La diversità di Dino Campana

Dario Lodi


"Ero sul treno in corsa: disteso sul vagone sulla mia testa fuggivano le stelle e i soffi del deserto in un fragore ferreo: incontro le ondulazioni come di dorsi di belve in agguato: selvaggia, nera, corsa dai venti la Pampa”. (Pampa, da “Canti Orfici”)

"Tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili...".

(Dino Campana, lettera dell'11 aprile 1930 a Bino Binazzi, spedita dal manicomio di Castelpulci)

Affetto da disturbi psichici dall’età di quindici anni, Dino Campana (1885-1932) fu poi vittima di una schizofrenia (ebefrenia) che condizionò seriamente la sua esistenza. Si parla, nel suo caso, di esistenza più che di vita perché la seconda fu un’impresa disperata verso la costituzione di un riferimento che portasse il poeta ad un modo ordinato di comporre.

Non è che Campana intendesse seguire le orme di un qualsivoglia accademismo per cui la forma va inevitabilmente a prevalere sulla sostanza, è che il nostro personaggio pretendeva l’incontrario. Troppo consistente, in potenza, ed anche troppo nuova questa sostanza perché il miracolo potesse riuscire così come lui avrebbe desiderato. Da qui reazioni rabbiose e risentite, confluenti in forti contrasti espressivi.

“Canti Orfici” ospita poesie e prose spesso irrisolte, in senso tradizionale. Sono composizioni sanguigne ed allusive, dominate da una sensibilità eccezionale, ma lasciata a sé, come se da sola avesse potuto realizzare un mondo nuovo, un mondo più significativo di quello noto. Tuttavia non è la sensibilità ad avere il primato, nella sua opera, e neppure il sentimento, bensì è una ragione che fatica a ritrovare se stessa, pur impegnandosi nella ricerca. Inevitabile l’insoddisfazione e inevitabile l’insistenza verso il reperimento di un equilibrio che risolva il problema dell’esistere.

Campana è immerso, suo malgrado, nell’esistenza. Suo malgrado è a contatto diretto con i grandi interrogativi esistenziali e non cerca aiuto dalle risposte preconfezionate o addirittura dalle non risposte (entrambe, intendiamoci, con radici robuste, nei casi migliori). Vagamente, sebbene con puntiglio formale, egli prova a tessere una trama di frasi e di versi internamente e convenzionalmente in possesso di una bussola prestigiosa per uscire dal labirinto, o per lo meno per lenire la fatica del viaggio.

La grande poesia del passato è ai suoi occhi, quando lucidi, un veicolo adatto allo scopo. Ma poi riprende l’irrequietezza, il senso di incompiuto, il timore che anche quelle espressioni siano bolle di sapone. E così il poeta toscano si perde (e in parte si ritrova, ma è solitudine) in composizioni nervose, dove le sensazioni si accavallano e sgomitano per ottenere più ascolto.

Campana è stato molto accostato a Rimbaud, ma fra i due c’è una profonda differenza nell’impostazione. Rimbaud fa una scelta precisa per cui le cose devono piegarsi al suo sentire e la simbologia divenire un vangelo. Poco importa il senso ultimo, valgono la fantasia e l’anarchia creativa: tutto è lecito. Ma tutto ciò è soprattutto contrapposizione ad una mentalità poetica codina, paralizzata sui soliti schemi. E una reazione fisica metaforizzata. L’azione di Campana è fatta di consapevolezza interiore nei confronti di un certo abbandono (un abbandono vigile) nella profondità del tutto, da cui ricava bagliori ed ombre sinistre quasi allo stesso tempo. Più ombre che bagliori, ma i secondi pronti a rivelare un carattere straordinario: però non lo rivelerà a lui, a lui darà solo dei segnali, pur importanti.

A questo punto, il  nostro personaggio subisce delle ferite profonde che non riesce a sopportare. La sua malattia peggiora, il suo nervosismo aumenta. Il sistema non lo aiuta di certo. Campana esce a fatica da un’esperienza degradante: nel 1913 consegna a Giovanni Papini uno scritto “Il più lungo giorno” che pochi giorni dopo finisce sulla scrivania di Ardengo Soffici. E’ una copia unica. Passa del tempo, nessuna risposta, Campana chiede la restituzione. Ma lo scritto non si trova (si ritroverà solo nel 1971, nell’archivio di Soffici, morto sette anni prima), il nostro poeta si dispera, poi si decide a riscriverlo. Sarà un’altra cosa, i “Canti Orfici” appunto, che a spese del Nostro (grazie ad amici, in verità) verrà stampata.

Per capire la personalità disturbata di Campana basta dire che l’opera era dedicata a Guglielmo II re dei Germani (l’autore se ne pentì e cancellò la dedica a più copie possibili, cercando di reperire anche quelle già vendute). L’opera riproduceva, a conclusione, la poesia di un altro poeta “diverso”, Walt Whitman.

Il successo critico di Campana si deve principalmente a Emilio Cecchi, Giovanni Boine e Domenico De Robertis; recentemente a Eugenio Montale e a Mario Luzi (autore della prefazione a “Il più lungo giorno” pubblicato nel 1973).

Turbinosa e dolorosa, per il Nostro, la relazione che ebbe con Sibilla Aleramo. Campana morì banalmente a seguito di un’infezione provocata da un tentativo di fuga dal manicomio di Castelpulci, non lontano da Scandicci, in provincia di Firenze (dove ci stette quattordici anni). Egli era intento a realizzare una delle solite fughe (in passato Campana era stato un po’ dappertutto, persino in Argentina – fatto dubbioso per alcuni, fra cui Giuseppe Ungaretti), quando un filo di ferro lo ferì, causandogli una setticemia: assurdità vittoriosa di un prodigio.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 18-07-2015