alla letteratura e neppure all’autrice, che pensava sicuramente a un elegante e pungente intrattenimento, non a qualcosa di estremamente significativo. Almeno si spera.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015