I richiami di Iosif Brodskij

Dario Lodi


Quanto alle stelle, ci sono sempre. / Quando ne spunta una, un’altra ne verrà. / Solo così di là si guarda qua: / dopo le otto di sera, ammiccando. / Il cielo è meglio sgombro. Anche se / la conquista del cosmo è più opportuna / con le stelle. Ma proprio senza andarsene / da dove si è, in veranda, in poltrona. / Come disse un pilota di quegli aggeggi, al buio / nascondendo metà della faccia, non esiste la / vita, con ogni evidenza, in nessun luogo, e non puoi / fissar lo sguardo su nessuna stella.

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La composizione appartiene al volume “Poesie 1972-1985” a cura di Giovanni Buttafava, Biblioteca Adelphi. Esse sono di Iosif Aleksandrovič Brodskij (1940-1996), premio Nobel nel 1987. Il poeta russo ebbe molte difficoltà in patria. Pur protetto da Anna Achmatova, la più famosa poetessa conterranea del suo tempo, il Nostro subì pesanti censure dal regime sovietico e infine accusato di parassitismo. Non scriveva cose utili, secondo i giudici e anche secondo molti scrittori sovietici, e quindi i suoi versi non servivano, anzi erano dannosi.

Brodskij era nato a Leningrado da famiglia ebrea e aveva conosciuto il lungo assedio nazista alla città. Ne era scampato. Interruppe gli studi a sedici anni. Avrebbe voluto fare il medico, ma il suo primo lavoro all’obitorio non lo incoraggiò. Poi fece il tornitore, il fuochista, il guardiano di un faro, si aggregò a una spedizione speleologica in Siberia. Pensò, con un compagno esperto di volo, di dirottare un aereo; entrò nel mirino del KGB. Il celebratissimo poeta Boris Abramovic Sluckij ammirava i suoi primi versi.

L’accusa di parassitismo gli costò cinque anni di lavori forzati. Ne fece due grazie all’intervento dell’Achmatova e degli intellettuali “liberi”, vale a dire quelli internazionali. Fu decisivo l’intervento di Jean-Paul Sartre, allora comunista militante e grande amico di Mosca (l’amicizia e la stima erano ricambiate). Tutto questo non favorì, tuttavia, la pubblicazione dei suoi versi. Essi uscirono autoprodotti (“samizdat”), ovvero edizioni non tollerate dal regime. Brodskij conobbe, suo malgrado, l’ospedale psichiatrico. Così nel 1972 emigrò, raggiunse Vienna, dove fu accolto da un poeta che lui amava, Wystan Auden (così come amava Frost, Kavafis, la Cvataeva, oltre, ovviamente, all’Achmatova).

Dopo Vienna, finì in America, nella cittadina di Ann Arbor, nel Michigan, non lontano dal Canadà, a insegnare letteratura russa e teoria del verso. Nel 1977 divenne cittadino americano e si trasferì nel Massachusetts, con lo stesso incarico d’insegnante. Nel 1990 sposò la nobile italiana Maria Sozzani (era già stato sposato con la pittrice Marianna Basmanova). Fu lei che decise di far seppellire Brodskij (che soffriva sin da giovane di angina) a Venezia, la città preferita dal poeta.

Il Nostro visse nell’Unione Sovietica fresca di successo sulle armate hitleriane e quindi potenza mondiale alla pari (teoricamente) con gli Stati Uniti. Lo Stato era rigido, non tollerava deviazioni dal programma stabilito. Tutto doveva girare intorno al concetto di produzione per il popolo, quindi anche l’arte, la letteratura. Una flessione nella tenuta sovietica si cominciò ad avvertire con Chruščёv e Brèžnev. Un cambiamento, ovvero un avvicinamento all’Occidente, avvenne con la “Perestrojka” (ricostruzione) di Gorbačëv, ma ormai Brodskij era lontano. (Oggi c’è Putin e poca perestrojka.)

Il nostro scrittore è apprezzato, in generale, più come poeta che come saggista (“Fuga da Bisanzio” il suo testo più noto), ma forse l’apprezzamento eccezionale è più legato a fattori contingenti, propri della storia del poeta, e propri del periodo. In effetti, la poesia di Brodskij non è di facile comprensione e questo per l’uso di una specie di codice che affonda le sue radici nel Simbolismo, dove è la parola a reggere il concetto e non viceversa com’è nella tradizione. Questo codice è reso complicato dall’uso disinvolto delle emozioni e dei sentimenti: il poeta simbolista non segue una linea diritta, ma si perde in scorciatoie promuovendole d’acchito vie maestre. E’ l’urgenza di dire e la teoria per cui ogni suggerimento spirituale debba essere espresso a qualunque costo, non importa la convenienza, la logica, dell’accostamento. Meglio alludere che affermare, meglio la libertà espressiva che la presunta, e storica, costruzione piramidale. L’espressione è orizzontale e persegue realizzazioni piene quanto fantastiche, non tutte entrate ancora nella mente.

Nella poesia del Nostro le distrazioni (o gli arricchimenti ottenuti a forza) sono numerosi e sono pertinenti se vengono considerate come nobili accensioni dell’animo, come conseguenze di una sensibilità estrema: chi compone così, senza chiamare in soccorso la razionalità (che mette ordine), giustifica tutto ciò che gli passa per la testa, finendo con l’usare un linguaggio proprio che nessun fruitore è in grado di tradurre correttamente. Il personalismo estremo non aiuta, però, l’incisività dell’intervento.

La questione era molto viva in quegli anni di concettualismo (saranno ben analizzati filosoficamente dal francese Jean-François Lyotard e con esiti non esaltanti). Era sentita l’importanza del protagonismo e Brodskij, pur adoperando accortezza ed eleganza, non si sottrasse a quel clima. La sua espressione risulta gradevole, spesso molto gradevole, per l’umile intelligenza interiore che la sorregge. Lui, poi, è sincero, crede nel valore di quel comporre che lo avvicina ai grandi poeti del tempo.

Per chi scrive, è più interessante il Brodskij prosatore. Qui è un vero e proprio illuminista che vede le cose in profondità e le descrive con sicurezza, come le possedesse. Lontano da tentazioni fantastiche e da fatiche immaginative, il nostro scrittore rivela se stesso e il suo mondo con piena fiducia: sarà compreso e, grazie al suo contributo intellettuale e letterario, tutto cambierà (un sogno che la sua prosa rende realizzabile). Chiave di volta del cambiamento è, infatti, la consapevolezza degli autentici valori umani, obiettivo da raggiungere che Brodskij mette in rilievo con serenità, passione e grande disciplina razionale, nel nome glorioso della dignità umana.

Ecco un brano dal suo “Fuga da Bisanzio” (a cura di Gilberto Forti, Biblioteca Adelphi):

C’era una volta un ragazzino. Viveva nel Paese più ingiusto del mondo. Che era governato da individui i quali sotto ogni punto di vista umano dovevano essere considerati dei degenerati. E c’era una città (San Pietroburgo). La più bella città sulla faccia della terra. Coin un immenso fiume grigio il quale era sospeso sopra un alveo remoto come l’immenso cielo grigio sopra quel fiume. Lungo quel fiume sorgevano palazzi magnifici con facciate stupende, così ben rifinite che se il ragazzino stava sulla riva destra la riva sinistra somigliava all’impronta di un gigantesco mollusco chiamato civiltà. Che aveva cessato di esistere …

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Testi di Iosif Aleksandrovič Brodskij


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015