La sincerità di Dylan Thomas

Dylan Thomas

Dario Lodi


Dylan Thomas (1914-1957) arrivò come un fulmine nel mondo poetico squassandolo concettualmente. Erano tempi di sperimentazioni artistiche grazie alla stima di cui godeva l’uomo operoso. Il materialismo trionfante andava ad incidere psicologicamente sulle potenzialità umane, sebbene usate contro di esso.

La ribellione dell’arte novecentesca all’aridità di un mondo troppo pragmatico avveniva comunque nell’ambito del sistema: chi si ergeva a paladino di altre virtù umane, finiva inesorabilmente con l’accettare l’elemosina del sistema stesso, interessato a tutto ciò che poteva creare business. Il sistema s’era lasciato canzonare dal Dada di Marcel Duchamp, provocare dai labirinti sentimentali di Kandisky e dalle imposizioni totemiche e cubiche di Picasso, tanto per citare alcune situazioni. Aveva subito senza fiatare perché tutto questo, direttamente e indirettamente, portava profitti. Non è che il poeta gallese (cioè inglese) si curasse di questi che per lui erano dettagli: anzi, non ci pensava proprio (era mantenuto da ammiratori), preso com’era da una sensibilità strabocchevole, eccitata da sbornie spaventose. La sua poesia è quanto di più confuso possa esistere, ma ha il dono della sincerità e non conosce la preoccupazione di trovare una logica. E’ un merito? La cosa, seriamente, è ancora tutta da scoprire.

Con Dylan abbiamo un caso in cui il poeta è la poesia: conta il suo atteggiamento e contano le sue improvvise e improvvisate accensioni fantastiche nelle quali egli mescola di tutto, decidendo di esprimersi su più piani concettuali.

Dylan agisce automaticamente sotto l’impulso dell’idea e della sensazione del momento, alle quali seguono altre idee e altre sensazioni in un caleidoscopio emotivo d’impossibile decifrazione. Per il nostro poeta è importante questo “vomitare” parole e concetti che spuntano dalla sua coscienza ferita e che vanno a determinarsi in una vera e propria provocazione intellettuale.

Dylan sembra esclamare: guarda quanto è possibile vivere ed invece ti accontenti di un’esistenza misera.

Non si sa quanto i fumi dell’alcol abbiano inciso in tutto questo, di sicuro sembra lecito pensare che l’uso della bottiglia abbia portato alla massima anarchia mentale, con effetti interessanti (ma non tutti) sulla libertà immaginativa e sulla passione interpretativa dei fatti e delle cose. Dylan immagina un mondo enorme, illimitato nel quale intende sguazzare con tutto se stesso e persino qualcosa di più.

Da essere vitale egli diviene anche qualcosa di esistenziale, come se avvertisse in sé i meccanismi più nascosti del mondo e potesse toccarli con le mani, non per cercare di modificarli, ma per entrare a farne parte in pianta stabile, godendo di ogni singolo movimento.

L’impossibilità di raggiungere pienamente questo risultato, pone il poeta in uno stato d’ansia, d’inquietudine che lo fa debordare dal cammino prefissato. Dylan va a ruota libera, incurante delle conseguenze illogiche e felice come un pazzo della sua follia.

In realtà questa follia è un’esuberanza espressiva incontenibile che di fatto non apre nuove vie poetiche, ma che suggerisce valutazioni intorno ad una sincera ed ispirata anticonvenzionalità. Il gioco anticonvenzionale non lo inventa certo lui, ma lui lo cavalca con maggiore impeto di altri e con più chiara convinzione nella bizzarria.

Il disordine di Dylan può essere considerato in via sperimentale, anche se il poeta gallese non aveva alcuna intenzione di mettere ordine nel suo disordine. Egli componeva come gli veniva e non si curava delle conseguenze.

In un mondo ingessato, come quello europeo del tempo (ma anche oggi non si scherza) la poesia di Dylan colpì per il coraggio nella scelta compositiva e per l’icasticità di certi passaggi.

L’effetto dei suoi versi fu una specie di pugno sul tavolo, sferrato dal più mite degli uomini.

Memorabile è il suo candore ed esemplare, per certi versi, è la sua ingenuità. Una ingenuità per nulla ingenua nei confronti della visione del mondo, ovvero di un mondo invisibile a troppi.

Pur vivendo poco, per problemi polmonari, per alcolismo e per un guaio cerebrale sorto verso la fine della sua esistenza (il referto medico parla tuttavia di morte per polmonite), Dylan Thomas, pensò e sentì moltissimo, non sprecò neanche un istante della sua vita. Era innamorato perso del tutto e voleva comunicare questo suo amore, ritenendolo importante per l’umanità. L’alcol aiutò un uomo incerto e sfiduciato, demolendone la volontà di trovare un punto fermo. Thomas, di fatto, crollò su se stesso, sulle proprie labili fantasie, che però visse sino in fondo come verità perseguibili.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015