GIOSUE' CARDUCCI (1835-1907)

I - II


Nasce a Valdicastello (prov. di Lucca) nel 1835 e trascorre infanzia e adolescenza nella Maremma grossetana. Il padre era medico condotto: "carbonaro-mazziniano" in politica e "manzoniano" in letteratura. In seguito a una serie di disavventure politiche, il padre fu costretto a girovagare per vari paesi della Versilia e della Maremma toscana, finché, in seguito alle rivoluzioni del 1848-49, venne definitivamente licenziato e, dopo la restaurazione austro-granducale, costretto a riparare a Firenze. Ovviamente il giovane Giosuè cominciò assai presto a maturare idee repubblicane e rivoluzionarie. Nel 1848, appena tredicenne, assisté col padre al discorso di Giuseppe Montanelli sulla Costituente che segnò a Livorno l'inizio della rivoluzione democratica toscana.

E così fa gli studi classici a Firenze, presso i padri Scolopi, pur non nutrendo alcun interesse per le questioni religiose. Già la madre l'aveva indirizzato allo studio dell'Alfieri e non ai testi di edificazione morale e religiosa. Del 1852 è il suo primo sonetto di argomento politico. Viene poi ammesso alla Scuola Normale di Pisa, dove consegue nel 1856 la laurea in Lettere con una dissertazione sulla poesia cavalleresca. Tra i suoi autori preferiti figurano Parini, Alfieri, Foscolo e Leopardi (tra i classici Orazio, Virgilio, Ovidio). Non gli riesce invece di accettare l'opera del Manzoni, né quella dei poeti sentimentali tardo-romantici o degli scrittori cattolici e moderati. A Pisa mise in piedi una sorta di club letterario, chiamato "Amici pedanti", che si prefiggevano come scopo quello di lottare contro le infiltrazioni delle espressioni straniere nella letteratura nazionale e di contrastare la corrente del Romanticismo.

L'idolo politico della gioventù toscana era il Guerrazzi, uno dei principali artefici della rivoluzione democratica toscana. Tuttavia il giovane Carducci si proclamava "scudiero dei classici", benché in polemica col moderatismo culturale fiorentino. Quando il Guerrazzi si trovò in esilio a Genova, il Carducci gli inviò un volumetto di poesie per sapere cosa ne pensava. Guerrazzi gli rispose tre cose fondamentali: 1. occorre parlare, anche quando si fa poesia, dei problemi del proprio tempo; 2. per poterlo fare con efficacia bisogna usare un linguaggio moderno e non un'imitazione di stile e forme passate; 3. la letteratura straniera contemporanea non è meno importante di quella antica.

Subito dopo la laurea, Carducci viene nominato insegnante di retorica (lettere italiane) presso una scuola secondaria di San Miniato al Tedesco (vicino Pisa). Vi resta solo un anno, perché a causa di gravi debiti è costretto ad andarsene. Nel '57 vince la cattedra di greco nel ginnasio di Arezzo, ma la nomina non viene ratificata dalle autorità granducali che vedevano in lui un oppositore politico; inoltre perché era accusato di ateismo. Vive perciò modestamente, impartendo lezioni private e curando per un editore la pubblicazione di una collana di classici, fino al termine della IIa guerra d'Indipendenza, per la quale, pur non partecipandovi attivamente, nutriva forti simpatie.

In breve tempo gli muoiono, suicida, il fratello Dante (1857) e, per il dolore, il padre (1858). Poco dopo (1859) sposava Elvira Menicucci, dalla quale ebbe quattro figli. Nominato professore di greco e latino al liceo di Pistoia, nel 1860 viene chiamato, senza concorso, dal ministro dell'Istruzione, Mamiani, alla cattedra di eloquenza (letteratura italiana) all'Università di Bologna. La sua fama di poeta fu il motivo di questo inaspettato incarico, per il quale egli avvertirà sempre una grande responsabilità. L'inserimento nell'ambiente universitario lo mette in contatto con una cultura più viva e moderna: approfondisce i poeti stranieri (Hugo, Goethe, Heine, Platen, Shelley) e arricchisce la sua preparazione politica con la lettura di Mazzini e degli scrittori francesi democratici e radicali (Quinet, Michelet, Blanc), mentre si accosta alle idee repubblicane e giacobine.

