Il sonetto di Guido Cavalcanti Chi questa che ven...:
metrica, contestualizzazione, parafrasi


Chi è questa che ven, ch ogn’om la mira,

che fa tremar di chiaritate l’âre

e mena seco Amor, sì che parlare

null’omo pote, ma ciascun sospira?

O Deo, che sembra quando li occhi gira,

dical’Amor, ch’i’ nol savria contare:

cotanto d’umiltà donna mi pare,

ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.

Non si poria contar la sua piagenza,

ch’a le’ s’inchin’ogni gentil vertute,

e la beltate per sua dea la mostra.

Non fu sì alta già la mente nostra

e non si pose ’n noi tanta salute,

che propiamente n’aviàn conoscenza.

Analisi del sonetto

Metrica

Sonetto, ovvero breve componimento poetico di 14 versi (“principe” dell’espressività lirica) con struttura “classica 4 4 3 3”: due quartine e due terzine di endecasillabi con rime di schema ABBA ABBA CDE EDC; pertanto quartine con rima incrociata, ripetuta nella seconda quartina, e terzine in cui la rima è invertita nella seconda terzina.

Contestualizzazione

Il sonetto di Guido Cavalcanti potrebbe essere inteso come un ulteriore “manifesto” dello Stilnovismo (o Dolce Stil Novo), se già come tale non fosse stata assunta la canzone del bolognese Guido Gunizelli Al cor gentil rempaira sempre amore, ‘padre’ spirituale degli stilnovisti tutti (di numero esiguo, quanti erano) e in particolare di Dante Alighieri. Il “miglior amico” di Dante compose questo sonetto probabilmente tra il 1280 e 1290 e a esso, si dice, si sia anche ispirato lo stesso Dante con il suo “Tanto gentile e tanto onesta pare”, comunque più famoso sui testi scolastici e nella tradizione letteraria.

La relativamente breve esperienza stilnovista fiorentina accomunò, in una sorta di elitario cenacolo letterario, Dante, Cavalcanti, Lapo Gianni (memorabile dedicatario, insieme allo stesso Guido, del sonetto dantesco Guido, i‘ vorrei che tu e Lapo ed io), Cino da Pistoia, Dino Frescobaldi (quest’ultimo da non confondersi con il ghibellino Lambertuccio Frescobaldi, il quale scambiava virulente schermaglie poetiche con il guelfo Monte Andrea, all’interno di quelle socialmente e politicamente accese fazioni della “generazione di mezzo”).

La suddetta esperienza fu, oltre che probabilmente una cultura intellettualmente aristocratica e (a mio avviso) erroneamente intesa in un’accezione restauratrice, la prima che, in Italia e al di fuori delle corti imperiali o papali (o a queste in qualche modo legate), applicò una genuina e profonda reazione culturale al nascente e consolidantesi scenario borghese comunale (storicamente benvenuto, ma a cui poi fuggì di mano il senso storico della realtà sociale), figlio di quella cultura cittadina, mercantile e finanziaria, alla quale essi, in qualche modo, volevano e sentivano di voler rispondere, rimodellandone i criteri a loro modo e attraverso i canali letterari (ma non solo! A questa stessa cultura commerciale, in un altro contesto e con decisamente maggiori accenti ed eccessi, tanto sociali quanto spirituali, aveva di fatto reagito Francesco d’Assisi, a inizio secolo, stretto tra i dogmi ecclesiali e quelli mercantili).

Quella che è, o è stata intesa, la poetica stilnovista trova la sua naturale ragione e ispirazione oltre che nei motivi suddetti, nella pure naturale prosecuzione ed esasperazione, tuttavia con ampio stravolgimento dei termini, nella poetica dell’amore cortese. Se quest’ultimo imponeva il dogma della perenne insoddisfazione, e frustrazione, della tensione amorosa, indirizzata verso una dama di rango sociale superiore (e quanto, nel differente contesto filosofico di cinque secoli dopo, ciò è analogo alla kantiana impossibilità del conoscere la “cosa in sé”, o principio metafisico, in quanto essa stessa [“cosa in sé”, o indagine metafisica], pur avendo dignità di inestinguibile anelito umano, non sarà tuttavia più passibile d’indagine scientifica nel secolo dei lumi), lo stilnovismo metterà in moto un duplice processo (in buona parte inconsapevole agli stessi protagonisti e autori, come in molti casi dei principi che muovono l’arte): esso da un lato, diremmo freudianamente, sublimerà la pulsione libidico/sensuale nella donna angelo (tanto che lo stesso Guinizelli sarà comunque collocato da Dante a purgare la propria anima tra i lussuriosi); dall’altra, ancora diremmo junghianamente, proietterà in questo stesso simbolo (la donna angelo) una parte della propria anima, contenente i motivi rimossi dalla propria coscienza maschile. I citati e senza dubbio attinenti riferimenti biblici, la pregnante contaminazione del mistico con il profano, effettuata da Guido Cavalcanti e di cui egli ha sapientemente intriso i versi, secondo chi scrive sono tutti leggibili e rientrano in uno scenario di questo tipo.

