Il mondo di Edmondo

Edmondo De Amicis

Dario Lodi


Chiaramente il nome di Edmondo De Amicis è legato a Cuore: per molti un’opera  discutibile per la costruzione a tavolino di emozioni e di sentimenti esemplari. Le preoccupazioni dello scrittore ligure (Oneglia 1846, Bordighera 1908) erano quelle di far emergere dallo scritto lezioni pedagogiche opportune a creare il cittadino italia. Cuore è del 1896 (il 17 ottobre l’editore Treves lo presentò nelle scuole, con immediato successo): da ventisei anni Roma è dei Savoia (lo stesso De Amicis fu presente alla conquista della città), ed è finalmente capitale d’Italia, di questo nuovo regno raccogliticcio, abitato da mille genti diverse, con storie diversissime alle spalle.

I Borboni sono stati polverizzati dai Garibaldini, la Chiesa ridotta nelle sagrestie; l’Italia, da sempre creatura ideale, centro dell’impero romano, è ora una nazione che vuole diventare una grande nazione (partirà con il piede sbagliato – il tentativo di impero coloniale nel Corno d’Africa - conoscendo il martirio di Adua, stesso anno di Cuore, in marzo: De Amicis vi aveva perso un fratello). Perché ciò avvenga, perché l’Italia diventi rispettabile, occorre fare gli italiani e fare in fretta. Edmondo De Amicis è fra i più zelanti in questo senso. Ha dalla sua l’esperienza militare, che tuttavia, e per la verità, gli serve come orientamento, non come riferimento assoluto. Lo scrittore era a Custoza nel 1866 (Terza guerra d’indipendenza) e vide con i suoi occhi l’inefficienza degli alti comandi. Abbandonò, quindi, la vita militare.

La costruzione dell’Italia doveva avvenire per via civile. Il sistema savoiardo, che era il contraltare del sistema ecclesiastico, doveva cedere il passo alla concezione laica della vita. Nel romanzo la descrizione della povertà, dell’emarginazione, eppure dell’orgoglio individuale teso al miglioramento della propria condizione attraverso un impegno personale (e non attraverso una richiesta di aiuto, come era stato prima), sono accenni a favore della necessità di dare avvio alla civiltà moderna. Il laicismo di De Amicis supera, in certo qual senso, lo stesso dettato cavouriano (“Libera Chiesa in libero Stato”) nel senso che egli punta ad uno Stato senza corone sopra la testa. Cuore fu avversato dalla Chiesa per l’assenza di tradizioni religiose: neppure il Natale vi è celebrato. In quanto alla Patria è una patria che vuole essere di persone, non certo una monarchia, vale a dire non certo una dittatura.

Dovesse scegliere, De Amicis scarterebbe la sottomissione al Vaticano, in quanto emblema di un’inerzia insensata: per lo meno, il laicismo (per ora di stampo monarchico), può assumere diverse forme, in attesa di quella ideale. Quella ideale è per De Amicis rappresentata dal nascente socialismo italiano (1892, Genova). Lo scrittore collabora con testate socialiste (“Critica sociale”, “Il grido del popolo”), è amico di Filippo Turati, nel 1889 dà alle stampe Sull’oceano (vi si parla della piaga dell’emigrazione, con autentico spirito solidale). Simpatizza per i massoni, ma non aderisce al movimento ritenendolo, probabilmente, troppo elitario.

Il socialismo turatiano (rinforzato dalla passione lucida e intelligente della compagna di Turati, Anna Kuliscioff) lo convince di più. E’, quello di Turati, un pensiero complesso che fondamentalmente non ha alcuna pretesa dirigistica. Turati vara la nascita di una vera e propria socialdemocrazia (sarà la fortuna dei governi del Nord Europa e una bella lezione di umanità moderna). La sua mentalità riformista non risente molto del paternalismo tipico dell’imprenditoria di fine ‘800. Questo paternalismo si rifaceva ad una pietas di bassa lega, ipotizzando quasi la necessità di fare dell’elemosina per tacitare la propria coscienza (e per evitare rivolte).

D’altra parte, la massa premeva non tanto per l’equità sociale, quanto per ottenere migliori salari: la seconda era una necessità assoluta al fine di superare condizioni di vita miserabili e micidiali. Marx stesso era stato animato dalla consapevolezza della situazione lavorativa generale: operai ammassati e vessati in tutti i modi, costretti a lavorare per una paga da fame, privi di diritti. Insopportabile era la piaga del lavoro minorile che toglieva dalla scuola, obbligatoria, migliaia di bambini. Una realtà dove gli uomini erano considerati alla stessa stregua degli animali da soma o addirittura da macello (verrà dimostrato, nel secondo caso, durante la Grande Guerra del ’15-’18).

Turati voleva risvegliare le coscienze a partire da quelle di coloro che tenevano le redini del potere. La sua era un’idea di congiungimento delle parti: più dignità da una parte e più impegno civile dall’altra. Più conoscenza di se stessi, per la massa, maggiori aperture intellettuali a seguito di una cultura migliore, più ampia. La scuola doveva fare la sua parte, ma anche lo studente doveva fare la sua. Una questione di maturità da raggiungere e dunque di maggiore coscienza di sé e delle cose, con relativa assunzione di responsabilità.

De Amicis comprendeva benissimo e apprezzava molto la spinta del socialismo turatiano verso la fondazione di un rispetto assoluto per il concetto di umanità, non certo da opporre, ma certo da combinare con il forte concetto di individuo che il capitalismo moderno portava con sé. L’individualismo doveva essere un arricchimento per la collettività mentre le regole elementari collettive andavano a coronare l’esperienza individuale. Il nuovo meccanismo sociale assumeva, nel programma, caratteristiche umane che in passato erano sempre state soffocate da mitologie, fra cui, quella religiosa, impediva qualunque iniziativa (lo dimostrava Nietzsche in quegli anni, parlando del Cristianesimo “castrante”). De Amicis non sposò mai tesi velleitarie. Il suo socialismo era mite, commosso. La mitezza portò lo scrittore ad omaggiare Mario Rapisardi, il “nemico” giurato di Giosuè Carducci, di cui non sopportava la supponenza. Per Rapisardi, l’intellettuale deve essere semplice, non certo un vate. De Amicis semplice e sensibile fu davvero, senza “aiuti” esterni. Un miracolo, dati i tempi e i personaggi. Un bene prezioso per l’umanità.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015