La verve di Isaiah Berlin

Dario Lodi


Isaiah Berlin (1909-1997), filosofo, politologo e grande saggista, si distingue come pensatore per il suo rispetto nei confronti del pluralismo delle idee. Berlin – che conosciamo per l’opera di raccolta e di pubblicazione delle sue conferenze da parte dell’allievo Henry Hardy (1949)  – non ha prodotto un “opus magnus”, cioè non ha prodotto un pensiero filosofico monolitico, ma accolto varianti dando pari dignità intellettuale a ciascuna di esse.

Il fenomeno, piuttosto nuovo nella storia della speculazione umana, non è andato a finire nel qualunquismo per la grande abilità dialettica del nostro filosofo. Grazie a questa abilità, il lettore è portato a considerare le varie opzioni in quanto inserite in una logica ben precisa di evoluzione storica del comportamento umano. Nel suo libro forse più famoso “Controcorrente” a cura del solito Henry Hardy (in Italia edito da Adelphi con traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti), Berlin espone tutta una serie di opinioni su vari personaggi e varie situazioni storiche, secondo un’articolazione concettuale ampia così come ampi sono stati i diversi risultati degli avvenimenti: accanto a quelli contingenti, quelli potenziali per una ulteriore evoluzione civile.

Nell’intervento del 1958 intitolato “Due concetti di libertà” il filosofo russo, (allora la Lettonia, lui era nato a Riga, faceva parte dell’impero zarista) emigrato in Gran Bretagna, (a Oxford per l’esattezza), parla di libertà positiva e di libertà negativa. La libertà positiva è quella assoluta, quella negativa è limitata dallo Stato. Detto in breve, la prima è naturale, la seconda è innaturale e può portare alla dittatura. Berlin non opta né per l’una né per l’altra, ma certo, in buona sostanza, tifa per la prima, a patto che sia virtuosa. Il filosofo non parla mai di virtù, ma la sua trattazione dotta prevede, lui lo voglia o no, una preparazione personale all’uso della libertà che esclude l’anarchia banale, che si allontana cioè dal concetto di uomo lupo fra gli uomini.

Essendo la società la sede più conveniente per l’esistenza dell’uomo, ecco che il rispetto, almeno elementare, dell’altro diventa utile al sistema. Non si parla di uguaglianze utopistiche, ma di considerazione basilare della figura umana. D’altro canto, la libertà assoluta è del tutto impossibile: qualcosa, vivendo, condizionerà sempre, in un modo o nell’altro, l’esistenza di chiunque. La libertà negativa, ovvero quella condizionata a monte, decisa a tavolino, nasce da un progetto di tenuta dell’impianto sociale ed è quindi vicino ad ogni individuo affinché il progetto funzioni a dovere per il bene ultimo dell’umanità. Può diventare una dittatura, ma può anche trasformarsi in una democrazia avanzata: dipende dai soggetti che formano l’insieme. Dipende dalla loro maturità civile, dal loro senso di responsabilità personale entro una logica di responsabilità generale.

Il nocciolo della questione sollevata da Berlin sta nella necessità da parte del singolo di assumere la direzione della propria esistenza annullando le tutele ancestrali nel tempo metaforizzate e istituzionalizzate: l’invito diretto ed indiretto del filosofo è quello della reinvenzione dei propri comportamenti sostenendo la razionalità, la speculazione intellettuale, con lo scopo di sviluppare più il concetto dei doveri che quello dei diritti. Tale scelta consentirà di superare l’attenzione archetipica verso salvaguardie epidermiche, irrazionali, istintive.

La lettura dei saggi di Isaiah Berlin fa parte di quanto di meglio ci si possa augurare. Il libro citato, “Concorrente”, è una miniera di sana erudizione e di osservazioni, come ad alta voce, temperate da una saggezza straordinaria e arricchite da un desiderio quasi incontenibile di affabulazione magica, dove ogni frase ha in serbo inviti speculativi seducenti e convincenti.

Persuade il tono dello scrittore, convince la freschezza della parola. Berlin discute di Illuminismo senza pregiudizi di sorta, parla del realismo di Machiavelli, espone la cesura fra scienza e studi umanistici, rivela il concetto vichiano di conoscenza (conoscere è vivere le cose, calarsi in esse), si sofferma sulla visione storica di Vico (ogni avvenimento va contestualizzato: ma se giustificato in assoluto verrebbe a mancare  l’evoluzione umana – nota di chi scrive), ridimensiona Montesquieu, accenna a Hume e alla reazione antirazionalista tedesca, riscopre Herzen, Mose Hess, indugia su Disraeli, su Marx, scopre la bella ingenuità di Verdi, evidenzia la personalità di Sorel, tratta  a fondo il tema del nazionalismo. Sono 523 pagine scritte benissimo, affascinanti, coinvolgenti, perspicaci, dalle quali si esce con la mente più viva che mai.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015