Le varianti di Lawrence Durrell

Dario Lodi


Lawrence Durrell (1912-1990) cattura l’attenzione per una serie di romanzi, quattro per l’esattezza, definiti, collettivamente, come “Quartetto di Alessandria”. Si tratta di “Justine”, 1957, Balthazar, 1958, Mountolive, 1958 e Clea, 1960. Le storie si svolgono in Egitto. E’ praticamente la stessa, vista da diverse angolazioni. Le varianti vogliono dimostrare che non può esistere una verità assoluta, ma tante verità relative.

Un tale tipo di sperimentazione linguistica era già stato tentato nel 1947 da Raymond Queneau con “Esercizi di stile”, ovvero novantanove descrizioni diverse di un fatto banale. A sostegno dell’operazione, un certo virtuosismo narrativo, a dimostrazione che l’insieme non può sfuggire alle attenzioni dell’intelligenza umana. Così lo stupore per l’infiltrazione, vincente, della relatività si attenua. La parola, variamente dosata, assicura una certa presa sull’irrealtà che di conseguenza diviene realtà in qualche modo controllata.

Durrell si muove sullo stesso binario, aggiungendo alla tesi di massima dello scrittore francese, un sottile disagio per la costrizione morale entro cui i personaggi moderni sono costretti a muoversi. I quattro romanzi, ovvero uno solo diviso in quattro, formano una mole narrativa non indifferente (ben oltre mille pagine) e sono affollate di vicende modeste reiterate diverse volte e in qualche modo approfondite, variate, persino con una sorta di compiacimento sadico, di verbalismo ossessivo, per quanto sempre controllato, e infine di delusione allusa in molti modi.

Lo scrittore britannico è pure sempre un dandy, forse involontariamente, e non affonda il bisturi nella carne viva della desolazione che denuncia, rifacendosi a quel clima decadentistico di primo secolo. D’altro canto, al presente, cioè ai suoi tempi, esiste una considerazione forte e argomentata della decadenza culturale dell’Europa. Ci sono due guerre mondiali a dimostrarlo. Chi queste guerre non le ha vissute in trincea, può discettare della caduta con un certo distacco, con un certo aplomb.

Negli anni Cinquanta ci si sta riavendo dallo stordimento provocato dalla seconda guerra mondiale (Queneau si era riavuto in parte prima) e, di conseguenza, si stanno formulando nuove teorie filosofiche che tengono lontana ogni forma di consolazione. Siamo presuntuosi, crediamo di sapere e invece subiamo gli eventi secondo una specie di legge naturale che vede soccombere, però, l’elemento uomo ben più che l’individuo (anche il cinema s’interessò della cosa, ad esempio con lo splendido “Rashomon” di Akira Kurosawa).

Durrell respira quest’aria e, da una certa posizione privilegiata, quella di letterato puro, padrone più di parole che di concetti, filosofeggia sul relativismo che implacabilmente e inevitabilmente decide di ogni destino. L’uomo può guardare, ma gli è impedito di vedere la verità che si nasconde dietro le apparenze prodotte da lui stesso. Senza queste ultime, non ci sarebbe vita, se non vegetale. Ma la relatività, in definitiva, non è lontana dall’esistenza passiva.

La questione autentica sta, ovviamente, nella mancanza di un punto di riferimento preciso, come, ad esempio, era stato fornito dalla religione per lungo tempo. L’industrialismo moderno l’aveva cancellato senza riuscire a sostituirlo. Questa verità ha determinato ricerche speculative astratte, esaltando studi specifici sulla condizione reale della personalità umana a prescindere dalla necessità di assolutezza, prima assolta dalla fede. Non è che quest’ assolutezza sia nella fede, è che è fu creata intorno a essa in mancanza di altro. E’ in quest’ambito che occorre insistere. Occorre cogliere un punto di riferimento razionale di pari portata a quello trascendentale.

Durrell ha indubbiamente il merito di sollevare il problema del relativismo moderno e lo fa servendosi di una grande fantasia, multi produttiva, padroneggiata con invidiabile autorità, servendosi di un mestiere consumato, ma non manierato – c’è sincerità nelle sue esposizioni – e affidandosi a un sistema, a un ordine mentale per evitare cadute senza possibilità di risalita.

La risalita è garantita dalla regola usata per ordinare e dirimere le questioni, creare i personaggi, guidare gli avvenimenti, suggerire la morale o l’amoralità, giocare con la virtù, insistere con qualche fiducia nell’uomo (tanto per gradire) e manipolare la stessa decadenza, facendola divenire un must narrativo.

C’è qualche affinità fra il suo “Quartetto” e gli scritti del fratello minore Gerald, naturalista sul campo, fra i più interessanti del ‘900. Di sicuro, però, Gerald è più sincero, perché è più vicino alla Natura (ben nota è la sua curiosità verso gli animali che, anche poco attraenti, furono ospitati a casa sua, divennero animali domestici, sullo steso piano di Konrad Lorenz), mentre il nostro Lawrence è più vicino agli uomini, molto meno spontanei e sinceri. Questo, in fondo, egli ci dice: non di diffidare della verità, ma degli uomini che non sanno come raffigurarsela e si accontentano d’inventarsela.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015