Una svolta nella sua vita fu segnata dagli avvenimenti degli anni 1870-71: morte della madre e del figlioletto Dante (1870), inizio della relazione (1871) con Carolina Cristofori Piva (la Lidia o Lina della sua poesia). Sul piano professionale la sua vita di intellettuale coincide con la sua produzione poetica, con le sue ricerche critiche e filologiche, con la sue battaglie politico-letterarie. Il Carducci è uno dei pochi poeti italiani (l'altro è D'Annunzio) che con i suoi scritti e suoi comportamenti influenzerà notevolmente gli intellettuali della nazione. Famosissimo fu il suo Inno a Satana (1863) col quale egli esalta, in contrapposizione al Sillabo di Pio IX, la cultura illuministico-giacobina, la Rivoluzione francese e il progresso scientifico. A Bologna le sue lezioni attrassero un gran numero di studenti: le odi Sicilia e rivoluzione e Dopo Aspromonte furono particolarmente apprezzate.

Il Carducci visse molto intensamente gli anni che prepararono e che seguirono l'unità d'Italia. Dopo il 1861, morto il Cavour, egli ebbe l'impressione che la borghesia volesse rinunciare a realizzare la piena unificazione nazionale con Roma capitale, per cui si dichiara apertamente democratico e repubblicano. Per questa ragione nel 1868 viene trasferito d'ufficio alla cattedra di latino a Napoli; siccome rifiutò, fu sospeso per tre mesi dall'insegnamento e dallo stipendio, con altre tre docenti dell'ateneo. Il Carducci, infatti, fu per così dire il poeta del partito d'azione, cioè del partito repubblicano (garibaldino, mazziniano e anticlericale), che mal si adattava alla soluzione moderata e monarchica scelta dalla borghesia, alleata con la nobiltà terriera del Sud. Tant'è che proprio per effetto di quei provvedimenti le sue poesie ebbero una maggiore diffusione: l'epodo per Monti e Tognetti, fatti decapitare a Roma dal governo pontificio, fu venduto a migliaia di copie a beneficio delle famiglie dei giustiziati.

Va detto tuttavia che in una sua lettera, indirizzata al ministro della Pubblica Istruzione, pur di restare a Bologna egli promette di non occuparsi più di politica e di interessarsi unicamente alla famiglia, smentendo l'immagine di fierezza assunta con lo pseudonimo di Enotrio Romano. All'amico Chiarini, che gli aveva inviato uno scritto sulla "civiltà dei borghesi", sconsigliò la pubblicazione. In altre lettere però denunciava agli amici più fidati le perquisizioni "per cospirazioni mazziniane mai esistite" e la chiusura a Bologna della "Unione democratica" cui apparteneva.

Dall'epistolario risulta che il Carducci aveva preso contatto coi maggiori esponenti della moderna cultura europea: da Hugo a Quinet, da Sainte-Beuve a Michelet, da Hillebrand a Pichler. Intorno agli anni '70 egli godeva già di una vasta popolarità negli ambienti letterari più avanzati di Francia, Germania, Austria e Russia. Significativa era la sua avversione al Manzoni, di cui accettava la popolarità dei Promessi sposi, ma respingeva il "convenzionalismo religioso", la "scuola della rassegnazione" e lo "stile dilavato e barocco". Alla scuola lombarda (esclusi Cattaneo e Ferrari) egli preferiva quella toscana del Niccolini (che si pose sulla scia classicista, liberale e razionale di Alfieri-Monti-Foscolo) e del Guerrazzi (favorevole a una sorta di romanticismo rivoluzionario). In tal senso Carducci aspirava alla costituzione di una "scuola dell'avvenire", i cui iniziatori erano già Heine e Hugo, ma che in Italia contava pochissimi seguaci. A Felice Tribolati, di Pisa, scrisse di essere partigiano dei Montagnardi, ma di avere spiccate simpatie per Babeuf. In un'altra lettera gli confidava di sperare molto (come il Guerrazzi) nella Russia e nelle genti slave, poiché vedeva, nelle opere di Herzen, che la rivoluzione era ormai inevitabile.

