Un Burlador di nome Giovanni

Fabia Zanasi


"¿Quien soy? Un hombre sin nombre" dopo poche battute scambiate con la duchessa Isabella appena sedotta, don Giovanni Tenorio irrompe sulla scena del dramma di Tirso De Molina con questa professione di anonimato, che decreta appieno la sua inautenticità caratteriale di "uomo senza nome". 

Paradossalmente, nel corso dei secoli, la fortuna del personaggio sarà tale da legare proprio alla sua onomastica il comportamento del seduttore spregiudicato, senza esclusione di una ambigua valenza d'ammirazione, che forse fa da specchio a quel bisogno di canagliesca affermazione dell'individuo rispetto all'altro, latente in molti esseri umani. 

Nel corso dell'azione, don Giovanni si attiene alle regole di un copione che lo vede in preda alla coazione a ripetere sempre i medesimi gesti proiettati verso il ristretto orizzonte del sesso: assume false sembianze e finge di essere l'uomo amato con le nobildonne ed è spergiuro d'amore con le fanciulle del popolo; a tutte promette il matrimonio. 

Il primo inganno, la sostituzione di persona, si addice alle ore notturne, mentre il secondo si vale della luce del giorno, affinché le vittime stesse s'invaghiscano delle sue doti d'uomo: egli è "forte, nobile, gentile", proprio come lo descrive il genitore don Diego Tenorio. 

Il suo fascino non risiede solo nelle parole, ma soprattutto negli sguardi che le donne stesse hanno il torto di decifrare in modo poco consono al loro onore: "molte cose dite quando non parlate" ammette la pescatrice Tisbea. 

In effetti per don Giovanni la rapina sessuale sembra in qualche misura essere strumentale rispetto alla frode d'onore perpetrata in oltraggio alla purezza femminile: la maggiore voluttà consiste proprio nella sua capacità di far leva sulla bramosia muliebre e sul potere di accenderne la libidine, in modo che le donne stesse abbiano a patire un senso di colpa corresponsabile. 

"Sevilla a vozes me llama el Burlador, y el mayor gusto que en mí puede haber es burlar una mujer y dejalla sin honor": il libertino ostenta con fierezza la nomea di Burlador narcisista beffatore che trae il maggior godimento personale allorché rispecchia i propri inganni nella pubblica fama. 

Per quanto riguarda i luoghi della seduzione essi spaziano dagli ambiti cittadini, nelle stanze dei palazzi di Napoli e Siviglia, a quelli naturali, come la spiaggia nei pressi di Tarragona o la campagna di Dos Hermanas: la smania di possesso dei corpi muliebri si combina dunque alla più forte volontà di attraversare spazi geografici sempre nuovi, perché ciò che caratterizza don Giovanni è soprattutto il senso di non appartenenza, comportato da una evidente anaffettività. 

Pertanto la devianza si riflette sul versante comunicativo: immancabilmente le sue parole generano fraintendimento. L'ipocrisia verbale del personaggio consiste infatti nell'usare il linguaggio secondo modalità differenti rispetto a quelle degli altri individui con i quali relaziona. 

È un egocentrico che valuta le persone in stretta connessione con le proprie esigenze e il proprio piacere. L'atteggiamento psicopatico che lo contraddistingue fa sì che egli differisca sempre il momento del proprio pentimento, benché pensi utilitaristicamente di valersene in extremis, poiché intende abusare persino della misericordia divina. 

Al tema della seduzione, dominante nei primi due atti, subentra pertanto quello della ineluttabile punizione. La scena tredicesima dell'atto terzo si svolge nella dimora segreta di don Giovanni, allorché egli si appresta a sedere a cena: un colpo battuto alla porta è quanto basta al servo Catalinon per arguire che qualche terribile evento incombe sull'apparente normalità delle abitudini quotidiane.

Al contesto domestico si contrappone la sfera degli accadimenti soprannaturali e un morto si rende visibile ai vivi: è il fantasma di Don Gonzalo, ucciso da don Giovanni mentre tentava di vendicare l'onore della figlia donna Anna, e l'irriverente seduttore non esita ad invitarlo a cena. 

Nel folklore medievale il tema del morto invitato da un giovane irrispettoso è abbastanza frequente. Tirso de Molina trasporta questo copione dal registro popolare, i cui personaggi sono umili contadini, a quello aristocratico, nell'intento di porre sotto accusa una palese soperchieria avallata da una mentalità ancora vigente tra i gentiluomini del XVII secolo, inclini a valutare positivamente, quale tratto distintivo della cavalleria, proprio la sfrontatezza: "La desvergüenza en España se ha hecho caballeria". 

In nessun momento il drammaturgo spagnolo induce il lettore a simpatizzare con il protagonista della sua opera, tuttavia nel corso del '700 e dell'800 il personaggio rafforza la fama che è quasi preconizzata dalla battuta dello stesso don Giovanni più sopra riportata. 

In verità Tirso ha tracciato non solo il profilo di un nobile spagnolo dei suoi tempi, ma soprattutto ha indicato il modello umano per una caratterizzazione antropologica ricorrente, la cui coloritura psicologica è suscettibile di modifiche in relazione ad epoche diverse. 

Così il don Giovanni romantico acquisisce l'aura dell'uomo seduttore, a sua volta irretito dalle donne, per quel processo di rovesciamento di ruolo dell'eroe che ne segna la parabola dalla vittoria alla sconfitta. 

E in tempi attuali questa fisionomia si è ulteriormente alterata: don Giovanni non è più ladro di donne, ma ladro di valori. Osa burlarsi delle regole sociali e ne prova un'intima fierezza: la sua aristocrazia è blasonata di malaffare.


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015