Inoltre: come la tematica amorosa, secondo i cortesi, era elemento simbolico sociale; così, e a maggior ragione, si può supporre fosse stato per gli stilnovisti. L’esasperazione dei loro approcci e della loro poetica, amorosi e sociali, si sarebbero tuttavia lentamente ma inesorabilmente cristallizzati evaporando, anche in seguito alle vicende politiche (pensiamo all’esilio e alla scomparsa di Cavalcanti) e si sarebbero poi necessariamente estinti, almeno a livello della coscienza letteraria. Solo in Dante avrebbero dato poi altri e appariscenti frutti, trasformandosi tuttavia in un universo di sfaccettature e significati ulteriori all’interno della poliedrica opera e della coerenza politica che egli manifestò.

Parafrasi

Chi è costei che procede verso di noi, che ogni uomo scruta con ammirazione, al cui passaggio l’aria vibra di luminosità e porta in sé l’Amore, tanto che ognuno perde la capacità di proferir parola e può solamente emettere sospiri di maraviglia? Oh Signore, a quale creatura può esser comparata, Ella, quando volge lo sguardo su di noi; lo dica l’Amore, in quanto io non saprei dire nulla a riguardo; mi sembra donna di tale umiltà interiore che qualsiasi altra, a confronto, può essere denominata ira. Non si può descrivere la sua bellezza, tanto che a lei ogni nobile virtù fa una riverenza e la bellezza la mostra come una propria divinità. La nostra mente non raggiunse mai tali altezze dello spirito, e in noi mai vi fu un tale sano equilibrio, che davvero non abbiamo conoscenza di un simile stato di armonia.

Appendice critica

Sorta di nirvana, o illuminazione, è il passaggio di Colei, la quale all’interno di una esperienza mistica e di grazia estrema, ricongiunge, secondo Cavalcanti, gli opposti del mondo, religiosamente potremmo dire lo yin e lo yang. È chiaro che, di fronte a una tale intensa esperienza di comunione introspettiva ed estatica, lo spirito borghese commerciale della Firenze e dell’Italia del ‘200 non poteva essere interessato: e in modo complementare gli stilnovisti non potevano accomunarsi a quelli; da qui il fenomeno dell’aristocratico diniego intellettuale di Cavalcanti e seguaci!

Secondo chi scrive, non si può escludere che, la poetica dello stilnovismo, esperienza storica/letteraria significativa ma apparentemente effimera e legata all’epopea degli albori della nostra letteratura, non sia stato solo un puro e “semplice” fenomeno culturale e letterario, legato al particolare contesto storico medievale fiorentino, ma risponda, più in generale e coerentemente alla contestualizzazione descritta in precedenza, a esigenze e aneliti più profondi della natura e della psiche umani. Queste stesse inappagate e irrisolte istanze dell’essenza umana, nei secoli successivi dalla psicanalisi e poi dalle varie correnti della psicologia del profondo, sarebbero state riprese come oggetto d’indagine e sarebbero state indicate ed esemplificate, anche con riferimenti ad ambiti artistici.

Su un piano apparentemente meno dotto, ma riteniamo comunque significativo, in questa ottica allo scrivente piace indicare, all’interno della produzione musicale popolare moderna e più specificamente in quel fecondo fenomeno allargato che è stata la canzone d’autore italiana degli anni ’70-’80 dello scorso secolo, alcune composizioni che, sempre secondo la propria visione, esemplificano, filtrati naturalmente in chiave contemporanea, i motivi addotti sopra. Ci si riferisce qui ai pregevoli brani: Le passanti di Fabrizio De André; Autogrill di Francesco Guccini; Alba chiara di Vasco Rossi e a La fata di Edoardo Bennato; alcuni senza dubbio non privi di dignità anche letteraria. In breve, gli stessi motivi ispiratori cavalcantiani, e più in generale stilnovistici, sono rintracciabili, con diverse angolazioni ed espressioni e intensità, nei testi e nelle atmosfere delle suddette canzoni. Per approfondimenti, sul tema, ci si permette di indicare una propria più ampia riflessione in “Fabio Sommella: Alle compagne di viaggio, Boopen; 2009”.

Fabio Sommella - www.fabiosommella.it


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015