La vita difficile di Luciano Bianciardi

Luciano Bianciardi

Dario Lodi


L’intellettuale più arrabbiato dell’Italia del secondo dopoguerra fu Luciano Bianciardi (1922-1971). Ma stiamo parlando di un intellettuale vero. Lo scrittore è noto praticamente solo per un libro: “La vita agra”.

In questo libro, Bianciardi denuncia un grave malessere sociale. In realtà, il malessere è una sua idea fissa, in quanto i destinatari della sua attenzione sono abituati ad abbassare la testa da tempo immemore, sperando, con tale comportamento, di guadagnarci qualcosa, ovvero di non perdere quel poco che hanno. 

Il libro tratta di una ritorsione epocale: i capitalisti sono responsabili, direttamente o indirettamente, della morte di alcuni operai che il protagonista intende vendicare facendo saltare la sede principale del capitalista direttamente implicato nella tragedia. L’eroe bianciardiano non ci riuscirà per una serie di contrattempi pratici, alla base dei quali c’è la mancanza di uno spirito solidale. Ma questa mancanza non è tanto dovuta a precisi egoismi, quanto a necessità individuali indilazionabili che Bianciardi non vuole e non può capire.

La sua volontà di non capire è più forte, ovviamente, della sua incapacità di farlo. Essa viene da una indignazione di fondo per l’ingiustizia del sistema sociale e per il degrado, relativo, dell’umanità. Non è possibile, secondo lo scrittore, un mondo livellato a questo modo con gente che adopera altra gente per bassi scopi. L’Italia di Bianciardi sta vivendo il boom economico e il capitalista fa di tutto per fare soldi, incurante delle conseguenze per gli operai.

Sicuramente in tutto questo c’è dell’esagerazione prodotta dal risentimento per lo stato delle cose. Lo scrittore se la prende soprattutto con gli operai che non reagiscono come dovrebbero reagire. L’utopia è evidente. Una reazione drastica provocherebbe disastri occupazionali, sospensione, o addirittura annullamento, dei mezzi per la sopravvivenza, e nessuna catarsi.

La massa non è una classe sociale. Gli operai sono uniti solo dalla povertà e dalla mancanza di potere. Il potere non possono prenderlo a spallate, né poi saprebbero che farsene, non essendo preparati ad averlo. La povertà li inchioda ai piedi del padrone da cui sperano benevolenza. Bianciardi sa benissimo tutto questo, dentro di sé, ma non ci sta. Reagisce, in modo spropositato, surreale, magari metaforico (così in fondo vorrebbe), per sollevare il proprio animo dall’angoscia di non poter veramente incidere sulla situazione. Niente e nulla può farlo. La sua prosa è intrisa di questa delusione, è presente persino nelle invettive.

Bianciardi è un profeta inascoltato, forse perché inattendibile.

Lo scrittore arriva a sospettarlo, ma tutto avviene in privato con conseguenze poi letali. Lo scrittore beve. Lo scrittore si lascia andare. Non la sua penna, però.

Bianciardi avrebbe potuto scrivere per le testate tradizionali, conservatrici, ma non accettò mai certe proposte. Avrebbe potuto scrivere come Carlo Cassola, con disperazione fatalistica nel cuore (peraltro molto costruita), invece mise la sua penna al servizio della causa. Lo fece seriamente, con una coerenza encomiabile. Anche gli altri libri (pochi), oltre a “La vita agra” rispecchiano fedelmente questa vera e propria missione.

Ecco un esempio raro, rarissimo, di letteratura al servizio dell’umanità. Discutibile, certo, l’irruenza e sanguigna la tesi; inesistente la trattazione dei problemi di fondo della questione da lui agitata, ma ammirevole la foga solidale, contagiosa la simpatia per la preoccupazione causata dalla morale tradita.

Incantevole lo stupore per il verificarsi di storture comportamentali, disinvolture clamorose, violenze e crudeltà morali e materiali, causate dalla ricerca del profitto immediato e volgare.

Bianciardi soffre, è sincero, è deluso, ma è fiducioso.

Nonostante tutto è fiducioso. Sogna ad occhi aperti e si dispera in silenzio per timore di non essere compreso: altro che inattendibile, egli ha ragione! Egli dice cose giuste! Egli indica la via perché non vada persa la dignità!

Questo viatico lo tiene in piedi, lo fa vivere intensamente, ma pure lo uccide: Bianciardi teme di non avere la forza d’andare avanti. Teme che le sue siano soltanto parole. Teme di non essere efficace. Annega nell’alcol. Va giù senza rimedio. Muore che non ha ancora 47 anni.

In fondo egli ha sacrificato se stesso per una causa persa, ma che sicuramente potrebbe essere vinta. Meglio, e più giusto, insomma, immaginare un Bianciardi ottimista e considerare l’alcol un errore di percorso. Rimangono, e sono preziose, le sue virtù.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015