L’ingenuità di Hans Fallada

Dario Lodi


Hans Fallada (1893-1947) si chiamava in realtà Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen. Prese il nome Hans da una fiaba dei Grimm e fece lo stesso con il nome Fallada, che nella seconda fiaba è riferito a un cavallo. Lo scrittore tedesco è sicuramente fra i più sinceri e appassionati dell’intero Novecento, soprattutto grazie a due libri-fiume: E adesso, pover’uomo? E Ognuno muore solo (in un certo senso, ideale continuazione del primo). L’uno del 1932, l’altro del 1946.

Le date sono rivelatrici. Fallada scrisse il primo romanzo agli albori dell’avvento del nazismo. Esso ripercorre le vicende-simbolo di un piccolo impiegato che sprofonda nella gravissima crisi tedesca fra le due guerre. La Repubblica di Weimar, proclamata nel 1919, democratica e vagamente socialisteggiante, non riuscì a far fronte ai bisogni della popolazione e nel 1933 fu sostituita (senza essere deposta, ufficialmente lo sarà solo alla fine della Seconda guerra mondiale) dal partito di Hitler. Si temeva l’avvento del comunismo e dunque la grossa borghesia reagì. Fallada registrò una caduta sociale per mancanza di coesione moderna, solidale. Sarà la moglie – e cioè la rappresentante di un sentimento profondo, l’amore – a mitigare la situazione, a dare coraggio e speranza.

Il secondo romanzo fu lodato da Primo Levi come fra i migliori sulla resistenza tedesca. Si tratta, in realtà di una resistenza quasi passiva quella attuata dai Quangel, personaggi ricalcati su quelli autentici di nome Elise e Otto Hampel, messi a morte perché avevano depositato nei palazzi di Berlino cartoline antinaziste, per giunta sgrammaticate. La sgrammaticatura pone in evidenza quanto fosse tiepida la resistenza antinazista in Germania (“Rosa bianca” e attentato di Von Stauffenberg compresi): più che coraggio, fu incoscienza porsi al di fuori di un sistema tanto organizzato e tanto spietato.

Questa resistenza non combinò quasi niente, la Germania era compatta intorno ad Hitler e quei pochi che si opposero non ebbero un seguito significativo: tutto ciò li pone però sotto una luce speciale. Incoscienza o coraggio, essi furono degli autentici eroi e degli uomini esemplari in quanto si rifecero alla propria coscienza, non si lasciarono omologare. Fallada visse in Germania durante tutto il periodo nazista e si barcamenò fra collaborazionismo e resistenza. Finì anche in carcere. Scrisse però anche sotto dettatura nazista. Fece arruolare un figlio maggiore nella Hitlerjugend.

Ognuno muore solo è un romanzo semplice, persino disarmante nelle sue descrizioni elementari, nelle sue figure fortemente emblematiche, in certa sua enfasi di fondo. Ma è attraente per un tono di sincera umanità che traspare da ogni riga. Esso continua il discorso sospeso su un atto d’amore disperato e fiducioso e lo conclude con un gesto di generosità senza pari. I Quangel (gli Hampel) si sacrificano per un principio umanitario che in definitiva non può essere discusso. Fallada si lascia catturare da una commozione penosa, ma virile. Con il nazismo il materialismo ha rialzato la testa, ma c’è sempre speranza per la solidarietà, per la fratellanza umana: i Quangel (gli Hampel) lo dimostrano. Essi ci credono sino a rimetterci la vita.

Fallada non ebbe una vita facile. Da adolescente, aveva diciotto anni, fu protagonista di una vicenda tragica mai chiarita con esattezza. Nella campagna intorno alla cittadina di Rudolstadt, di prima mattina, sfidò a duello Hans Dietrich von Necker, per difendere l’onore di una ragazza, e lo uccise con un colpo di pistola, rimanendo a sua volta gravemente ferito. Secondo un’altra versione, i due erano d’accordo di uccidersi a vicenda. Si fa risalire a questa vicenda la successiva propensione dello scrittore tedesco all’uso di stupefacenti e all’abuso di alcool: diventerà un alcolizzato morfinomane e ne morirà precocemente.

Lo scrittore è singolare per originalità narrativa. La vicenda si sviluppa sotto la sua penna, non c’è piatta narrazione. Fallada rifugge da una sorta di relazione dei fatti né sembra romanzarli. Semplicemente li vive e li fa vivere. Così la semplicità non si trasforma mai in semplicismo e i personaggi appaiono totalmente veri. Questa originalità fa passare in secondo piano certe carenze analitiche e certe lungaggini descrittive e consente il mantenimento di una tensione narrativa notevole. C’è, nella scrittura di Fallada, qualcosa che, pur fatta d’ingenuità e forse proprio per questo (l’assenza di ogni malizia è una scelta naturale, spontanea), attrae e in certe pagine incanta, in tutte commuove.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015