Questa sua posizione radicale si attenua dopo il 1874, con la scomparsa dalla scena politica dei maggiori esponenti della democrazia risorgimentale, che per lui erano Mazzini, Cattaneo e Guerrazzi. Nella prolusione accademica di quell'anno dichiara di non sentirsi all'altezza di proseguire l'eredità ricevuta. Lo sconcerta soprattutto l'abbandono da parte della sinistra socialista emergente dell'interclassismo mazziniano. Nel 1878, in occasione della visita all'Università di Bologna da parte dei sovrani Umberto I e Margherita di Savoia, da poco saliti al trono, egli, colpito dal fascino di lei, compose l'ode Alla regina d'Italia, che suscitò notevoli polemiche e gli costò l'accusa, da parte di vecchi amici della sinistra, di aver abbandonato i suoi ideali "giacobini" e repubblicani per rendere omaggio alla monarchia. Tuttavia, nell'82 fu a capo delle proteste per la condanna a morte di Guglielmo Oberdan, che aveva organizzato un attentato, poi fallito, contro l'imperatore Francesco Giuseppe, che aveva alleato l'Austria con l'Italia e la Germania contro Inghilterra, Francia e Russia.

Nonostante la breve parentesi radicale dei sonetti ça ira (1883) frutto del contatto col Michelet, il suo distacco dalla politica democratico-rivoluzionaria diventa progressivo. L'ultimo discorso antigovernativo lo pronuncia contro il trasformismo e il colonialismo di Depretis al collegio elettorale di Pisa, ove si era presentato come candidato della sinistra, ma gli elettori gli preferirono il meno celebre antagonista. Quella sconfitta confermò al Carducci la realtà politica del suo isolamento, cui si unirà la consapevolezza del proprio declino psico-fisico e intellettuale: nell'85 inizia infatti a paralizzarsi il braccio destro a causa di un grave esaurimento nervoso.

Proprio in questi anni ha inizio il suo nuovo culto per il Crispi, giudicato degno successore di Garibaldi. Nell'87 infatti il nuovo governo presieduto dal Crispi gli offre subito una cattedra dantesca da istituire a Roma in funzione antivaticana, ma egli rifiuta sostenendo che per combattere il clericalismo occorrono "buone leggi, una savia amministrazione, rettitudine e sincerità". Tuttavia, nel 1891 accetta di tenere a battesimo (e invita il Crispi a fare da padrino) la bandiera degli studenti universitari monarchici di Bologna: cosa che gli provocò l'aperta ostilità degli studenti repubblicani e socialisti.

Nel 1890 viene nominato senatore. In questo periodo assume atteggiamenti nazionalistici che lo portano ad aderire completamente alla politica colonialistica africana del Crispi. Inoltre, ebbe sempre sentimenti irredentistici, con i quali rivendicava la liberazione di Trento-Trieste, Trentino e Venezia Giulia dagli austriaci. Nel 1896 il Comune di Bologna gli conferisce la cittadinanza onoraria. Per quanto riguarda il suo atteggiamento verso la religione, in questi anni, pur non rinnegando il proprio laicismo, egli tende a rivalutare il cattolicesimo sul piano storico. Nel 1904 deve lasciare l'insegnamento a causa della grave malattia nervosa e il Parlamento gli vota una pensione annua di 12 mila lire (come per il Manzoni), con una motivazione che lo definiva "il glorioso poeta dell'Italia rigenerata". Nel 1906 ottiene a Stoccolma il premio Nobel per la letteratura: è il primo tra gli scrittori italiani. Muore a Bologna di polmonite nel 1907.

