La sensibilità di Vincenzo Cardarelli

Vincenzo Cardarelli

Dario Lodi


Il Neorealismo, corrente nata sulle ceneri del fascismo, e in netta opposizione ad esso, liquidò la letteratura precedente come “prosa d’arte”, la soffocò con un disprezzo improprio, nel senso che il riferimento vero della condanna era per l’atmosfera culturale del troppo famoso Ventennio.

Ma chi c’era c’era a quei tempi e dunque doveva “pagare”. D’altra parte la letteratura neorealista (Calvino, Fenoglio, Bassani, Moravia, Pasolini, Vittorini, Pavese e molti altri) vantava un impeto rinnovatore e intendeva trasformare la cultura, e dunque anche la scrittura, in un servizio sociale e non come in precedenza un’arma a disposizione del potere (cosa non esattamente vera, peraltro).

C’era molta approssimazione in tutto questo e tanta voglia di emergere da un incubo. C’era anche molta fretta e tanto entusiasmo per la possibilità di “parlare” senza proibizioni, senza restrizioni di sorta. La mentalità americana furoreggiava per la determinazione e la sicurezza che la contraddistingueva.

Per quanto riguarda la letteratura, i modi di Francis Scott Fitzgerald, di Theodore Dreiser, di Ernest Hemingway, di Jack Kerouac, ecc., erano particolarmente accattivanti: erano brillanti, andavano al sodo, evitavano i fronzoli, si liberavano della zavorra parolaia.

Il neorealismo puntava ad una tabula rasa della pedanteria, riassumendo sbrigativamente come pedante qualunque testo lontano dalla realtà popolare. La vecchia etichetta retorica, per quanto riguarda la cultura italiana in genere, era più che mai in uso.

Lo era in maniera decisa e convinta.

Che la letteratura classica novecentesca, dei primi del ‘900, fosse pedante e pesante, non è cosa facile da confutare in quanto l’accademismo fu sicuramente prolifico in quei momenti. L’Italia, del resto, doveva consolidarsi e non poteva che affidarsi al vissuto classico: la Penisola era stata maestra culturale dell’intera Europa per secoli. Aveva inventato l’Umanesimo e il Rinascimento: il classicismo, che è la lingua per eccellenza dell’aristocrazia intellettuale, ce l’aveva nel sangue.

Il mondo classico è nato in Grecia: l’Italia l’ha tesaurizzato, valorizzato e l’ha esportato dappertutto.

L’Italia romana era la culla della civiltà, non aveva confini. Gli furono dati, come si sa, nel 1861, per ragioni pratiche.

La missione culturale fu raccolta da volonterosi, da nostalgici, da malinconici, da esibizionisti e da persone molto sensibili.

Fra queste ultime, sicuramente Vincenzo Cardarelli (all’anagrafe Nazareno, 1887-1959) spicca in modo notevole e confortante.

Ne La solitudine del satiro, Ennio Flaiano descrive la personalità di Cardarelli con affetto contagioso, senza sprecare una sola parola in lodi, senza imbastire cerimonie (sono cose che vanno decisamente a favore dello spirito neorealista).

Cardarelli non le avrebbe volute. Semmai avrebbe gradito un riconoscimento d’impegno e correttezza espressiva che sostanzialmente gli fu sempre sottaciuto (Flaiano a parte, e pochi altri). Ufficialmente Vincenzo Cardarelli era un vecchio che stava tutti i giorni seduto a lungo sul tavolino di un caffè di Via Veneto a Roma, incappottato anche in estate (soffriva di una malattia che gli faceva sentire sempre freddo), con lo sguardo bonario e insieme scettico perso nel vuoto. I camerieri spiegavano ai curiosi che si trattava di un poeta, di uno scrittore, d’altri tempi, di un tipo, insomma, che viveva di nostalgie. Un bel tipo però al quale bisognava portare rispetto (ed anche, gratuitamente, una buona colazione: clienti, la sua figura strana, ne attirava eccome!).

Si trattava, invece, di uno dei più grandi prosatori italiani del ‘900. Grande poeta anche, ma soprattutto prosatore raffinatissimo, incantevole. Le sue opere (poesie comprese) ruotano intorno ad esperienze autobiografiche, al desiderio di comunicare il proprio sentire, senza artifizi di sorta. E’ una testimonianza di vita davvero importante, porta a riflettere e a considerare le proprie pulsioni, a domarle con intelligenza, pur vivendo in esse, con esse e per esse.

Prologhi, Viaggi nel tempo, Favole e memorie, Il sole a picco, Villa Tarantola, sono i titoli maggiori della sua produzione in prosa, una produzione tutto sommato contenuta, con non poche ripetizioni e rimandi concettuali. Ma soprattutto con una padronanza del linguaggio da stupire: Cardarelli compone delle sinfonie, non scrive pezzi letterari. I passaggi sono armonici, tutto sta perfettamente in equilibrio, i ragionamenti, finissimi, seguono un andamento ideale. Lo scrittore è dotato di un’umanità ampia e generosa, gode di una consapevolezza persino eccessiva (e quindi non gode certe conseguenze, eppure le partecipa): non gli interessa giungere a conclusioni logiche, gli interessa invece la dinamica del fenomeno espressivo in quanto gli regala mille spunti per il raggiungimento di logiche aperte, di possibilità sempre nuove e soprattutto di un protagonismo, fermo, ma discreto, nella realtà o per lo meno nei contorni della stessa.

La dignità, l’orgoglio di essere, la responsabilità relativa, da tenere sempre vigile, erano i suoi strumenti di lavoro, lui autodidatta in tutti i sensi (era figlio illegittimo e forse poco gradito), sin dal’età di diciassette anni. A quell’età fuggi da Corneto Tarquinia (oggi Tarquinia), dove era nato, per Roma, dove fece i più svariati mestieri. La sua avventura letteraria partì dall’Avanti!, organo del Partito Socialista, per approdare al Marzocco, alla Voce, per poi fondare la Ronda con Diego Fabbri (tutte pubblicazioni a favore di una nobilitazione della società italiana: nessuna ebbe successo commerciale). Cardarelli visse sempre poveramente, sempre solo. Evidentemente era (e lo è tuttora) troppo intelligente, troppo sensibile per un’Italia ormai così provinciale!

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015