L’intensità di Giorgio Caproni

Dario Lodi


Buttate pure via ogni opera in versi o in prosa. Nessuno è mai riuscito a dire cos’è, nella sua essenza, una rosa.

Giorgio Caproni (1912-1990) è poeta essenziale, fulmineo, a suo modo spietato e sempre sorprendente per vitalità, sia esplicita sia soprattutto implicita. Non gli mancano vezzi, consistenti in fini ironie di fondo, né gli manca qualche sarcasmo, dimostrazione voluta, ricercata, di una sfiducia, forse più letteraria che veramente sentita, nei confronti dell’uomo. Caproni era un grande esperto di letteratura francese (tradusse, fra gli altri, Proust), ma la sua poesia non risente del Simbolismo d’oltralpe. La sua parola è scarna ed egli predilige una costruzione concettuale completa a spunti intellettuali, sovente debordanti, irrisolti, ma ricchi di possibili, straordinari, sviluppi, tipici dei simbolisti francesi.

La costruzione concettuale completa risponde ad una certa regola accademica italiana, ovvero ad un classicismo onorato dalla razionalità, sebbene con il rischio di un contenimento sentimentale. E’ un rischio che corre anche Caproni e che nel suo caso si risolve in qualcosa di involontariamente sentenziale: il poeta si corregge, e spesso prontamente, inoculando al verso un sano scetticismo, reso gradevole da una esposizione molto ben articolata.

Caproni predilige la composizione breve, dove può far trionfare il suo punto di vista e dove può far rifulgere la sua abilità incisiva: ma non si tratta, per lui, di sviluppare un mestiere. Il poeta livornese, con acquisizioni genovesi – l’asprezza del verso, l’uso di parole appuntite e una virile malinconia (come in Montale) – lima alla perfezione la sua espressività e con essa va a sottolineare una voglia di chiarezza che suona dignità e decoro in primis per se stesso.

Il poeta fa continuamente i conti con la propria persona e con il relativo rapporto con il mondo, con le cose. Indugia, con fierezza, sull’amaro destino umano e fa della sua delusione un momento riflessivo di forte intensità. Il poeta cela il suo sconcerto per essere in balia degli eventi dietro un dolore intellettuale che infine lo sorprende per accanimento. C’è nella sua poetica un desiderio estremo di protesta nei confronti del destino che solo una ragionevolezza davvero notevole, in qualche modo tardiva e in qualche modo non desiderata, riesce a contenere e ad indirizzare in modo raffinato. E’ quasi una consolazione per lui. Caproni non vive direttamente la stagione dell’Ermetismo: gli serve per impegnarsi a trovare i bagliori profondi, l’essenzialità del suo modo di sentire. L’Ermetismo è sostanzialmente votato ad una sorta di alto canto vitale, dove l’uomo è chiamato ad essere protagonista indiretto, ma con attenzione diretta, della realtà.

Il fenomeno ha molte accentuazioni erudite e simboliche, piuttosto diverse dal Simbolismo francese, al quale pure si ispira, ma ha pure piglio notarile, quasi potesse padroneggiare persino l’ineffabile. Caproni non è tagliato per questo tipo di retorica, pur sontuosa e quasi mai pedante, egli è molto più portato a stare sul vivo, sull’analisi immediata, senza intermediazioni di sorta (è ciò che accadrà anche a Vittorio Sereni, uno dei maggiori poeti del ‘900, e forse non solo, per quanto riguarda certe composizioni). Il poeta livornese ci fa entrare nella vita attraverso la porta dell’esistenza: Caproni si affida alla prima con tenacia invidiabile, ma pensa costantemente alla seconda, nel timore di una perdita irreparabile di tutto, timore che alla fine riscatta con riflessioni distaccate, con rapimenti intellettuali, mai intellettualoidi, e con tanta fiducia sentimentale che sente giustificata.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015