La rabbia di Oriana Fallaci

Dario Lodi


Oriana Fallaci? Un fiume in piena, con esondazioni abbondanti, tracimazioni non sempre benefiche. La scrittrice fiorentina (1929-2006), ha scritto moltissimo, articoli, libri, e ha fatto innumerevoli interviste a potenti della terra, a divi del cinema. E’ stata la prima donna a mettere l’elmetto e a correre in prima linea, nel Vietnam (c’è scritto tutto nel suo “Niente e così sia”).

Il coraggio sino alla temerarietà era la dote principale del suo carattere. La Fallaci, a soli quattordici anni, faceva la staffetta partigiana sotto gli occhi dei Nazisti. Era molto attiva ed efficiente. Quest’attività ed efficienza si ritrovano nei suoi scritti, ampliati da una bravura descrittiva con pochi confronti e da una vocazione affabulatoria debordante ma invidiabile.

L’affabulazione, specie nei suoi articoli e reportage sul “Corriere della sera”, è completamente senza freni. E’ dilagante, incontenibile, dispersiva ma intrigante per la passione che vi è contenuta e per una capacità d’intrattenimento veramente straordinario. Il fiume di parole esce dall’alveo continuamente, ma per trovare un altro alveo opportunamente preparato. Possiamo pensare a un canale principale con tanti canali laterali confluenti al momento topico. Altro discorso sono i concetti, ovvero uno solo sostanziale diviso in mille particolari non sempre combacianti. La Fallaci ha urgenza di dire, che dire è una cosa perennemente in fieri. Ci si riferisce all’esito delle sue considerazioni.

In effetti, la nostra scrittrice mostra una personalità notevole e un carattere battagliero che le fa aggredire le parole, quasi avesse il timore di non essere presa sul serio. La sua scrittura modulata ma nervosa, la sua impazienza, l’enorme autostima, la portano a un dilagare espositivo e discorsivo, anzi monologativo, che impone attenzione e consenso, non ammette critiche. Ho ragione io, gli altri non capiscono niente. Intervisto il potente, in realtà è il potente che sta, incantato, a osservare la mia bravura d’intervistatrice, la mia perspicacia. Le mie domande sono molto più intelligenti delle sue risposte.

Le tracimazioni vere e proprie avvengono negli anni Settanta, dopo la sua relazione con l’attivista greco Alekes Panagulis, morto nel 1976 a causa di un incidente stradale, quasi sicuramente provocato dai famosi Colonnelli, nel periodo politicamente più torbido della Grecia moderna. La Fallaci, che lo amava follemente (Panagulis fu forse l’unico uomo che la fece sentire donna, arrivando a metterla incinta – seguì un aborto spontaneo), licenziò poco dopo il romanzo-reportage intitolato “Un uomo”: una narrazione sofferta quanto visionaria, personale, prigioniera di una emotività incontrollabile.

“Un uomo” è l’opera più indicativa della Fallaci, dalla quale si dipartono le altre, “Lettera a un bambino mai nato” sino a “Insciallah” e “La rabbia e l’orgoglio”. Una specie di filo rosso costituito da un risentimento per il mondo intero – l’ha privata di Alekes! – che a tratti, pateticamente, sbanda senza alcun ritegno. Gli scritti sono attraversati da una disperazione esistenziale, dalla paura di perdere la propria consistenza, che conduce la scrittrice ad autovalutazioni filosofiche francamente eccessive.

Apparentemente i due ultimi libri citati (la Fallaci ne scriverà altri, molto più temperati, riguardanti la propria infanzia) non hanno nulla a che fare con la famosa “Lettera”, nella sostanza c’è la questione del libero arbitrio che porta alla vita o alla morte, mentre “Insciallah” e “La rabbia e l’orgoglio” portano soltanto alla morte, secondo la scrittrice, e questo per mano del fanatismo islamico che, a suo giudizio, se l’Occidente non reagisce (l’Occidente che ha la civiltà del libero arbitrio), distruggerà la civiltà occidentale e quindi il mondo intero.

Si avverte una confusione nel metodo, ovvero una superfetazione dell’indiscutibile presenza del fanatismo dei figli di Allah. E’ uno spauracchio che non appartiene soltanto alla fervida immaginazione della Fallaci, così come, vien da dire, per lo spauracchio dei Marziani, ma non ha radici e, con ogni probabilità, non riuscirà mai ad averne. Il mondo islamico è diviso in tribù, al cui interno vige la moderazione per semplici interessi economici alimentati dall’Occidente. Il fanatismo è marginale ed è emarginato.

D’altro canto, la presenza di quest’ultimo è dovuta a fatti religiosi, è indiscutibile, ma anche a fatti umani veri e propri: il Medioriente è stato terra di conquista occidentale alla pari dell’Africa. Gli abitanti, dopo la fine dell’impero turco, hanno conosciuto l’avidità europea (Francia, Inghilterra) e poi quella americana, per via del petrolio. Come non si può pensare a qualche ribellione orgogliosa?

Nei due libri, esiste un’aggressività da crociata verso l’Oriente che fa capire quanto la Fallaci sia uscita dai binari dopo l’elaborazione della sua esperienza maggiore e sfortunata, quella con Panagulis. Aveva trovato nei fanatici islamici uno sfogo morale di grande portata emotiva, aveva individuato un nemico indiscutibile. Parlandone, si vendicava del male universale patito.

La Fallaci non era fatta per gli approfondimenti, per la speculazione razionale: preferiva la spontaneità, l’immediatezza, l’intuito. Era una notevole giornalista che si dava alla letteratura impegnata presumendo troppo di sé. Simpatica è la sua innocenza di fondo, memorabile la sua prosa scintillante, eccellenti le sue osservazioni di costume: occorre ripeterlo, una gran giornalista. Ma oltre non si dovrebbe andare. E invece si è andati: non dimentichiamo che i libri della Fallaci hanno venduto circa venti milioni di copie in tutto il mondo!

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015