La tragedia di Theodore Dreiser

Dario Lodi


Theodore Dreiser (1871-1945) è il padre del romanzo americano moderno. Figlio di emigrati tedeschi, cattolici, molto religiosi, il nostro scrittore prese qualcosa dall’Europa, da Balzac ad esempio, ma poi s’ispirò notevolmente al modo di vivere statunitense, risolvendolo con l’adozione di un naturalismo duro, impietoso e al contempo accorato.

Dreiser è autore di un romanzo memorabile, “Una tragedia americana”, apparso nel 1925, dove tre personaggi si muovono sullo sfondo di una società corrotta dal denaro. Lui e lei sono due giovani poveri che si amano. L’altra lei è una donna ricca che fa immaginare al giovane un futuro radioso. La ragazza povera è di troppo. Il ragazzo pensa di eliminarla: è incinta e quindi è un ostacolo insormontabile. La porta a una gita in barca, ma esita. La ragazza scivola in acqua e annega sotto i suoi occhi. Lui sarà processato e condannato a morte.

Il romanzo si basa su un caso reale. Dreiser vi aggiunge un pathos particolare, non certo di matrice americana. Ed emette un giudizio finale in modo solenne, ricavato da un Puritanesimo corretto dalla razionalità romantica europea. Questa razionalità è contenuta nella morale che il Romanticismo ha opposto in tutti i modi al Positivismo imperante. Il romanzo è un prolungamento e, in certo quale modo, una sistemazione di quella moralità. L’occasione è data dal cieco arrivismo americano e la cecità da un’occasione di protagonismo offerta, e anzi sollecitata, dal sistema.

A questo punto, i molteplici raffronti con “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij e le supposte derivazioni del pensiero di Dreiser da quest’autore, più che da Balzac, appaiono impropri, sebbene vi sia un fondo comune: la condanna delle cattive azioni. Sono però differenti i motivi.

In Dostoevskij la condanna riguarda la cattiva azione in sé, è un fatto morale radicale, mentre in Dreiser la condanna è la conseguenza di una brutta azione contingente. La contingenza è data dall’occasione di ottenere un vantaggio al prezzo di un gesto estremo. Anche Dostoevskij paventa una situazione del genere, ma poi la risolve chiamando in causa la coscienza e trasformando un crimine in una piaga insanabile.

Lo scrittore americano sfiora la questione della coscienza ma indugia maggiormente su una condanna morale generica, convenzionale, pietistica. Egli, da buon moralista religioso, esprime tutto il risentimento possibile per un degrado sociale intollerabile, capace, infatti, di finire con un delitto gravissimo, causa l’innocenza della vittima. D’altro canto, il ragazzo assiste all’annegamento, non l’ha provocato: forse è innocente nei confronti di quella morte. Preferisce pensare così, nel nome di una giustificazione per tutto in quella società ipocrita e arrivista a tutti i costi. Ma è un perdente nato, è un povero, è il sistema non gli consente la scalata sociale.

Più che una denuncia della società americana, Dreiser presenta una riflessione sulle esigenze individuali sostenute da un vincente pionierismo. Ai suoi occhi di vecchio europeo trapiantato in una realtà rozza e feroce la cosa è inaccettabile. Gli europei ritenevano l’America, gli Stati Uniti, una specie di terra promessa, dove la libertà trionfa e così l’autodeterminazione, il proprio sviluppo umano, la limitazione di pressioni esterne, la meritocrazia. Pura utopia. Certo, da una parte era meglio qui: meno caste, nessuna realtà fossilizzata, competizione meno difficile.

In quanto alla meritocrazia, era sicuramente viva in America, ma aveva un carattere principalmente muscolare, non intellettuale e tanto meno morale, se non nelle apparenze fagocitate da istituzioni severe, amanti della pena di morte.

Un caos, a ben vedere, da cui una competitività insana, senza scrupoli, con due soli scopi: moltiplicare denaro e accumulare potere. I poveri non avevano possibilità, essendo privi sia di denaro sia di potere. Questa constatazione, nel romanzo di Dreiser è descritta in modo amaro, ha toni tragici, è sentita come una disgrazia, come un’offesa all’intero genere umano.

Nella trattazione della vicenda, lo scrittore americano si lascia andare a considerazioni senza via d’uscita: l’uomo non sa andare oltre le proprie miserie e la società americana, presunto punto di evoluzione della civiltà, addirittura conferma e anzi rimarca questa triste, tragica, condizione umana. Volutamente, Dreiser non coglie il concetto di società in cammino, e per questo, involontariamente, fa il gioco del sistema, ma intanto ne indica le esagerazioni, favorendo riflessioni profonde, responsabili, magari utili al progresso civile e culturale, auspicabile, idealmente, da tempo immemore.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015