Le verità di Pinocchio

Carlo Collodi

“C'era una volta...
- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
No ragazzi, avete sbagliato: c'era una volta un pezzo di legno.”

(Carlo Collodi, incipit de "Le avventure di Pinocchio")

Dario Lodi


Nella prima stesura, Pinocchio moriva impiccato dal Gatto e dalla Volpe: concludendosi così, il libro non sarebbe di sicuro passato alla storia. La fine ingloriosa del burattino (il nome gli deriva da un personaggio della storia dell’arte) avrebbe avuto il sapore di un moralismo insopportabile: non ti comporti bene, meriti la punizione.

Ma evidentemente Carlo Collodi (Carlo Lorenzini, 1826-1890) aveva idee diverse e quindi, forse spinto dalla rivista per cui scriveva, rimpolpò il racconto ed ebbe la soddisfazione di vedere il volume stampato dalla Libreria Editrice Felice Paggi di Firenze, con il titolo: Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Era l’anno 1883.

Lo sappiamo, sarà un successo strepitoso: traduzione in 240 lingue, saggi, film (indimenticabile quello di Walt Disney), rappresentazioni teatrali.

Tutto questo grazie ala scrittura di Collodi: semplice, colloquiale, immediata. E grazie alla sua straordinaria fantasia, espressa, in aggiunta, con un candore disarmante. Le vicende sono semplicissime, apparentemente adatte alla sola ingenuità infantile. Non è esattamente così perché Collodi sa coinvolgere grazie a sincera passione per ciò che narra e soprattutto per ciò che sottintende. Lo scrittore non va alla ricerca di formule esoteriche o subliminali, bensì esprime una morale fatta di buonsenso e di umanità.

Lo sfondo è quello dell’Italietta, povera e abbandonata a se stessa. L’ambientazione di Pinocchio è quella di prima dell’unificazione italiana: Collodi fa così per evitare richiami alla situazione attuale che vede l’Italia unita in mezzo a mille problemi sociali. La fame domina le pagine del libro. Non è una fame drammatica, ovvero lo scrittore non la rende tale, ma fa intuire quanto sia difficile l’esistenza della gente benché vi siano i fuochi artificiali della rivoluzione industriale. Paradossalmente la ricchezza creata dall’industria provoca la povertà di chi la alimenta.

Collodi fa passare a Pinocchio ogni genere di guai, gonfiando le cose per additare i problemi e d’altra parte per lenirli attraverso personaggi ed immagini fantasiose. Tutto pare come trasognato. Mastro Geppetto è la felice caricatura della brava persona, ma senza esagerare nei tratti. Il Grillo parlante è il filosofo sempre inascoltato (viene ucciso da Pinocchio con una martellata, ma più tardi ricomparirà: è una riproposta molto felice). Il Gatto e la Volpe sembrano gli affaristi imbroglioni che sempre si trovano intorno al denaro. La Fata dai capelli turchini è l’aiuto insperato, la provvidenza. Mangiafuoco è una sorta di burbero benefico persino a propria insaputa. Altri personaggi ruotano intorno alle vicende  le vivificano con opportune soluzioni simboliche, così, in effetti, in Pinocchio non esistono comparse. 

Nel romanzo, c’è un fondo di bonomia, di indulgenza, unite ad un certo impegno morale che intriga. Non è mai una morale pesante, anzi, il coinvolgimento esige solo una minima attenzione: lo scrittore è discreto, a suo modo esigente, esige cioè la venuta di certe considerazioni solo dopo il dispiegamento della vicenda e non pretende affatto chissà quali reazioni. E’ come se affermasse che le cose, sotto le cose, stanno così, ma potrebbero essere cosà grazie ad una magia o ad una convinzione ne valore del bene, ovvero del’impegno a fare bene. Ma l’idea splendida di Collodi è la trasformazione del burattino in un essere in carne ed ossa. La trasformazione rivela un’ambizione di fondo da parte dello scrittore. Nn è soltanto una questione di lieto fine: la pubblicazione, pur non essendolo esplicitamente, era pur sempre una pubblicazione destinata ai ragazzi.

Si trattava di un’esigenza editoriale. Ma Collodi trova il modo di inserire delle allusioni sicuramente più adatte ad un pubblico maturo. Mentre il ragazzo, immedesimandosi in Pinocchio, trova un premio (da cosa a persona) per la buona condotta, l’adulto può reperirvi una sorta di processo umano da essere istintivo e brutale ad essere cosciente e consapevole della validità di certi atti al fine di un vivere più dignitoso, più da uomo vero e proprio. E’ straordinariamente felice l’idea del legno che parla (una specie di inno alla vita) e sono indovinate le peripezie del burattino, tutte sottolineature di un mondo sbilanciato fra male e bene, con il male sempre in agguato, mai domo.

Il male sta nel sistema che affama la gente e la tiene nell’ignoranza, nella superstizione, piegandola e piagandola in modo che potrebbe essere irreparabile. Per fortuna l’uomo ha molte risorse cui attingere nei momenti disperati: egli non è mai abbandonato da se stesso. La famosa trasformazione adombra un cammino ideale verso la valorizzazione della personalità umana. Collodi vive come una specie di miracolo questa sua trovata geniale e trasmette con passione contagiosa la liberazione di Pinocchio dalla prigionia della propria condizione.

Quello di legno era un burattino nelle mani del mondo, nella mani di un sistema oppressivo, ancorato alla paralisi della conservazione, alla assurdità delle consuetudini. Pinocchio in carne ed ossa è un uomo che ha trovato le proprie peculiarità. Ha gettato alle spalle il passato statuario (riti, cerimonie, convenzioni a regolare la sua vita) e affronta a viso aperto il futuro. Ora è indipendente, può scegliere il buono che ha ereditato e cercare di vivificarlo. Non ha più bisogno di tutori. Non ha timori e speranze trascendentali. Ha tanta voglia di vivere una vita in presa diretta, ha voglia di mettere alla prova le sue energie, le sue capacità intellettuali e le sue virtù sentimentali.

Collodi, con la sempre più famosa trasformazione, ha creato il primo il primo autentico uomo moderno. Quello precedente può essere messo in uno sgabuzzino, fra le scope di legno come lui. Il nuovo Pinocchio crede in un nuovo mondo e si affida a se stesso. Così piace pensare significhi la morale di Collodi, magari col suo placet (lo scrittore è riservato, ma fiducioso e persino sorpreso di esserlo).

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015