Ideologia e poetica

La sua formazione intellettuale, in un primo momento, si basa sullo studio dei classici greci e latini, di cui si serve per criticare i tardo-romantici (Prati, Aleardi, ecc.), considerati troppo vuoti e sentimentali. I versi di Juvenilia (1850-60) sono improntati a un intransigente classicismo.

Quando si dedica allo studio della moderna letteratura italiana, esalta Alfieri e Foscolo, lasciandosi altresì influenzare dal francese Victor Hugo e dal tedesco Enrico Heine, scrittori che univano letteratura e politica progressista. Ora il Carducci può criticare il Romanticismo abbandonando l'imitazione dei modelli classici. I versi di Levia Gravia (1861-71) attestano una maggiore consapevolezza artistica.

La sua raccolta di poesie più importanti, culminata con la violenta reazione del poeta alle delusioni politiche degli anni 1867-72, è Giambi ed epòdi (1867-79), di cui era un'anticipazione l'Inno a Satana (1863). Essa (il cui nome deriva dall'antica forma metrica dell'invettiva greca, poi ripresa dalla satira latina) esprime uno stato d'animo risentito, sarcastico, satirico, con l'intento esplicito di voler persuadere il lettore che il nuovo Stato ha tradito le aspettative di coloro che l'avevano realizzato: quello Stato che, per reggersi in piedi, era dovuto scendere a compromessi con la Prussia e l'Austria. Particolarmente violenta è la polemica contro il papato. Carducci in sostanza vagheggiava una società di liberi ed uguali, disposta a concedere pochi poteri allo Stato, basata sull'ideologia populistica della piccola-borghesia radicale. Non a caso ammirava profondamente l'età Comunale.

Secondo il Carducci di questo periodo, il poeta deve essere un uomo impegnato politicamente, moralmente responsabile delle sue azioni ("poeta-vate"). Egli manifesta chiaramente il suo forte patriottismo, che, anche se a volte cade nella retorica, è pur sempre sincero e leale.

Relativamente alla sua concezione della natura (in parte mutuata dal Positivismo) va detto:

  • ragione e scienza devono servire per comprendere la natura che è dominata da leggi fisiche;
  • il sentimento della natura è la forza primordiale alla quale l'uomo tende ad abbandonarsi con gioia e sicurezza: il sentimento della perennità della vita cosmica e della trasformazione delle cose lo conforta. Il rapporto con la natura generalmente viene posto all'inizio di ogni sua poesia.

Oltre a ciò va sottolineato il suo forte amore per la poesia, specie per quella civile, che è senz'altro la più difficile da trattare sul piano stilistico, tanto è vero che i Giambi ed epòdi sono in gran parte estranei alla poesia. Sempre netta comunque è stata la sua avversione per il romanzo, ritenuto incapace di esprimere elevati valori artistici.

Negli anni più maturi, spenta la polemica giacobina, il Carducci perfeziona il suo stile (Rime nuove e Odi barbare) ma si involve sul piano ideologico-politico, assumendo atteggiamenti conservatori. Ora non ha più dubbi nell'appoggiare la monarchia costituzionale e il moderatismo borghese. Sul piano poetico affiorano i temi dell'evocazione del paesaggio maremmano, la virile malinconia, l'accorata nostalgia della passata grandezza.

Espressione più significativa di questo periodo le Rime nuove (1861-87) e le Odi barbare (1877-89).

Nella prima delle due raccolte sono svolti alcuni dei temi fondamentali della sua lirica, come il canto delle memorie autobiografiche (vedi p.es. le grandi poesie dedicate al figlio morto e ai ricordi maremmani) e il vagheggiamento delle grandi memorie storiche (in questa direzione è notevole soprattutto il ciclo dedicato all'esaltazione della civiltà italiana nell'età dei Comuni).

