Il mare di Raffaello Brignetti

Dario Lodi


Opinione diffusa vuole che il libro di maggiore interesse di Raffaello Brignetti (1921-1978) sia “Morte per acqua” (non ne seguirono molti altri e tutti, praticamente, aventi lo stesso tono).

Brignetti era nato nell’Isola del Giglio, il mare era la sua casa, il suo sogno di libertà e la sua ossessione. Forse niente come il mare evoca la precarietà della vita, niente come lo stesso fa capire quanto l’uomo sia in balia degli elementi naturali. I racconti del libro citato hanno un fondo tragico. Lo scrittore riesce tuttavia a rendere dinamiche e drammatiche le vicende che narra, inserendole in un contesto spirituale che riscatta la tragicità. Il mare è il paradigma della natura che interviene a tempo debito interrompendo qualsivoglia impresa, eroismo compreso. Brignetti descrive ed osserva come curiosità, con pietà, con malinconia tutto ciò che avviene nei suoi racconti (è come se fosse da una parte e li osservasse, non si fa coinvolgere da essi perché è concentrato sulla morale di ciò che avviene, anche se morale non ce n’è).

I protagonisti si illudono di potersi battere ad armi pari con i capricci delle onde, con i repentini cambiamenti del tempo, con i venti indomabili, con le nubi incombenti e minacciose, con la forza cieca dell’acqua. A nuoto o su minuscole imbarcazioni (minuscole rispetto alla massa d’acqua che c’è tutt’intorno) questi personaggi si agitano, certi di trovare un approdo sicuro: è un’ illusione che fa parte del gioco della vita, che consente di vivere e di sperare di continuare a farlo: ne consegue una specie di presunzione che fa credere all’uomo di essere protagonista assoluto, di essere padrone di tutto, anche del mare.

L’argomento marino riempie gli scaffali. Ma probabilmente due sono gli scrittori che si ricordano maggiormente, o più facilmente: Melville ed Hemingway.

Nel primo, in “Moby Dick”, il mare, però, non è in primo piano. In primo piano c’è un mostro (la morte diretta) che deve essere abbattuto. E’ stupendo lo spirito d’avventura di Melville, uno spirito arricchito di sana ingenuità. Lo scrittore americano sa creare una suspense senza fine e sa disegnare alla perfezione i personaggi. Ad Hemingway, ne “Il vecchio e il mare” interessa, invece, una riflessione solitaria, nel silenzio delle onde, vincendo l’amarezza per la decadenza senile con la reazione vigorosa (l’insistenza nel pescare), avvertendone l’abitualità, ma reagendo lo stesso e con coscienza.

Brignetti si concentra sul significato metaforico della grande massa d’acqua in movimento: la metafora recita un annullamento per così dire consapevole di se stessi e quindi un’accettazione a priori del proprio sacrificio, purché si viva l’esperienza possibilmente sino in fondo, comprendendo ogni istante e partecipandolo, comprendendolo e partecipandolo fingendo di esserne spettatori curiosi ed esigenti.

Lo scrittore isolano è portatore di parecchie suggestioni complesse e complicate, ma non affonda mai i colpi per una sorta di pudore che gli consente di non apparire un saggio a tutto tondo.

Brignetti non vuole fare il personaggio, coerentemente accetta una parte secondaria: quella primaria è l’esistenza del tutto, è il cambiamento delle cose, è la morte vile e la rinascita qualificata nell’armonia de mondo, è una visione mistica della realtà che il mare, nella sua abbondanza, cela e rivela a poco a poco e a sorpresa.

Raffaello Brignetti ebbe un grave incidente automobilistico che accelerò la sua dipartita: nel frattempo egli continuò a lavorare instancabilmente per giornali e riviste. Lo fece sino all’ultimo giorno, per così dire.

Coerentemente visse come un personaggio del suo libro più famoso, vivendo con stupore le leggi dell’universo. Senza un lamento.

Dello stesso autore:

Testi di Raffaello Brignetti


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015