Gli stupori di Thomas Bernhard

Thomas Bernhard

Dario Lodi


In un racconto, Thomas Bernhard (1931-1989) descrive la propria esperienza di malato nel sanatorio austriaco di Grafemhof, mostrando divertito sbigottimento per l’andamento delle cose in quel luogo di involontarie torture psicologiche. Come se la scienza l’avesse dato per spacciato da tempo e quindi si meravigliasse non poco di trovarlo vivo e vegeto tutte le mattine. Il medico di turno passava di gran carriera e vedendolo ancora in buone condizioni affrettava il passo scuotendo la testa e bofonchiando chissà che fra sé e sé. Fatti pochi passi, il suo caso era già stato scordato.

Questa testimonianza spiega bene il carattere dello scrittore austriaco (per nulla amato in patria, ma certo e finalmente rispettato: anzi c’è addirittura un museo a suo nome, nel quale si possono ammirare anche un centinaio di scarpe, un mania insospettata e insospettabile del Nostro). Il medico del sanatorio (tutti i medici erano uguali agli occhi di Bernhard e quindi se ne può parlare come fossero uno solo) era il paradigma della vita che non vede l’ora di sbarazzarsi di un suo rappresentante malaticcio. Oppure si meraviglia che sia ancora lì benché non serva al mantenimento della sopravvivenza, seppur minima. La precarietà vitale era ben conosciuta da Bernhard, affetto sin da giovane da una grave malattia ai polmoni (la sarcoidosi: mette a serio rischio il funzionamento del cuore; oggi è molto più curabile di allora, ovviamente) e da lui assai temuta. E’ intorno ad essa che ruotano parecchie sue riflessioni e considerazioni sui valori dell’esistenza rispetto alla condanna a morte cui tutti quanti siamo sottoposti.

La condanna a morte è una vera e propria ossessione per l’intellettuale austriaco e dunque la sua espressione – peraltro vitalissima – è inevitabilmente legata a questa spada di Damocle che lui avvertiva sulla propria testa come pochi (è “talento” chissà quanto augurabile). La sua prosa, dunque, è  caratterizzata da una concentrazione apparentemente distaccata dalle cose, come se fossero trattate da scienziato, mentre, al contrario, è fortemente mescolata con esse: c’è in Bernhard come una paura di perderle, di vederle svanire sotto i propri occhi, mentre lui, impotente, è costretto a guardare. La prosa si permette, quindi, pause ironiche, osservazioni divertite sulla fatuità del tutto nonostante la grande importanza che ad esso viene attribuita.

Il fenomeno di queste osservazioni e dell’ironia, infine sottile e tagliente, e quanto mai suggestiva, si avverte anche in opere di una certa mole, come Gelo e soprattutto Perturbamento (praticamente autobiografici). Il secondo libro, considerato il suo capolavoro, è una sorta di educazione alla vita del tutto involontaria: l’autore assiste ad avvenimenti comuni sentendoli come drammatici e talvolta tragici al di là della “normale” tragedia quotidiana. La realtà, per Bernhard, è una specie di rullo compressore che travolge ogni cosa con indifferenza. Ma c’è il problema della coscienza individuale. E ancora di più, se vogliamo, della sua coscienza particolare.

La malattia fa la sua parte nell’opera dello scrittore austriaco, ma certo non la domina. 

Semmai è responsabile della relativa acidità di fondo. Questa acidità è un commento estremo, al quale Bernhard accede con rabbiosa lucidità. Non è una rabbia superficiale, bensì una rabbia meditata, ben metabolizzata e infine espressa con una rassegnazione diretta, assunta responsabilmente, sebbene a fatica. Ma la fatica in questione non è negativa: è positiva, nel senso che questo grande personaggio l’affronta e l’accoglie sapendo bene come affrontarla e come accoglierla. Lo fa di volta in volta, vivendo sino in fondo le provocazioni “naturali” dell’esistenza. A questo punto, Bernhard fa vedere le carte: la sua è una testimonianza vivissima del problema esistenziale dell’uomo in genere. Non c’è alcuna rete di protezione se si guardano le cose in faccia. I riti, sia religiosi, sia laici, sono scopertamente delle dimostrazioni di capacità illusoria e delle supervalutazioni senza basi solide della personalità umana. Il mondo vero è altra cosa. Quello umano è un grande baraccone di cartapesta e di fuochi artificiali che bruciano in un attimo. Non rimane neppure il ricordo. Indirettamente, tutto questo provoca una reazione significativa, fa comprendere che le famose supervalutazioni devono diventare valutazioni oggettive e devono essere riempite di sostanza palpabile.

L’uomo può molto, seguendo correttamente il suo istinto, affidandosi alle proprie virtù speculative, quelle che non si accontentano certamente di sogni. Thomas Bernhard sembra dire che sinora si è solo sognato e che è giunta l’ora di aprire gli occhi. La luce forte fa male, ma poi ci si abitua, o ci si dovrebbe abituare. Forse a Bernhard non importava raggiungere un obiettivo, importava di più porre il problema, anche se era amareggiato dalla mancanza di una soluzione. Ha suggerito, però, il rispetto per la dignità del pensiero umano, della figura umana oltre se stessa, e chissà …

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015