Nell'altra raccolta, le Odi barbare, nuovi temi si accostano a quelli ricordati, come il mito della romanità, il senso religioso di una misteriosa presenza superiore (Canto di marzo, La madre) e infine i versi in cui a una realtà precisa e solare si affianca il mistero e l'imponderabile che a questa realtà è sempre congiunto (Mors, Nevicata, Alla stazione in una mattina d'autunno). In queste raccolte, un po' decadenti, l'esigenza di perfezione formale e l'esotica nostalgia dell'Ellade sono state paragonate a identici atteggiamenti dei poeti parnassiani francesi. Già comunque nelle ultime Odi barbare e poi in Rime e ritmi (1898) si era esaurita la migliore ispirazione carducciana e prevalevano l'evocazione erudita, il paesaggio oleografico, l'eloquenza deteriore.

Nel mentre egli si ripropone di ricostituire, nella lingua italiana, i ritmi poetici della lingua latina, i temi diventano quelli della nostalgia dell'infanzia, degli affetti familiari, dell'idea secondo cui i figli pagano le colpe (politiche) dei padri, dell'amore come sensualità anche se dominato dalla ragione, della morte accettata con tristezza virile, della esaltazione della natura e della storia (quest'ultima rivissuta trasferendo gli ideali del presente nel passato, cioè in quelle epoche in cui forte era stato l'eroismo umano, il coraggio di cambiare le cose, la creatività: Roma, il Comune, la Rivoluzione francese e il Risorgimento).

Educato alla scuola di Sainte-Beuve, Carducci ha lasciato scritti critici e contributi eruditi importanti (specie di filologia) su Petrarca, Poliziano, Parini, Leopardi, ma anche su scrittori minori. Egli era profondamente ostile a De Sanctis e allo storicismo napoletano. Si deve infine ricordare che, accanto alla sua attività di poeta e di studioso, egli fu insegnante di valore, tanto che alla sua scuola si sono formati uomini come G. Pascoli, S. Ferrari e, più tardi, A. Panzini e M. Valgimigli.

La nostalgia del Carducci

Il rapporto colla natura, nel Carducci, è posto sempre all'inizio di ogni sua poesia, ma questo non significa ch'esso sia il più sentito. In effetti, la natura, nella sua poetica, non riesce a svolgere quel ruolo mediativo o catartico ch'egli le vorrebbe assegnare. E ciò proprio in virtù del fatto che il poeta ha consapevolezza dell'importanza di un altro rapporto: quello politico-ideale con la società.

L'incapacità di vivere in modo adeguato tale rapporto ha fatto sì che nelle sue ultime poesie domini l'elemento elegiaco, anche quando si è in presenza di una vigorosa descrizione dell'ambiente naturale. La natura, in altre parole, non viene qui usata come strumento per "cantare" i successi della società o la realizzazione degli ideali politico-sociali, ma diventa la cornice (mai comunque formale o superficiale) che racchiude il quadro di una vita disillusa.

Si possono fare alcuni esempi. In San Martino l'esordio è tutto paesaggistico; il poeta traccia anche uno schizzo di vita agreste, rurale, ma il finale resta malinconico. Il cacciatore, dietro al quale si cela il poeta, "fischia" non lontano dallo spiedo, lasciando presagire una vita soddisfatta di sé ("l'aspro odor dei vini rallegra l'anima"). Tuttavia l'apparente felicità nasconde una tristezza: i pensieri sono "esuli". Cioè, perché l'uomo possa sopravvivere, sembra che la felicità debba pagare un prezzo esorbitante: la morte del pensiero, la fine dell'autoconsapevolezza politica, la rinuncia insomma all'ideale. Di questo il cacciatore-poeta è cosciente e, per quanto "fischi", non può fare a meno di "rimirar" gli stormi-pensieri (ovvero gli ideali irrealizzati) che se ne vanno. Soltanto la natura, in ultima istanza, o la semplicità delle cose tradizionali, può attenuare lo sconforto del poeta.

