L’originalità di Giovanni Boine

Dario Lodi


Giovanni Boine (1887-1917) fu tra i pionieri mondiali della scrittura basata sul “flusso di coscienza”. Questa scrittura prescinde dall’ordinamento classico, aristotelico, in quanto non premia la razionalità convenzionale quanto promuove quella occulta, sdoganata involontariamente da Freud. D’altra parte, certa licenza narrativa e certa conclusione morale sono cose ben presenti nella letteratura romantica ottocentesca. Il flusso di coscienza viene promosso dall’affanno per il silenzio intorno all’espressione sentimentale. Ovvero, quest’ultima espressione non ottiene il riconoscimento che essa stessa sente di dover ricevere affinché le dure leggi positivistiche vengano attenuate, se non addirittura rimosse.

Boine appartiene al mondo decadente, ma risponde con fierezza all’emarginazione sentimentale. Non è tanto una questione giovanilistica, è piuttosto una questione di dignità e decoro. E’ un dovere morale.

Lo scrittore ligure, mancato neanche trentenne per tisi, si affida alla propria sensibilità più che alla preparazione culturale del momento. Egli, dopo gli studi milanesi, esordì come saggista (fece delle riflessioni religiose), collaborò con la Voce di Prezzolini e con altre riviste, fra cui la Riviera ligure (dal 1912 al 1916) sulla quale tenne una rubrica (Plausi e botte) e alla quale affidò molti suoi scritti che furono puntualmente pubblicati. Si tratta di prose poetiche, di liriche e d’altro.

Ma Boine va ricordato soprattutto per il suo romanzo Il peccato,apparso per la prima volta nel 1914 e recentemente rieditato da Incontri editrice, una piccola, ma coraggiosa e competente casa editrice di Sassuolo. Vi si narra di una passione fra un giovane ed una suora per caso e dei problemi che ne sorgono. Boine va a zig zag, accarezza teorie tradizionali e si spinge coscientemente verso ipotesi nuove. Lo fa con padronanza insolita per quanto riguarda una materia tanto complessa. Il desiderio fondamentale dell’autore consiste nella liceità liberatoria da ogni costrizione preordinata. Ma il Nostro non dimentica affatto che questa preordinazione possiede una logica interna che la rende meno scontata e meno meccanica di quanto comunemente si creda. Da qui le sue considerazioni articolate intorno alle esigenze passionali inserite nell’ordinamento storicizzato e dunque la liberazione di pensieri e di emozioni come fossero argomenti di discussione del tutto simili agli argomenti razionali veri e propri. L’opera diviene qualcosa di particolarmente vivo, grazie a questo espediente naturale, finalmente libero di esprimersi, e la storia, in sé banale, da feuilleton, assume una dignità rilevante, tanto da indurre a riflettere attentamente su di essa.

Si viene ad intuire che la chiave dell’opera è il tentativo di giungere ad una nuova morale, ovvero ad una morale non scontata in partenza, ma responsabile personalmente. A richiamare la personalità è, nel caso, la forza, apparentemente irrazionale, della passione. Ovvero, la passione presenta delle credenziali cui non è facile resistere. Boine avverte che oltre la legittimità superficiale essa ha anche una legittimità più profonda che è poi il motore principale del progresso sia civile che culturale dell’umanità. Il problema è che la legittimità va provata razionalmente in quanto è la razionalità, in definitiva a decretare la validità di un sistema di vita.

A questo punto, lo scrittore ligure si vede costretto a materializzare le pretese di un pensiero nuovo, accorgendosi molto presto che ha ben pochi appigli cui attaccarsi. Ma nel contempo si rende conto che questi ultimi vanno trovati perché appare corretta la posizione che vede nella piena consapevolezza il giusto antidoto all’accettazione automatica delle cose e la fonte del progresso autentico.

Boine si ritrova a dover fornire prove originali della validità della propria ostinazione, rimanendo strutturalmente nell’alveo della letteratura convenzionale, ma uscendone concettualmente perché nel ragionamento accoglie semi non ancora sviluppati, o addirittura non ancora presi in esame. Facendo questa operazione, certo per spirito di verità e non per dissenso nei confronti del sistema (che in realtà vorrebbe, sommessamente, correggere), il nostro scrittore va oltre la consuetudine, riuscendo a nobilitare indirettamente la capacità speculativa del mondo intellettuale italiano. Non dimentichiamo la centralità di quest’ultimo per secoli, ma non dimentichiamo neppure la sua crisi – per la perdita della centralità romana – rappezzata alla meglio con ricorsi anche seri (e dunque non alla meglio, in certi casi) all’accademismo e al classicismo e alla sua irrisione forzata (vero Prezzolini?), per quanto in sé assai intelligente (sempre Prezzolini). Si tratta di ricorsi di cui Boine non fece mai uso (tranne che nelle poesie, peccati di gioventù della gioventù) o che non ebbe il tempo di prendere in seria considerazione, per via della morte assai prematura.

Molto più impegnato egli era nell’esprimere freschezza di pensiero e di sentimento, la cui riuscita, nel romanzo citato, è un piccolo gioiello, brillantissimo, della nostra letteratura e sicuramente non solo.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015