L’estetismo di Jean Cocteau

Dario Lodi


Questo amore era tanto più bruciante in quanto precedeva la conoscenza dell'amore. Era un malessere vago ed intenso, contro cui non esisteva alcun rimedio, un desiderio casto, senza sesso e senza scopo.

La frase è tratta da “I ragazzi terribili” di Jean Cocteau (1889-1963) e caratterizza bene il suo autore. Perché prima di essere uomo, Cocteau fu personaggio e questo in linea con le pretese del momento – i primi anni Novecento – che volevano un uomo sopra le righe, e non importa se per meriti speciali. Generalmente non si indagava su questi meriti, ritenendo bastevole l’atteggiamento, accompagnato ovviamente da un minimo di competenza accademica, cioè di conoscenza consolidata convenzionalmente, di persona veramente alla moda (si pensi, ad esempio, al nostro D’Annunzio, che sui propri atteggiamenti snob edificò la propria fortuna economica).

Vediamo, la frase contiene un’affermazione certa (l’amore) e un dubbio (la realizzazione dello stesso). Contiene anche, in filigrana, un problema fondamentale che consiste nella considerazione piena di tutto questo, ovvero nella preoccupazione di non riuscire ad impossessarsene e quindi di dominarlo, manipolarlo a dovere. Cocteau ha un flash esteriore che gli fa vedere bene – pur con luce diversa – certa sua impotenza. Il fenomeno, alla fine, non lo disturba in modo determinante perché comunque c’è la parola a condizionare la scena. Ovvero, c’è una descrizione a condizionarla.

La questione della parola con cui si può condizionare ogni cosa, o fingere di farlo con buoni risultati (naturalmente secondo considerazioni personali), è una chiave che aprì molte porte alla speculazione intellettuale di Cocteau. Innanzi tutto, la porta surrealista, per le ampie possibilità da essa offerte. Il Surrealismo fu una valvola di sfogo per il mondo intellettuale del tempo, consentendo il rifugio nella fantasia, nel sogno: Freud e Jung usati come grimaldelli mentali per giungere all’uomo più uomo, come era nei programmi del nuovo “Homo habilis” partorito dall’industria.

Secondo Andrè Breton, Cocteau era un falso intellettuale, uno che scriveva pessime poesie. Le composizioni dello scrittore francese, a giudizio del padre del Surrealismo (Breton appunto, mentre il nome del movimento lo dobbiamo ad Apollinaire), sono dei centoni legati insieme con abilità estetica e niente più. Forse questa opinione non è del tutto maligna: Breton se ne intendeva di poesia.

La prosa di Cocteau è tutt’altra cosa rispetto alla poesia. Essa risente del vitalismo del nostro scrittore: un vitalismo eccezionale che lo portò ad apprezzare altre forme d’arte oltre la letteratura. Cocteau disegnava molto bene, amava le belle cose, era un patito dei balletti di Diaghilev, il grande coreografo russo, e fu tra gli scopritori di Stravinskij (“La sagra della primavera”) Inoltre si avvicinò al cinema, ne divenne autore e regista. Anche attore in certi casi.

Era molto amico di Raymond Radiguet (autore de “Il diavolo in corpo”) che morì ventenne di tifo. Era il 1923. Cocteau si consolò dandosi all’oppio e immergendosi in ricerche religiose profonde. Entrò in contatto di Jacques Maritain, il grande teologo, che poco dopo contestò, avanzando proprie teorie su spiritualità e fede. Negli anni Trenta ebbe una relazione con una nobildonna, Natalia Pavlovna Paley che la mecenate di tanti artisti, ed anche sua, la ricchissima Marie-Laure de Noailles (con cui aveva avuto una storia) gli fece lasciare. A questo punto, Cocteau aumentò la propria collaborazione giornalistica, con vari scritti, ed ebbe modo di conoscere uno dei più grandi amori della sua vita, Jean Marais.

Con Jean Marais, il nostro poliedrico personaggio dirigerà il film che l’ha reso celebre, rendendo celebre la storia che vi si racconta: “La bella e la bestia”. Già egli era noto per un romanzo insolito, “I ragazzi terribili” (una trama complicata, un elegante feuilleton) e soprattutto per il dramma teatrale “La voce umana”.

Per chi scrive, “La voce umana” e “La bella e la bestia” sono le due cose veramente memorabili di Cocteau. La prima è la rappresentazione di un dolore sconfinato che non conosce soluzione: una donna telefona all’amato, mettendo in campo una specie di gioco a chi dovrebbe provare più dolore per una separazione che, a quanto pare, nessuno dei due vuole. Cocteau è completamente al servizio del soggetto, è sincero, non bara, non enfatizza.

“La bella e la bestia” è una storia fantastica alla cui radice sta la lotta dell’uomo contro l’animale che c’è in lui. Il finale è roseo, ma prima di arrivarci lo scrittore francese indaga a fondo sull’essere umano, pur mostrando poi superficialmente l’esito delle sue esplorazioni. Sempre l’estetica domina la situazione e tutto si risolve guardando più che vedendo. Cocteau guarda bene, ha occhi buoni e mente pronta per le immagini che sa come immaginare. Tutto qui? No, in questo suo fare non mancano riflessioni, volontarie e involontarie, che arricchiscono le operazioni di notevoli contenuti intellettuali.

Dello stesso autore:

Testi di Jean Cocteau


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
 - Stampa pagina
Aggiornamento: 25-04-2015