In Visione l'idea che emerge (non in virtù di un'azione o di un contrasto sociale ma, poeticamente, in virtù del rumore delle onde del fiume) è il desiderio di ritornare alla "prima età", allorquando si viveva "senza memorie e senza dolore". Il pensiero dell'ideale svilito diventa al poeta insopportabile, ancor più il pensiero di dovervi rinunciare per sempre. Nulla più lo consola, neppure la natura. Con nostalgia egli ripensa all'innocenza perduta ("l'isola verde"), quella in cui il problema dell'ideale neppure si poneva, quella in cui -forse a motivo della stessa inconsapevolezza- la "serenità" era solo "pallida".

Al rimpianto della "visione" innocente subentra, nella Nevicata, il desiderio della morte. "L'indomito cuore" non può rassegnarsi ad alcuna illusione, sia essa la natura o il mito del ritorno all'infanzia - proprio perché non può dimenticare il suo passato. Anzi, è così forte l'esigenza di ripercorrere le tappe più significative della trascorsa esperienza politico-sociale, che il poeta fa rivivere "gli amici spiriti", che "reduci son", anelando a ricongiungersi con loro nel "silenzio" e nell'"ombra".

Il Carducci recupera il valore del rapporto sociale dopo averlo collocato in un contesto fantastico, irreale, quasi macabro. La realtà, quella vera, continua ad essere quella che è: "suoni di vita più non salgon da la città; roche per l'aere le ore gemon; picchiano uccelli raminghi a' vetri appannati".

Commento a San Martino

Il bello di questa poesia è che il poeta ha saputo rendere piacevole una cosa triste. Di fronte alla nebbia e al mare agitato, segno di contraddizione, i contadini si isolano nel borgo e si accontentano dello spiedo da consumare col buon vino.

La soddisfazione non sta nell'affronto collettivo, sicuro, del problema che condiziona la vita, ma in una soluzione individuale, di piccolo gruppo, familiare: la caccia. Il desiderio di entrare nel cuore degli antagonismi prende invece il volo verso la rassegnazione.

Il poeta s'identifica con un cacciatore che fischia contento della preda catturata, che però è ben poco cosa rispetto a quanto sognato, ed egli stesso, a sua volta, non può fare a meno d'identificarsi con gli stormi d'uccelli neri in procinto di fuggire la realtà.

Non è la fotografia di una scena: il paesaggio maremmano, che il poeta ha già abbandonato per accettare la docenza universitaria a Bologna, ma un collage di più scene agresti usate per rimuovere la tristezza e la fatica dell'esistere, ben espresse nell'ultima quartina, il cui ritmo, non a caso, è più lento che nelle altre.

Il tema quindi non è l'autunno e le impressioni ch'esso suscita, ma la sconfitta politica sublimata nel minimalismo rurale, trasfigurato poeticamente con movimenti e rumori che lo rendono apparentemente lieto.

Siamo a uno spartiacque nella produzione poetica del Carducci. Il sublime sta per rovesciarsi in decadenza. La nostalgia di un passato materialmente difficile ma interiormente sentito sta per diventare astratta retorica, insopportabile erudizione professorale.

Bibliografia

L. Chiarini, Memorie della vita di Giosuè Carducci.
G. Carducci, Epistolario completo.
Archivio di stato di Livorno, Guerrazzi e Carducci.
L. Russo, Carducci senza retorica.
F. Della Peruta, Democrazia e socialismo nel Risorgimento.
G. Spadolini, Fra Carducci e Garibaldi, Roma, 1983.
M. Biagini, Il poeta della terza Italia, Milano, 1961.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015