Il brio di Blaise Cendrars

Dario Lodi


Solo uno spirito disperato può raggiungere la serenità, e per essere disperati bisogna aver molto vissuto e amare ancora il mondo.

L’aforisma è di Blaise Cendrars (1887-1961), pseudonimo di Frédéric Sauser-Hall. Era svizzero e fu naturalizzato francese. Le parole sopra riportate sono la fotografia del personaggio. Cendrars non gode di grande popolarità (ingiustamente) perché fu scrittore originale, lontano quanto mai dalle ben note consorterie letterarie. Queste consorterie non vanno demonizzate, ma di certo ridimensionate e non per desideri semplicistici, o invidie senza speranza, quanto per varie caratteristiche implosive insite in un accademismo senza autentici ricambi. E’ evidente che la mancanza di spunti nuovi faccia del mondo letterario ufficiale un elegante mortorio, per lo più.

La difesa del mondo in questione è affidata al sistema che lo tollera e protegge come un di più decorativo, una garanzia di bon ton nel comportamento del sistema stesso. Gente come Blaise Cendrars è un disturbo per la macchina che richiede consensi ad occhi chiusi. La si fa tacere non pubblicizzando i suoi libri, emarginandola. Ma un minimo di dignità, che, grazie al cielo, alligna nel cuore di ogni essere umano, impedisce la cancellazione di veri e propri eroi intellettuali, verso i quali opera una sorta di soggezione che li fa continuamente vivi ed esemplari, per fortuna.

Cendrars visse un’esistenza particolare, sempre in movimento, sempre alla ricerca di nuove esperienze. Il Nostro fu nella Legione Straniera e partecipò alla Prima guerra mondiale, dove perse l’avambraccio destro. Divenne per forza di cose mancino. Molto più tardi ne scrisse in un libro: “La mano mozza”. Non numerose le sue opere e tutte originali, quasi sperimentali, sia i romanzi che le poesie. Queste ultime furono raccolte in due volumi alla fine degli anni Sessanta. Per campare Cendrars fece anche lo sceneggiatore (per il famoso Abel Gance nel film “La strada”, 1923) e divenne saggista per diverse pubblicazioni

Forse più interessanti delle poesie sono i romanzi (“L’oro”, “La vita pericolosa”, da segnalare fra gli altri) sui quali campeggia, in modo perentorio, “Ho ucciso”, del 1918: una ricostruzione dei fatti che lo videro soldato in prima linea ed assassino involontario. In particolare, il Nostro descrive un assalto all’arma bianca con successivo sgozzamento di un nemico, la cui testa quasi si staccò dal busto, dato l’impeto del colpo (la cosa stupì il soldatino e lo inebriò per aver avuta salva la propria vita).

Il carattere degli scritti di Blaise Cendrars è già pienamente contenuto nella descrizione degli stati d’animo del soldato che teme di marcire in trincea e che ancora di più ha il terrore degli assalti irrazionali che continuamente vengono ordinati. Chi non obbedisce viene ammazzato dai suoi stessi compagni: una follia a ripetizione che non conosce rimedio. Carne da macello, senza rispetto per lo spirito che alberga in essa! Il soldato Cendrars è incredulo, è disorientato, si sente abbattuto da un male assurdo, inconcepibile.

La sua reazione è un vitalismo incontenibile che cerca ragioni di vita: le cerca in senso creativo, cioè le pretende nel nome di un diritto esistenziale che ha credenziali serie. Cendrars espone queste credenziali con una prosa decisa, quasi aggressiva, rompendo gli schemi imploranti della precedente letteratura romantica e decadente. La novità, portata avanti in maniera lucida, con carattere e con convinzione, dopo aver suggestionato Apollinaire, troverà sviluppi persino nella poetica straordinaria di Valery Larbaud.

Blaise Cendrars può essere considerato un anticipatore dell’espressione artistica del XX secolo, definita moderna ed anche diversa da ogni altra forma artistica del passato in quanto basata su un protagonismo diretto e non indiretto come era stato costume per secoli. Il Nostro è senz’altro fra i responsabili dell’avvio di un’avventura espressiva del tutto nuova di cui ancora non sappiamo capacitarci doverosamente, ma di cui godiamo tutta l’inaspettata apertura esplorativa e speculativa.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015