La ribellione di Simone de Beauvoir

Dario Lodi


ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale …

(La forza delle cose)

Simone de Beauvoir (1908-1986) è oggi nota soprattutto per essere stata la compagna di Sartre. Non ne sarebbe contenta in quanto per tutta la vita cercò l’indipendenza, insistendo nel far valere la propria personalità. Che di personalità fosse dotata è provato dai molti suoi scritti (romanzi e saggi) fra cui il famoso “Il secondo sesso”, un volume corposo nel quale l’autrice passa in rassegna il calvario della femminilità. Questo calvario non è tanto cosa a sé, quanto fenomeno indotto dal maschilismo imperante da sempre. La de Beauvoir non fa del vittimismo, ma descrive dettagliatamente la difficoltà di essere donna in un mondo di uomini, avanzando a ogni pagina la necessità di rispettare ogni essere umano, sia come sia fisicamente.

“Il secondo sesso” uscì in Francia nel 1949, in Italia nel 1961 (presso Il Saggiatore, trad. di Roberto Cantini e Mario Andreose): anticipava le rivendicazioni sessantottine con piglio insolito, con argomentazioni rabbiose ma solide e con una prosa affascinante per lucidità. La scrittrice e filosofa (si era laureata con una tesi su Leibniz) da poco non insegnava più (precisamente dal 1943, allorché fu allontanata dalla scuola per la relazione con una minorenne) e, in qualche modo emarginata dalla società, reagiva così, scrivendo un lungo saggio, a una situazione che ai suoi occhi la vedeva vittima di un conservatorismo senza sangue. Conosceva Sartre da vent’anni, era andata a vivere con lui, e sicuramente il guru francese le aveva ispirato un coraggio nuovo: quello di esprimere emozioni e pensieri senza filtri di sorta.

Il sodalizio con Sartre era dei più aperti. Ognuno era libero di vivere la propria vita amorosa. Si raccontava che una volta ebbero un amante in comune (si trattava di una ragazza liceale, Sartre non se le faceva mancare, promettendo, a quanto pare, promozioni o raccomandazioni in cambio di sesso) senza la minima difficoltà. La de Beauvoir visse di sicuro una breve ma intensa storia d’amore con lo scrittore realista americano (alla Theodore Dreiser) Nelson Agren poco prima di scrivere il suo testo più famoso.

L’Esistenzialismo è l’ambiente ideale per la nostra scrittrice. Le consente di usare la massima liberalità comunicativa e la più decisa disinvoltura espressiva. La de Beauvoir sembra divertirsi a scombinare i rapporti tradizionali, le abitudini fossilizzate, le convenzioni, il perbenismo. Il tutto nel nome di un amore sconfinato per la razionalità. Siamo, intendiamoci, a una razionalità fatta soprattutto di parole decise a snodare temi essenziali, prigionieri di legacci storici, a favore di un respiro vitale in crescendo. Del resto, l’Esistenzialismo prevede un comportamento contingente, non con la mentalità del “carpe diem” bensì con quella del “vivi il momento” ovvero agguanta il suo senso per vivere meglio l’istante successivo.

Gli altri testi della sua produzione sono definiti, generalmente, un corollario al suo testo maggiore (anche come mole, di oltre cinquecento pagine). Fra di essi, leggibili anche solo a capitoli, risultano molto simpatici “La forza delle cose” e “Memorie di una ragazza perbene”: nella sostanza, meglio i saggi dei romanzi. La de Beauvoir ha il dono della sintesi e della chiarezza espositiva, non eccelle nel ricamo. A differenza di Sartre, che spesso sembra compiacersi troppo della sua intelligenza e che altrettanto spesso si perde in virtuosismi concettuali, involvendosi, la de Beauvoir va diritta allo scopo senza mai voltarsi indietro e senza mai battersi le mani.

I tempi, gli anni del secondo dopoguerra e i tormentati anni Sessanta, favorirono interventi polemici, sovente accolti come riferimenti nuovi, come rinnovamento dei sistemi del mondo. Non abbiamo avuto, tuttavia, interventi fatti di riflessioni profonde, bensì espressioni risentite e vere e proprie rivendicazioni viscerali, fagocitate dalla “coda” dell’indignazione per la guerra mondiale e per la scoperta dei lager e dei gulag. Nel secondo caso, per opportunismo, la cosa fu sottaciuta. Stalin rimase un eroe sino alla fine. Alla sua morte, nel 1953, fu pianto quasi fosse venuto a mancare il nuovo Salvatore. Sartre stesso si libererà a fatica della sua fede comunista (peraltro del tutto tradita dal regime sovietico) e quando lo fece fu per abbracciare una nuova opportunità: quella di vivere all’ombra del proprio mito.

La de Beauvoir non fu mai un’opportunista. Forse soffrì per non essere diventata un mito, ma soltanto la madre del femminismo, con i pochi pro e i molti contro questa figura, a causa della degenerazione del fenomeno femminista. Quest’ultima era inevitabile, considerando le premesse alle quali la nostra stessa scrittrice aveva prestato il fianco, seppur parzialmente e certo involontariamente. D’altro canto, la questione agitata, sostanzialmente sacrosanta, è andata verso soluzioni di tipo rivendicativo, sfociando per lo più in richieste paritarie fra uomo e donna secondo il principio machista. Una questione fisica, quindi, più che mentale, con esclusione, di fatto, degli esseri meno forti.

Per farsi valere con immediatezza, la nostra scrittrice ricorse a un’esposizione energica dei propri diritti. L’indignazione per le condizioni di vita della donna, costretta a subire l’eterno declassamento sociale, impedisce, tuttavia, una disamina serena dell’ingiustizia. Manca la trattazione storica del fenomeno, mancano le motivazioni di fondo della disparità fra uomo e donna. Se quest’ultime non vengono reperite, risulta impossibile rimuovere l’ingiustizia. Fermarsi alla denuncia civile, al rimprovero per la deficienza culturale che consente la disparità, aiuta sino a un certo punto a risolvere la questione. Vanno evitate rivendicazioni e respinte le tentazioni parodistiche. La donna non ha bisogno di “vestirsi” da uomo. Si deve ragionare in termini di essere umano. La de Beauvoir, fra le righe, ci tenta seriamente, animata da una sensibilità che la conduce oltre i condizionamenti intellettuali da uomini. Quanto meno, la nostra scrittrice non si affida ciecamente ai codici tradizionali, bensì cerca di trarli a sé, di tradurli nel linguaggio della propria sensibilità, importa poco con quale reale risultato: nel senso che il tentativo è già in se significativo, lodevole perché sincero e sentito, interessante perché combattivo con armi anche insolite, proprie, di propria esclusiva creazione, sue.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015