L’equilibrio di Vitaliano Brancati

Vitaliano Brancati

Dario Lodi


Vitaliano Brancati (1907-1954) gode di attribuzioni neorealiste di non facile reperimento sostanziale. Lo scrittore siciliano (anche saggista, drammaturgo, sceneggiatore cinematografico)visse interamente il periodo fascista e quindi assorbì quel machismo senza disdegnarlo affatto (dapprincipio). Le sue prime prove letterarie (“Singolare avventura di viaggio” ad esempio) sono veri e propri inni all’azione. Fu la conoscenza dei testi di Croce a farlo ragionare, fu la collaborazione con Longanesi. E fu il suo soggiorno a Roma, dove frequentò Moravia, a dargli quella carica morbosa che riversò poi nei suoi famosi romanzi “Don Giovanni in Sicilia”, “Il bell’Antonio”, “Paolo il caldo” (l’ultimo è postumo).

Ma fondamentalmente Brancati era un signore provinciale, animato da belle maniere. La sua morbosità era un modo per uscire rapidamente ed energicamente da un bozzolo protettivo caratterizzato dalla sonnolenta mentalità siciliana. Non era, questa morbosità, un’ossessione e tanto meno qualcosa di voluttuoso a fini commerciali. Brancati era vicino a Moravia nella possibilità di usare certi bassi strumenti, ma poi lui li usava per provocare non per criticare.

La provocazione si riferiva al comportamento della borghesia italiana, un comportamento condizionato dalle apparenze, dai sogni, dai miti, e quindi da debolezze strutturali lasciate a sé, nonostante la sicurezza esibita, grazie ad una finta intelligenza compiuta. Brancati parte dalla venerazione per la forza bruta, che il fascismo coltiva senza alcuna riserva, per poi canzonarla dall’alto di osservazioni ben metabolizzate e di considerazioni susseguenti ed opportune.

La preoccupazione dello scrittore è quella di trovare un equilibrio vero fra nuove aspettative vitali e possibilità di soddisfarle. Dove sono i mezzi per farlo? Esiste una capacità riflessiva adatta? Esiste la capacità di vedere l’assurdità della vita sociale, quella delle relazioni interpersonali, la povertà dei traguardi da raggiungere? Sussiste la volontà di aprire gli occhi? Brancati fa una considerazione di fondo: il progresso materiale ha portato comunque dell’emancipazione e dunque ha creato nuove potenzialità speculative. L’uomo nuovo deve assumere e gestire queste potenzialità pienamente e non molto parzialmente come è quella in atto. Il nuovo protagonismo esige una presa di posizione per cui il vecchio, quella fatto di passività, deve essere abbandonato. Questa considerazione è presente soprattutto nei suoi racconti, alcuni dei quali sono dei veri e propri gioielli: scrittura agilissima, limpidissima, essenziale e significativa. Nei racconti, lo scrittore compone dei quadri perfetti.

La sua ricerca di equilibrio trova, qui, una collocazione ideale in quanto questi racconti (una buona parte di essi) celano esempi di come dovrebbero essere le cose secondo una compostezza classica, esemplare, quanto moderna. In fondo, Brancati è un moralista, di certo non un moralista banale. Non è banale perché argomenta sempre con impegno le proprie narrazioni, dà ad esse radici ben salde, poi fa crescere l’albero a forza di riflessioni e di aggiustamenti sentimentali. Il risultato letterario è inevitabilmente di qualità perché lo scrittore non lascia nulla al caso e tutto filtra tramite la propria sensibilità, la propria intelligenza interiore. Dunque, il neorealismo di Brancati è solo estetico (non è comunque poca cosa), il fine dello scrittore è invece etico. Il neorealismo protesta, distrugge per ricostruire chissà come, Brancati non protesta, constata e indica intelligentemente la strada per la palingenesi, lo fa con esempi come parabole. E le parabole funzionano. Peccato averlo perso a soli 47 anni, forse per un errore chirurgico.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015